American Hardcore (P. Rachman - USA 2005)

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American Hardcore

4  12.09.2011

Vantaggi:
Documentario fondamentale

Svantaggi:
nessuno

Consiglio il prodotto: Sì 

Dettagli:

Trama

Attori

continua


murales69

Su di me: Come al solito il sito cade a pezzi.

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Titolo originale: American Hardcore, the history of american punk rock.
Regia: Paul Rachman.
Nazione: Stati Uniti.
Anno: 2006.
Genere: documentario musicale.
Durata: 190 minuti.

La fine degli anni 70 vede il progressivo declino del movimento punk, a favore di una nuova mutazione stilistico-compositiva. Una corrente musicale difficilmente scompare, senza lasciare “residui” artistici. La travolgente onda che sconvolse da prima l'Europa, e successivamente gli Stati Uniti, ha qui la sua naturale evoluzione e si chiama HARDCORE
Il nuovo stile segue il sentiero tracciato dai grandi predecessori, fatto di brani carichi di energia e suonati con la classica formazione rock (voce, basso, chitarra e batteria). Canzoni quasi sempre di breve durata. Veri pugni nello stomaco che non lasciano spazio a melodia e ballate.
Rabbia e violenza sonora accompagnano una tecnica non sempre eccelsa, ma mai scadente. Quello che fa la differenza è l'intensità che ogni musicista riesce a trasmettere, in studio e dal vivo. Quest'ultimo aspetto è senza alcun dubbio il tratto distintivo di chi suona hardcore.
Sudore ed energia non mancano mai sui palchi statunitensi. Poco importa se sono piccoli e misconosciuti club o grandi realtà come il mitico CBGB.
Molte sono le similitudini, ma sono anche tante le differenze tra questi due mondi.
Quello che adesso cambia è l'atteggiamento dei musicisti nei confronti di ciò che li circonda. Sparisce l'attitudine no-future, tipica delle punk band del '77, e va sempre più diffondendosi la consapevolezza che i testi delle canzoni sono un ottimo veicolo per trattare tematiche sociali o per reagire al sistema politico.
Consapevolezza che va allargandosi come una gigantesca macchia d'olio.
La musica come strumento per diffondere il proprio pensiero, non più come sola espressione di creatività artistica. Canzoni cariche di contenuti e di critica diventano, in più di una occasione, dei veri e propri attacchi. Graffianti ed incisivi nei confronti di governi, classi politiche, istituzioni religiose e, non ultime, le multinazionali discografiche.
I temi trattati restano comunque sempre ampi e variegati. Non manca l'aspetto ludico e ironicamente provocatorio, così come sono ancora ben radicati gli atteggiamenti nichilisti tipicamente punk. E' dunque facile passare da band politicizzate a quelle che prediligono raccontare la vita sulla strada o il sempre eterno sex, drug & rock'n'roll.
La presa di coscienza del ruolo che può avere un musicista, sul pubblico che lo segue, porta anche ad una nuova ed interessante rivoluzione.
Nasce proprio in quegli anni il concetto DO IT YOURSELF
Ovvero fattelo da te Produci e distribuisci la tua musica bypassando etichette discografiche e catene di distribuzione convenzionali. Realtà ritenute dei veri e propri squali, pronte a fagocitare i musicisti togliendo loro parte della libertà sulle scelte artistiche da seguire.
L'attitudine all'auto produzione finisce per diffondersi in tutti gli Stati Uniti, nel giro di pochissimi mesi. Dando così vita ad una moltitudine di piccole etichette. Tutte cooperanti tra loro per una migliore distribuzione dei dischi, e per un reciproco aiuto nell'organizzazione dei live concert.
Si assiste ora ad un potente e ben assestato schiaffo in faccia alle multinazionali della musica, ed in generale al mainstream. Le band dimostrano di non avere più bisogno di questi vecchi dinosauri per portare avanti la loro attività.
Vendere, farsi conoscere e suonare dal vivo è ora nelle mani di chi la musica la crea.
Questo è l'HARDCORE
Un movimento che ha fatto scuola, caratterizzando per più di venti anni la scena underground americana. Influenzando le scelte stilistiche di tante band che prenderanno vita negli anni successivi a questa rivoluzione.
PIÙ DURO, PIÙ VELOCE, PIÙ AD ALTO VOLUME

Hardcore punk non fu solo musica, ma una forma di protesta contro il regime con ervatore del presidente americano Ronald Reagan, che qui viene raccontato dalla viva voce dei componenti delle band più importanti e da noti artisti quali Moby e Matthew Barney

Incipit che spiega in modo chiaro il filo conduttore di questo fondamentale documentario.
American Hardcore si addentra nei meandri di un'epoca divenuta storica, per quello che riuscì a produrre. A livello artistico, di idee e di collaborazioni. L'evoluzione di un intero movimento sviluppata in poco più di una ora e mezzo. Tra interviste e spezzoni di concerti.
American Hardcore, diretto da Paul Rachman , si basa sui contenuti dello storico libro di Steven Blush: American Hardcore: A Tribal History.
Il documentario, così come il libro, è un veloce escursus attraverso un movimento che ha segnato un'epoca. Idealmente nato nel 1978 in California, più precisamente a Los Angeles, grazie a fondamentali band come Middle Class, Circle Jerk e soprattutto gli immensi Black Flag.
Come detto in precedenza, la diffusione di queste idee e di questa nuova attitudine fu estremamente rapida. San Francisco, Washington e poi Boston “cadono” una dopo l'altra. Sotto i colpi di nuove stoccate sonore. Anche il pacifico e quasi dormiente Midwest non è esente da questa positiva epidemia. La macchia d'olio si allarga e colpisce anche le tranquille cittadine, solitamente estranee da tutto e da tutti. In questi piccoli centri prende vita l'attività di gente come Negative Approach o Die Kreuzen. Successivamente anche il Texas farà la sua parte concedendo al movimento, e alla storia del hardcore, pezzi da novanta quali Dirty Rotten Imbecilles (meglio conosciuti come D.R.I.) e gli MDC.
Come si può ben intuire, il numero di band cresce esponenzialmente e la qualità diventa sempre più alta. Molti dei nomi apparsi in quegli anni finiranno per lasciare un segno tangibile nella storia musicale americana. Bad Brains, Minor Threat, SSD per citarne qualcuno.
Quasi sempre ragazzini di circa sedici anni (solo dopo la prima ondata l'età media si alzò, arrivando a... 18 anni) che inseguivano il sogno di fare i musicisti.
Non per i soldi, non per la gloria.
La loro unica motivazione era raggiungere il successo, per aver un pubblico (più o meno ampio) verso cui gridare quello che si aveva dentro. Voglia di suonare, soprattutto on stage, schiettezza e attitudine alla ribellione. Come unica motivazione per intraprendere la strada della musica. Scaraventare in faccia alla società benpensante quello che si pensa, quello che si critica, quello che non si sostiene. Non importa l'oggetto della protesta, quello che conta è protestare, quanto meno farsi sentire. Sarà compito degli altri recepire o meno il messaggio.
Sulla scia di questi ragionamenti viene fuori l'uso del termine hardcore per definire questo nuovo movimento. L'origine, a quanto pare, fa riferimento ad Hardcore '81, tour di un'altra grandissima band di quegli anni. I mitici D.O.A.

Perché vedere American Hardcore?
Questo documentario è una vera e propria bibbia. Per i nostalgici come me, che ancora amano quegli anni. Per i musicisti che hanno seguito quel genere e continuano a considerarlo speciale e diverso. Per chi ha inseguito un sogno di ribellione, lottando anche al di fuori dei confini statunitensi. American Hardcore è anche per chi non ha vissuto, o non ha conosciuto, questo periodo storico. A loro va il suggerimento per questa visione. Al di la dei gusti musicali, questo documentario fornisce un piacevole racconto di un momento. Un modo come un altro per conoscere una rivoluzione artistica avvenuta oltre confine e, purtroppo, passata in sordina.
Il DVD

Il racconto di American Hardcore è lasciato alla voce dei protagonisti.
Black Flag, Minor Threat, DOA, Bad Brains, Circle Jerks, MDC, SSD, Gang Green,
Corrosion of Conformity, Suicidal Tendencies, Flipper, Cro-Mags, Adolescents,
7 Seconds, Middle Class, Agnostic Front, Murphy’s Law, Youth Brigade.

Una playlist da far rabbrividire, vista l'importanza delle band presenti.
Nonostante ciò il documentario risulta incompleto. Non è una pecca, o meglio non bisogna considerarla tale. La quantità di materiale che si poteva inserire è davvero vasta. Troppo vasta.
Il rischio di creare una sorta di lista della spesa, della durata di tre ore o più, non avrebbe dato i risultati che American Hardcore si prefiggeva di produrre. Ovvero mostrare uno spaccato, quanto più ampio e dettagliato, su questa fetta di storia musicale.
I nomi presenti sono sicuramente fondamentali, sono tra le migliori proposte apparse in quegli anni. Le interviste si alternano con spezzoni live, per rendere scorrevole la narrazione dei fatti. Parole e musica vanno a descrivere l'evoluzione di un genere e la crescita di un movimento.
 
 
NB opinione pubblicata anche su Dooyoo

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crazy3

crazy3

27.02.2012 19:16

continua cosi

lorenzo_ci

lorenzo_ci

10.10.2011 18:30

Un vero e proprio trattato!

ariel270

ariel270

10.10.2011 13:13

Caspita, sembra proprio da non perdere

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