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Cosa sono stati gli anni ottanta. A distanza di tempo possiamo dire che non sono stati un fenomeno a se’ stante, una parentesi, ma l’inizio di qualcosa i cui riverberi sono presenti e vivi ancora oggi. Per me gli anni ottanta sono stati gli anni delle ballerine col calzettino corto e i jeans “acqua alta” (dato che sono veneziana), dei colori fluorescenti, dei trucchi e delle mise eccessive, dei capelli cotonati, della contrapposizione tra i “paninari” con le Timberland e le felpe Best Company e i “metallari” (dei quali io facevo parte), col chiodo e i bracciali borchiati, e la calzamaglia o i jeans elasticizzati infilati negli anfibi. E poi dei film “Vanzina production” che parlavano di Yuppies, che secondo era un modo per indicare i tipi chiassoni e improbabili alla Christian De Sica, ma si capisce negli anni ottanta andavo alle elementari-medie, e le parole Wall Street e “arrampicatore sociale” erano quanto di più distante dalla mia vita fatta di amici del quartiere e panoramiche molto locali.
Ma ecco chi è Patrick Bateman, il protagonista del libro American Psycho, lui è la quintessenza dello Yuppie: giovane, bello, ricco, sempre vestito con abiti costosissimi e all’ultima moda, un’appartamento a Manhattan nello stesso palazzo di Tom Cruise, un lavoro a Wall Street, nella ditta del padre, che sembra non interessarlo minimamente. No, le preoccupazioni di Patrick Bateman son ben altre: prenotare un tavolo nel ristorante più in voga, disquisire con gli amici di canoni di eleganza maschile, strafarsi di coca nei bagni dei locali più in, frequentare regolarmente la palestra per mantenere al meglio la forma fisica, avere sempre un’abbronzatura perfetta e nemmeno un capello fuori posto, trovare una “corpoduro” su cui mettere gli occhi addosso e magari qualcosa di più.
Il libro, è un tomo di oltre cinquecento pagine che scorrono via velocissime. E il motivo di tanta scorrevolezza è presto detto: il contenuto è praticamente inesistente. Sono pagine piene delle stesse str…..e che riempiono la testa del protagonista: non è strano trovare intere facciate dedicate alla descrizione degli abiti indossati da Patrick e dai sui compari, marche e Boutique di provenienza compresi, alla sfumatura di colore del cartoncino di un biglietto da visita o alla minuziosa descrizione degli esercizi di tonificazione e stretching che compongono la sua seduta nella palestra da 5000 dollari l’anno di cui è socio. Verrebbe da chiedersi: perché qualcuno dovrebbe perdere tempo a leggere qualcosa del genere? Fin qui tutto normale, insomma, o quantomeno tutto accettato dalla società di cui Bateman fa parte, e che non dista poi troppo dalla nostra. Patrick in fin dei conti potrebbe essere proprio “il ragazzo della porta accanto”, come la sua fidanzata dice di lui, e per le prime duecento pagine anche noi potremmo essere portati a pensare che le sue ossessioni sono magari un insulto all’equità sociale, ma tutto sommato innocue. Restituire le videocassette, non perdersi nemmeno una puntata del “Patty Winters Show”, sbeffeggiare i barboni che chiedono l’elemosina lungo la sua strada. Ma c’è di più: senza alcun preavviso o motivo apparente ecco arrivare delle esplosioni di violenza senza scrupoli e senza limiti contro barboni, passanti, cani, prostitute che si fa mandare a casa da un’agenzia o che rimorchia direttamente sulla strada, un compagno di Wall Street più scaltro e ricco di lui. Le scene delle uccisioni e dei vari tattamenti disumani sono descritti con particolari minuziosi e precisione quasi morbosa (come anche le scene di sesso disseminate qua e la nel romanzo, preludio di torture e squartamenti).
Ma tutto questo è reale? Costantemente nel romanzo si avverte un alone di irrealtà, si ha il sentore che le cose non quadrino, in un modo o nell’altro. Anzitutto, perché nessuno dei sui colleghi di Wall Street riconosce Bateman o lo chiama col suo nome? Perché il suo avvocato non lo prende sul serio quando alla fine decide di confessargli la sua follia. Perché nessuna agenzia ha mai reclamato il mancato ritorno di una delle sue prostitute? Certo, dopo l’uccisione dell’amico Owen, Bateman viene interrogato sulla sua sparizione. Ma alla fine Owen è veramente morto o è a Londra dove tutti lo ritengono? Varie incongruenze e paradossi creano il nembo di irrealtà e completano il quadro della pazzia. E se fosse tutto il frutto aberrante di una mente annoiata? Il ripiego angosciante di una fantasia privata di altri stimoli nel clima imperversante di superficialità, frivolezza e vacuità di veri valori e interessi?
Tutto sommato un libro che fa riflettere sulle aberrazioni della nostra società, forse non un tema che brilla per originalità, ma che ugualmente non finisce mai di sconvolgerci. Un quadro efficace di quegli anni ’80, che solo ora riusciamo a inquadrare così bene, che hanno rappresentato l’inizio della società dell’apparenza, dell’illusione, del latitare degli ideali, in definitiva del “niente”. Il Niente è il soggetto di questo libro, in cui, come si capisce alla fine, con sgomento e sollievo, la storia stessa potrebbe non esistere.
il libro l'ho letto a forza perchè di rado metto giù un libero, per quanto agghiacciante, senza averlo finito. Il film invece l'ho proprio spento. Ma mi hai fatto sorgere un dubbio: io che portavo le Doc Maarten's con il Moncler...
Uno dei libri più brutti (per la nullità del tutto), più crudi e violenti e più fastidiosi (le allucinanti descrizioni del proprio e dell'altrui abbigliamento) che abbia mai letto.
08.05.2002 22:24
bella op. come sempre...a me piacerebbe essere la vicina di casa di Tom Cruise ;) ciaooo:)
30.04.2002 19:08
il libro l'ho letto a forza perchè di rado metto giù un libero, per quanto agghiacciante, senza averlo finito. Il film invece l'ho proprio spento. Ma mi hai fatto sorgere un dubbio: io che portavo le Doc Maarten's con il Moncler...
17.04.2002 09:42
Uno dei libri più brutti (per la nullità del tutto), più crudi e violenti e più fastidiosi (le allucinanti descrizioni del proprio e dell'altrui abbigliamento) che abbia mai letto.