Sarò provocatorio, di proposito.
Accetto critiche, opinioni contrastanti, dibattiti e perdite di fiducia.
Vi chiedo gentilmente di essere civili nei vostri commenti, ma soprattutto di leggere, se avete tempo e buona volontà, tutta l’opinione prima di reagire come se vi avesse morso un’aspide o punto una tarantola. Grazie.
“Il lavoro nobilita l’uomo”. Niente di piu’ falso, una frase fatta per mediocri, per persone senza altri obiettivi nella vita, una scusa per giustificare frustrazioni e insicurezze.
Una mezza frase, da dietrologia pura, come “L’importante non è vincere, è partecipare” poi tutti vogliono vincere, come “Non ci sono piu’ le mezze stagioni”, come se un tempo ci fossero la Primastate, Estunno, Auterno e l’Invera, ma questo l’ho già scritto da qualche altra parte.
Una frase che nasconde ben altri significati, una lapalissiana conclusione per malcelare ben altri bisogni che non quello di lavorare.
Chiarisco cosa intendo per “lavoro”.
Non la fatica (splendido esempio della lingua napoletana che chiama “fatica” il lavoro e “faticare” lavorare).
Non il lavoro inteso come raggiungimento di un obiettivo personale o condiviso che porta gioia e gratificazione, sia esso nello sport, come nelle attività di business o altro.
Il “lavoro” inteso come “necessità di fornire le proprie capacità fisico-intellettivo a chi ci paga”, ovvero come una “regolare prestazione legalizzata di prostituzione fisica o mentale”.
E questa roba secondo voi, nobilita?
Da quando il caro buon vecchio Adamo si è smordicchiato una mezza Melinda, se ne son viste di tutti i colori. “lavorerai e ti guadagnerai il pane col sudore della fronte” disse qualcuno un tempo, indicando la fatica fisica e l’”obbligo” di fare cio’ che, in mancanza di tentatore e tentata-tentatrice non ci sarebbe mai stato.
Ebbene, se non ci fosse stato quel peccato originale, noi oggi cosa saremmo? Dei plebei fannulloni?
Sfido a dirmi se uno, anche solo uno di voi, potendo campare senza dover lavorare, si piegherebbe agli orari di lavoro, alle decisioni del capo, alle strategie aziendali, a tutto cio’ che non riguarda la propria, consapevole, libera scelta?
Non sarete mica tutti masochisti.
Ripeto, potendo scegliere, uno magari “lavora” anche il doppio, ma lo fa liberamente, senza costrizioni, nel pieno delle proprie scelte e decisioni, e, soprattutto, fa quello che desidera e lo gratifica.
Quindi, smettiamola con queste balle della nobiltà.
Non affianchiamo un valore cosi’ nobile (parlo di nobiltà d’animo, non dei Savoia, savoiardi e biscottini vari) con la vera condanna che Dio (per chi ci crede) ci ha imposto perpetrata nei secoli passati, presente e futuro, finchè la morte non ci separi da questa terrena esistenza.
Diciamo piuttosto che il lavoro è un mero strumento di sopravvivenza; diciamo pane al pane e lavoro al lavoro.
Ogni volta che sento un disoccupato chiedere lavoro, sorrido.
Perchè non chiede un assegno di mantenimento a vita? Il suo scopo è il vil denaro, non il lavoro.
Ogni volta che sento parlare di “carriera”, sorrido; non è piu’ facile dire: “voglio arrivare a guadagnare 5.000 EURO al mese”, se mi tocca fare carriera, diventare dirigente, direttore o altro, pazienza; cosa non si fa per campare………………
Personalmente ritengo che il lavoro sia un male necessario, di cui farei volentieri a meno.
Se avessi soldi sufficienti per vivere senza lavorare, non sarei di sicuro nell’azienda dove lavoro, anche se mi pagano piuttosto bene.
Se avessi soldi sufficienti per vivere senza lavorare, sono certo che mi sbatterei molto di piu’, magari guadagnando meno di adesso, ma per fare qualcosa che sento veramente mio nella vita, senza dover scendere a compromessi a volte incomprensibili, senza dover seguire direttive di persone delle quali poche stimo e molte mi risultano confuse o incapaci.
Se avessi soldi sufficienti per vivere senza lavorare, mi sentirei molto piu’ nobile e meno “meretrice”.
Se avessi soldi sufficienti per vivere senza lavorare, mi dedicherei sicuramente piu’ alla realizzazione del mio “essere”, sarei molto piu’ vicino alle persone, non dovrei perdere tanto tempo in attività che considero senza valore aggiunto per me, attività che invece di rendermi “nobile” mi rendono “plebaglia”.
E ritorno su un concetto che forse ho già affermato qui dentro: io lavoro per vivere e non vivo per lavorare.
Troppe persone che ho conosciuto che vivono per lavorare, hanno perso via via, gran parte delle amicizie, dei contatti personali, della propria vita e dei propri valori interiori, come fagocitati da quel mostro che li ha portati a giustificare tutto in nome della “santa causa del lavoro”.
Un giorno abbastanza lontano, anch’io sono scivolato sull’orlo del precipizio; anch’io, debole e incapace di resistere alle lusinghe di carriera, soldi, potere, ho messo un piede in fallo. L’ho pagata, ed anche cara. Io non sono nato per lavorare, o almeno per mettere il lavoro in testa alle priorità della mia vita.
Eppure ci sono cascato e………… avete capito il perchè ogni due settimane metto in testa alle mie opinioni quella sulla Depressione, anche senza modificarla di una virgola, perchè chiunque entri nel mio box la trovi, possa leggere e possa capire a cosa si puo’ andare incontro quando si perde l’equilibrio nella propria vita?
L’orco, ieri sera, in una discussione sull’argomento, ha aggrottato le sopracciglia, ha alzato la sua manona pelosa e, guardando le dita della mano, ha proferito in un incedibile impeto comunicativo le seguenti parole: “Queste dita sono troppe per dire le cose per cui valga la pena vivere, ma tra queste il lavoro non c’è”.
Buon week end a tutti.
Se vedemo eh?
P.S. Potendo scegliere, questo tipo di lavoro, non lo consiglierei certamente a nessuno.
24.07.2003 20:11
parli di tornare a casa e provare schifo per quello che hai fatto o per come l'hai fatto... conosco quella sensazione purtroppo e se potessi la eviterei!
09.06.2003 10:33
ma dove ho già letto la frase "il lavoro nobilita"?...mah...
02.06.2003 18:55
In questo periodo sono in conflitto con me stessa, proprio per questi motivi...e sto cercando di venirne fuori, con serenità, ma è così difficile...il lavoro purtroppo influisce troppo e spesso sulla persona che si è ....