La storia inizia parlandoci di Anna, una ragazza diciottenne che vive in un piccolo villaggio, Eyam. Sposatasi più per fuggire dal padre violento che per amore, è rimasta vedova da poco e deve crescere da sola i suoi due bambini Tom e Jamie, per cui per lei la vita non è facile. Un giorno si presenta a casa sua, in cerca di una sistemazione provvisoria, un sarto girovago: Anna crede di aver avuto finalmente un colpo di fortuna, ma presto si accorgerà che non è così. Una mattina, entrando nella sua stanza, lo trova febbricitante e con un orrendo bubbone pestifero sul collo: è solo l'inizio di un lungo e atroce calvario per tutta la popolazione del piccolo paesino.
La peste dilaga velocemente, aiutata anche dalle stoffe usate dal sarto per confezionare gli abiti per gli abitanti del luogo, per cui infette.
Anna, la protagonista e voce narrante del romanzo, vede morire i suoi due figli, i vicini, gli amici e i semplici conoscenti; vede decimare intere famiglie e la distruzione di tutta una compatta comunità che si chiude nel terrore, che lascia la fede per la superstizione e si abbandona ai più incoffessati eccessi per sconfiggere la paura della morte che è inarrestabile.
Non vi racconto i singoli episodi che caratterizzano questo bellissimo romanzo, sarebbe comunque minimizzare, perché tutto si basa su piccole vicende, importanti o meno, di rassegnazione e odio ma anche di amore e speranza, che si intrecciano fra di loro. E sopra a tutto, il terrore della morte, la disperazione di vedere morire le persone che ami, il senso di inutilità nell'andare avanti giorno dopo giorno sapendo che potrebbe toccare a te.
Solo un episodio voglio riportarvi, ed è quello di una ragazza puritana che, al dilagarsi della peste e della morte, si spoglia di tutti i freni inibitori e si concede a chiunque. Questo mi ha fatto stranamente ricordare una notizia che lessi quando scoppiò la guerra in Iraq: nessun ragazzo usava più i preservativi perché erano rassegnati comunque a morire. mi è sembrata la stessa rassegnazione che si legge in queste pagine.
Un libro che giudico molto positivamente: non ci si annoia mai, pagina dopo pagina è stato un interessantissimo compagno di viaggio.
La scrittrice Geraldine Brooks descrive molto accuratamente sia i caratteri dei personaggi principali che dei comprimari; riporta la vita di un villaggio di contadini e minatori di fine '600, con le loro vite metodiche e semplici, e di come viene sconvolta dall'arrivo della peste. Un libro che mi è "rimasto dentro" e che non posso non consigliarvi. L'unica cosa che potrebbe darvi un po' fastidio sono le descrizioni, peraltro molto accurate, dei segni della peste o di alcuni avvenimenti abbastanza cruenti che avvengono nel corso della storia.
Il 1666 viene definito nonostante la peste "Annus Mirabilis" negli annali del paese. Perché? Per un sacrificio di fede e amore che fa tutto l'intero villaggio, che vi lascio la curiosità di scoprire.
Per dovere di cronaca, vi dico che non è una storia inventata ma si basa su fatti realmente accaduti: la scrittrice ha cambiato il nome del villaggio originale e il nome di alcuni personaggi; ne ha romanzandone la storia, ma è rimasta fedele agli avvenimeti originali.
11.07.2008 12:17
L'ho appena finito di leggere ed è piaciuto molto anche a me. Anche gli altri libri della Brooks sono molto belli
21.01.2004 19:54
Forse un po' forte ma dev'essere bello
20.01.2004 12:45
La profondità di una scrittrice nel descrivere dei fatti tipicamente storici e tipicamente del '600 (vedi la peste) che tanto ricordano "I promessi sposi", e la poesia di una lettrice nell'imprimere le proprie sensazioni in una recensione mi hanno incuriosito molto, tanto che comprerò o chiederò in "prestito" questo libro. Un abbraccio, C.