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American Psycho (Bret E. Ellis)

Opinione

per American Psycho (Bret E. Ellis)
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3 Stelle Il libro l'ho letto, il film ve lo lascio. Forse.
60 su 60 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi Spietato ritratto di un mondo e di un'epoca senza valori

Svantaggi La violenza in certe pagine è davvero estrema; il tono del racconto è glaciale, come il cuore del narratore.

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Qualità Materiale
Prezzo 30.000

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closer

Opinione più recente dell'autore

Ho esitato a lungo, prima di decidermi a scrivere qualcosa su questo libro. Il fatto è che la materia è bollente, i giudizi si formano e si dissolvono, le parole mi vengono e scappano subito via. Che un libri susciti reazioni tanto diverse nelle persone che lo leggono (e, in questo caso, anche in quelle che lo hanno condannato senza averlo mai letto), è segno comunque di vitalità dell’autore. Io ho rinviato per anni l’incontro con il libro maledetto di Bret Easton Ellis, ma alla fine la curiosità per l’uscita della riduzione cinematografica mi ha dato la spinta per affrontare le oltre 400 pagine di American Psycho. E ora, paradossalmente, non so se avrò abbastanza curiosità per cercare di vedere il film almeno in home video.

Avevo letto il romanzo di esordio di B.E. Ellis, Less than zero, poco dopo l’uscita che aveva decretato il successo sorprendente e larghissimo del giovane scrittore californiano. L’avevo trovato coinvolgente e sconvolgente, forse immaturo ma senz’altro degno della sua fresca fama. Mi aveva colpito la descrizione così viva di un mondo di cui conoscevo bene alcuni punti di riferimento culturali (per esempio la musica rock che forma il “sottofondo” del racconto, e che proviene dai migliori gruppi losangelini dei primi anni ’80, come gli X), con la grande novità che questo mondo era descritto dall’interno, da parte di un autore che era in regola anche con l’anagrafe per parlare del disagio giovanile (Ellis aveva solo 21 anni quando il libro è uscito).
Anche American Psycho tratta di giovani e di disagio, ma in chiave completamente diversa. Intanto, siamo a New York, alla fine degli anni ’80, gli anni del famigerato edonismo reaganiano e degli yuppies. E i giovani qui sono individui senza qualità, impegnati costantemente a mantenere e migliorare la propria posizione sociale, annullati nella loro identità dal conformismo che spinge tutti ad acquistare abiti firmati, ad ascoltare la stessa musica insulsa, a frequentare le stesse palestre e gli stessi ristoranti esclusivi. Un deserto dei sentimenti che è agghiacciante, un vuoto dell’anima che sgomenta. Questo mondo è un inferno, è la fine dell’umanità, un verminaio nascosto e insieme esaltato da una facciata di bellezza e raffinatezza, quella che cercano di ostentare tutti i personaggi che incontriamo nel racconto.

A raccontare questo mondo orribile è il più orribile dei suoi abitanti, Patrick Bateman, ventisette anni, ricco di famiglia, bello per natura ma anche per la maniacale cura della sua persona, e completamente privo di qualsiasi forma di compassione verso qualsiasi essere vivente. Il tono con cui Bateman ci svela un po’ alla volta l’ambiente in cui si muove è volutamente freddo e cinico. Conservatore in politica, razzista e sessista, Bateman nell’arco della sua giornata tipo incontra decine di persone che a volte riconosce a volte scambia per altre, venendo a sua volta spesso confuso con altri; trascorre ore e ore a fare ginnastica nella palestra Xclusive e nel suo splendido appartamento, a cercare di prenotare i tavoli migliori nei ristoranti più “in” del momento, a guardare le registrazioni del Patty Winters Show, a noleggiare e riportare le videocassette di film di scarso valore, a sostenere colloqui insulsi con i coetanei che sembrano altrettante fotocopie di uno stesso originale già sbiadito per conto suo. Di tutti questi personaggi, e in fondo anche dello stesso Bateman, non ci è dato di sapere niente sulla eventuale vita interiore. Ad ogni incontro, e gli incontri sono centinaia nel libro, le persone che entrano nel campo visivo di Bateman vengono descritte in base ad ogni dettaglio dell’abbigliamento, capi ed accessori, con riferimento a modelli, colori e firme di stilisti. E’ una pratica ossessiva, quella di notare ogni volta un “completo a sei bottoni di Ermenegildo Zegna”, una “cravatta Ralph Lauren di seta”, le “scarpe di cuoio dei Brooks Brothers”, un “orologio Hamilton antico, acquistato da Saks”. Ma non a caso Bateman è considerato un maestro, un esperto, un arbiter elegantiarum: a lui tutti si rivolgono per sapere come e quando indossare la fusciacca, quando portare le bretelle e quando la cintura, perché evitare certi colori in determinate situazioni.
Questa è la vita “pubblica” di Bateman. Ma la sua personalità si rivela soprattutto quando dà sfogo al suo bisogno insopprimibile di torturare e uccidere animali ed esseri umani, con una violenza e un sadismo che hanno pochi uguali nella storia della letteratura. Dobbiamo aspettare circa un terzo del libro per assistere al suo primo atto di crudeltà, ma dopo averci aperto questa nuova porta Patrick si sofferma sempre più spesso nel racconto dettagliato e privo di qualsiasi emozione dei suoi raccapriccianti delitti, eseguiti anche questi con un maniacale gusto della perfezione. Sotto la sua folle voglia di sangue e di dolore cadono uno dopo l’altro mendicanti, amici, prostitute, amanti, e persino un bambino. E’ stato notato che le uccisioni dei maschi sono rapidissime e quasi indolori, quelle delle donne lentissime e strazianti, per mezzo di torture indicibili. O meglio, che sarebbero indicibili, ma di cui Ellis non ci risparmia niente. Dico la verità, in certi momenti ho sentito il bisogno di chiudere il libro, di guardarmi intorno per riconoscere il mondo di tutti i giorni, di staccare prima di continuare nella lettura. Non sono particolarmente delicato di stomaco, vi assicuro, ma il contrasto fra le sofferenze che Bateman infligge alle sue vittime imploranti pietà, e la sua assoluta dedizione verso il compito iniziato, mi ha fatto impressione come poche altre cose che mi è capitato di leggere. Le 120 giornate di Sodoma, per esempio.

Lo stile ed il tono del racconto di Patrick Bateman possono essere ben riassunti da un brano breve ma significativo, un capitolo intitolato Ginnastica: “A sollevare pesi e a fare esercizi con la Nautilus si allevia lo stress. Il mio organismo reagisce bene alla ginnastica. A torso nudo, osservo la mia immagine nello specchio, negli spogliatoi della palestra Xclusive. I muscoli del braccio mi bruciano; ho lo stomaco teso come un tamburo, il torace d’acciaio, i bicipiti di granito; il bianco degli occhi è ghiaccio. Nel mio stipetto, negli spogliatoi della Xclusive, ci sono tre vagine che, recentemente, ho resecato ad altrettante donne da me violentate ed uccise. Due sono ben lavate, la terza no. A una delle tre è legato un fiocchetto azzurro, acquistato da Hermès. E’ la mia favorita.”
Non c’è violenza diretta, in queste poche righe, eppure forse ce n’è più che in tante scene in cui sono descritte uccisioni brutali. E’ il tono del racconto che svela la totale amoralità del protagonista, la sua tragica mancanza di umanità.

Nonostante i numerosi delitti, il libro non è un thriller. Anzi, proprio il fatto che Bateman possa portare a termine i suoi omicidi senza alcuna difficoltà, e senza conseguenze sulla sua esistenza “normale”, che possa conservare pezzi delle sue vittime in armadietti e nel frigo di casa, che vada in giro con evidenti macchie di sangue sugli abiti senza essere notato, sembrano portare il lettore verso un’interpretazione che dà un senso a tutto il romanzo: i delitti avvengono solo nella mente di Bateman, li immagina con tanta cura come se fossero una valvola di sfogo per un bisogno di violenza che deve reprimere, per le frustrazioni che nascono dalla paura di non essere all’altezza dei tempi e dei suoi simili. Dopo tutto, conosciamo tutti i particolari solo dal suo racconto, ma sappiamo che fa uso abbondante di cocaina e che attraversa fasi di estrema confusione mentale. E’ solo una possibile chiave di lettura, ma è quella che mi pare più ragionevole.

Si è parlato molto, a suo tempo, di questo romanzo. E’ noto che la casa editrice che aveva sotto contratto Ellis si rifiutò di pubblicarlo, e l’ostracismo nei confronti dello scrittore assunse anche forme grottesche, con i sequestri delle copie già pronte per la distribuzione. Con il senno di poi, forse è possibile giudicare con maggiore serenità un’opera che molti hanno giudicato immorale, perversa, malata. Chi l’ha amata in modo incondizionato, invece, ne ha messo in evidenza il gusto satirico e l’umor nero, strumenti con cui l’età reaganiana e la cultura dei suoi tipici esponenti vengono ridicolizzate.

Non ho amato questo libro, lo dico senza mezzi termini. Non è l’estrema violenza di certe pagine a farmi esprimere questo giudizio, ma il fatto che ho trovato poco appassionante la descrizione di questo mondo senza valori. Comprendo bene che Ellis non è Bateman, e che non voleva in alcun modo farne un eroe, ma lo squallore che suscitano i protagonisti della storia, salvo per un personaggio che assume un grande rilievo verso la fine, mi ha dato fastidio anche intuendo che si trattava di satira. Si potrebbe dire che questo è un romanzo iperrealista, nel senso che tutto è eccessivo, dai personaggi alle azioni che compiono. E’ un esercizio di stile, su questo non discuto, ma è uno stile che alla fine mi lascia perplesso. Però non vi dirò mai che vi sconsiglio di leggerlo: è un libro, si può amare o meno, ma mai condannare.


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Commenti

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Pagina 1 di 14 | 1 - 5 di 69 commenti
  • IgnatiusReilly 25/08/2009 21:27
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    ottima recensione

  • rival 16/11/2002 14:39
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • lankelot 18/10/2002 23:07
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Questa tua recensione è davvero notevole, Stefano. Avevo deciso di tornare a leggerla in previsione del prossimo scritto su Ellis. Leggevo e pensavo- adesso, di volata, commento qualcosa. Inizio a dare un'occhiata ai commenti. Senza parole. C'è la storia di ciao in queste pagine di commenti. La famosa vitalità passata che mi avevi descritto, e qualche nome perduto per strada che sarebbe bello poter ritrovare tra noi. Non dirò niente di quel che volevo dire, per sottolineare l'intelligenza e l'equilibrio di questa recensione; questo tuffo nell'archeologia del presente mi ha un pò stordito. Meditabondo mi ritiro nelle letture. Ave;).

  • Tarantolato 14/10/2002 06:48
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • ilmigliore 01/08/2002 15:53
    Ha valutato l'opinione
    Utile
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