Amtrak California Zephir

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Opinione su "Amtrak California Zephir"

pubblicata 29/07/2011 | IceMan46
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Reperibilità

"in treno, sotto la neve"

la stazione di Chicago

la stazione di Chicago

L’inverno di tre anni fa una terribile nevicata mi aveva bloccato a Chicago. L’aeroporto funzionava a singhiozzo e i voli avevano ritardi abissali. Il mio volo era stato cancellato due giorni prima ed non ero ancora riuscito ad ottenere un posto per poter partire. Avevo un impegno importante a San Francisco e non potevo aspettare oltre.
Chiedo alla concierge dell’hotel dove alloggio di darmi una mano, e dopo un paio d’ore mi viene proposto di raggiungere San Francisco in treno. Non era la prima volta che viaggiavo con i treni dell’Amtrak e piuttosto che stare bloccato nella neve di Chicago senza una certezza di partenza, decido di sobbarcarmi le quasi 60 ore di treno e chiedo di prenotarmi una “Superliner Bedroom” (si tratta di una cabina con divano e poltrona che di notte si trasforma in due letti a castello; la cabina è completa di toilette e doccia; nel prezzo sono compresi pasti, prodotti di toilette, giornali e bottigliette di acqua minerale).
Il costo del biglietto normale è di 1589 dollari, ma l’hotel dove alloggio ha una accordo particolare con Amtrak e di conseguenza pago solo 1150 dollari (circa 800 Euro).

Il giorno dopo arrivo all’Union Station di Chicago poco dopo mezzogiorno. Effettuo la registrazione del mio bagaglio e poi mi accomodo nel salone riservato ai passeggeri che viaggiano nelle cabine letto.
Alle 13 e 30 veniamo avvisati che è ora di salire a bordo dello “California Zephir”, così è chiamato il treno della Amtrak che collega Chicago con Emeryville, una cittadina posta nell’aerea della baia di San Francisco.
Un addetto ai bagagli si prende cura delle mie due valigie e mentre mi accompagna al treno mi spiega che oggi lo Zephir è composto da due locomotive, una carrozza bagagli, tre carrozze con cabine letto, una carrozza ristorante, una carrozza panoramica con bar e salotto, tre carrozze di seconda classe con soli posti a sedere.

L’addetto ai bagagli mi presenta a Dimitri, un russo naturalizzato americano, che sarà il responsabile della mia carrozza per le prossime 18 ore, poi mi saluta e va a porre i miei bagagli registrati nella carrozza bagagli.
Dimitri mi chiede se desidero informazioni sul servizio a bordo e sulla cabina che mi vedrà ospite per le prossime 54 ore. Lo ringrazio, ma avendo già fatti altri viaggi su simili treni della Amtrak non ho bisogno del suo aiuto.

Raggiungo la mia cabina e sistemo i miei effetti personali che mi sono portato in cabina, poi mi accomodo in poltrona rivolto verso il finestrino panoramico della cabina stessa.
Alle 14 in punto il treno parte. Ora non nevica più, ma appena raggiungiamo Naperville (mezz’ora dopo la partenza) ricomincia a nevicare e la neve ci farà compagnia fino nel bel mezzo del Colorado.
Passo il tempo leggendo un libro e guardando fuori dal finestrino. Il paesaggio è ricoperto da una bianca coltre. Dopo Naperville, il treno fa brevissime soste a Princeton, Galesburg, Burlington. Quest’ultima località ci informa che abbiamo lasciato l’Illinois e siamo entrati nell’Iowa.

Sono quasi le 18 e si è fatto buio. Decido di raggiungere la carrozza ristorante per cenare. Una gentile ragazza mi accoglie e mi fa accomodare ad uno dei tavoli a quattro posti. Due posti sono già occupati da una coppia di anziani diretti a Denver (dove arriveremo domani mattina). Una paio di vodka-martini, una tazza di minestrone, una bistecca altra tre dita cotta al sangue e patatine fritte, due bicchieri di Shyraz per accompagnare la cena. Una parola tira l’altra, la coppia di Denver è simpatica, la carrozza ristorante è praticamente vuota e quindi possiamo mangiare con calma, e così alla fine si sono fatte le 21,30.
Raggiungo la mia carrozza e chiedo a Dimitri se cortesemente mi può portare in cabina della vodka e dell’acqua tonica. Non ho voglia di andare al bar e preferisco ritirarmi in cabina. La stanchezza, ma soprattutto i drinks, prendono presto sopravvento e stendendomi sul letto, mi addormento. Durante la notte mi sveglio un paio di volte, ma lo sferragliare del treno mi rimanda subito nelle braccia di Morfeo.
Nel frattempo il treno lascia l’Iowa ed entra prima in Nebraska e poi in Colorado.

Mi sveglio e l’orologio mi dice che dovrebbero essere quasi le 6 del mattino, ma non ne sono certo in quanto dovremmo aver cambiato fuso orario. I grattacieli che vedo dal finestrino mi dicono che stiamo arrivando a Denver e quindi dovrebbero essere quasi le 7.
L’interfono del treno ci informa che faremo sosta a Denver per 45 minuti. Si può scendere dal treno, ma è preferibile non uscire dalla stazione. Ci informano inoltre che qui, a Denver, cambia il personale di bordo (poco prima della partenza ho modo di conoscere Jack, un massiccio afro-americano nato a New Orleans), il nuovo responsabile della mia carrozza.

Molti passeggeri scendono dal treno perché giunti a destinazione. Scendo anch’io per sgranchirmi le gambe. Fa molto freddo, il termometro digitale della stazione indica 18 gradi, ma non sono Celsius ma bensì Fahrenheit e quindi la temperatura è di meno 8. Risalgo sul treno e mi reco subito nella carrozza ristorante per fare colazione. Mi hanno detto che il tratto migliore, dal punto di vista panoramico, di tutto il percorso è quello dopo Denver e quindi non vorrei perdermelo.
Faccio una colazione veloce, uova e bacon, e poi raggiungo la carrozza panoramica passando prima per la mia cabina dove prendo macchina fotografico ed un libro, oltre ai due quotidiani che nel frattempo Jack consegnato.

Alle 8 e 5 in punto il treno lascia la stazione di Denver. Nel frattempo sono stati occupati molti posti della carrozza panoramica. Ho fatto bene arrivare in anticipo, così sono riuscito ad accaparrarmi un ottimo posto.
Come usciamo dalla stazione costeggiamo il Coors Field (è il campo dove gioca la squadra di baseball di Denver, i Colorado Rockies). Dopo aver attraversato la città il percorso ferroviari comincia a salire ancora di più di quota (ricordo che Denver è posta a poco più di 1600 metri di altezza).

L’ora e mezza successiva è, a mio parere, il più bel tempo mai passato a bordo di un treno. Il percorso si snoda fra canyons e gallerie (quest’ultime sono oltre venti) prima di raggiungere il Moffatt Tunnel che attraversa il sistema montuoso che gli americani chiamano Continental Divide perché praticamente è lo spartiacque del continente nord americano.
Siamo ad oltre 2700 metri di altezza ed attorno a noi tanta neve, sempre di più, che scende copiosa dal cielo. Talvolta l’altro binario, quello che corre parallelo al nostro, è invisibile, tale è la quantità di neve che si è accumulata.
Dopo circa un quarto d’ora siamo fuori dal tunnel e subito ci appare sulla destra la rinomata stazione sciistica americana di Winter Park dove il treno fra una breve sosta, giusto il tempo di far scendere i passeggeri venuti qui per sciare, e non sono pochi. Il termometro della stazione segna meno 48 ovvero meno 45°C.

Subito dopo Winter Park la ferrovia inizia a scendere, e continua a scendere anche la neve. Dopo la brevissima fermata a Granby decido di raggiungere la carrozza ristorante per un aperitivo e poi il pranzo. Stranamente oggi è praticamente vuota e la nuova cameriera mi assegna un tavolo da quattro tutto per me. Il servizio è lento ed inizio a mangiare quando il treno si ferma a Gleenwood Springs, la fermata per chi va a sciare ad Aspen, forse la stazione sciistica americana più famosa. Intanto la nevicata continua e devo dire che nonostante tutta la neve che abbiamo incontrato lungo il percorso il treno è perfettamente in orario.

Terminato di pranzare torno nella mia cabina. A pensarci bene è da stamattina, da quando eravamo arrivati a Denver, che non tornavo in cabina. All’interno tutto è perfetto. Jack ha fatto un lavoro impeccabile. Intanto arriviamo a Grand Juction, la porta d’ingresso per chi vuol visitare il Mesa Verde National Park, il Colorado National Monument ed alla Grand Mesa National Forest. Qui si uniscono i fiumi Colorado e Gunnison.
Sono le 16. Sono sul treno da oltre 24 ore. Siamo quasi a metà strada.

Lasciata Grand Junction, passiamo nel Ruby Canyon prima che il sole tramonti in fondo al deserto dell’Utah.
Passo la maggior parte della serata al bar della carrozza ristorante chiacchierando con gli altri passeggeri presenti. Molte storie. Ognuno ne ha una diversa. Ognuno dice che la propria è unica. Questo specialmente dopo un paio di drinks. L’atmosfera è conviviale e comunitaria. Sono una persona abbastanza restia a fare amicizia con il primo che incontro, eppure stasera mi trovo a mio agio. Forse perché gli americani ti danno del tu dopo soli tre secondi.
Poco prima delle 22 decido di andare a fare l’ultima cena in treno. Anche per cena la carrozza ristorante è praticamente vuota (gli americani amano cenare attorno alle 18), così la cameriera ha la possibilità di scambiare quattro parole con me. Così apprendo che lavora sullo Zephyr da 4 anni nel tratto Denver-Salt Lake City. Il suo turno di lavoro terminerà fra poco più di un’ora, quando raggiungeremo la città dei Mormoni.

Il treno entra a Salt Lake City ed io entro nella mia cabina. Sono stanco e vedo subito a letto. Mi sveglio attorno alle 4, il treno si sta fermando a Elko in Nevada. Mi riaddormento quasi subito. Mi sveglio, guardo la l’orologio e sono le 5 del mattino, decido di girarmi dall’altra parte, ma sento bussare alla porta. È Jack, ora ricordo, ieri sera prima di andare a dormire ho chiesto di portarmi del tè verso le 6 ed ora sono le 6 perché siamo entrati nel fuso orario del Pacifico. Guardo fuori dal finestrino, siamo in pieno deserto, quello del Nevada. Stamattina ho deciso di non fare colazione e vado direttamente nella carrozza panoramica per godermi il passaggio nel deserto.

Dopo alcune ore di deserto arriviamo a Reno, una della capitali del gioco e del vizio del Nevada. Lasciata reno il nostro viaggio continua attraverso la zona montagnosa del Nevada. Poco dopo mezzogiorno raggiungo la carrozza ristorante per il mio ultimo pasto a bordo del “California Zephyr”. Intanto siamo entrati in California.
Termino di pranzare mentre arriviamo a Sacramento, la città capitale della California (molti pensano che lo sia Los Angeles o San Francisco) una volta considerata la città dell’ultima frontiera.

Lasciata Sacramento è tempo di prepararsi per l’arrivo. Quindi ritorno nella mia cabina, faccio una doccia veloce e poi raduno tutte le mie cose.
Alle 17 e 50, dieci minuti in ritardo sulla tabella di marcia, arriviamo alla stazione di Emeryville. Un portabagagli è a mia disposizione per ritirare le mie valigie dalla carrozza bagagli. Poi mi accompagna fuori dalla stazione, fino all’autobus che collega la stazione di Emeryville con le città dell’area di San Francisco. Alle 18 e 40 scendo a Fisherman’s Wharf, Pier 39 dove mi attende lo shuttle del mio hotel che avevo prenotato prima della mia partenza da Chicago.


Sono passate oltre 54 ore da quando sono partito da Chicago. Nonostante questo devo dire che non c’è nulla di meglio che fare un lungo viaggio in treno per riposare la propria mente.

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Commenti su questa Opinione

  • alexvers pubblicata 23/08/2011
    Eccellente!
  • ester_delamar pubblicata 21/08/2011
    Eccellente:-)
  • sarad12 pubblicata 18/08/2011
    visto che ormai da più di 18 anni sono pendolare penso che questo me lo risparmierò, anche se sicuramente l'esperienza è decisamente diversa dal mio treno/carro bestiame per pendolari!
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Ciao

Su Ciao da: 26/07/2011