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Aut-aut (Sören Kierkegaard)

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La vita è una scelta...o la scelta è una vita?

4  28.05.2007

Vantaggi:
riflettere sulle proprie scelte

Svantaggi:
non a tutti piace il genere

Consiglio il prodotto: Sì 

turtle1

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Iscritto da:24.02.2005

Opinioni:16

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In media l'opinione è' stata valutata molto utile da 35 utenti Ciao

Ciao a tutti! Ho letto recentemente questo libro filosofico per motivi scolastici e devo dire che mi poteva capitare di peggio! Non è una letturina leggera, quindi non si legge proprio tutto d'un fiato con la volgia di vedere come va a finire...tuttavia dà molte opportunità di pensare riguardo la propria vita e soprattutto le proprie scelte.

Prima di tutto due parole sull'autore:
Soren Kierkegaard nacque a Copenaghen il 5 maggio 1813, ultimo di sette fratelli, dalle seconde nozze del padre (con la domestica). Di temperamento malinconico, introverso e riflessivo, non ebbe una giovinezza spensierata. La sua fede, molto forte (educato al pietismo), lo portava a riflettere più sulla drammaticità della morte in croce che sulla letizia dell'incontro cristiano. Fu subito abituato all'utilizzo di concetti importanti e impegnativi, come il dolore, il peccato, il sangue. Sul piano sentimentale, possiamo dire (facendo un po' di gossip!) che ruppe il fidanzamento con Regina Olsen a poco tempo prima del matrimonio: fu lui a non volerla portare all'altare per motivi non del tutto precisati (vuoi la sua malinconia, vuoi per potersi dedicare interamente alla sua missione intellettuale, da lui vista con toni fortemente religiosi); ma il suo ricordo continuò ad essere presente e ad agire in lui. Kierkegaard decise di vivere da penitente, dedicandosi tutto al rapporto con Dio e alla sua vocazione di scrittore.

"Aut-Aut" è stato scritto nel 1843 sotto lo pseudonimo di Victor Eremita. Il testo è composto da due parti: le Carte di A, del giovane esteta, e le Carte di B, di Guglielmo l'Assessore. L'opera ci conduce nel mondo del pensiero di Kierkegaard.

Un "aut - aut" ci impone una scelta, ed è proprio quello che Kierkegaard vuole: costringere il lettore a prendere una decisione. Egli deve decidere come vuole vivere la sua vita, invece di andare passivamente alla deriva lasciandosi semplicemente scivolare lungo il "fiume della vita". Kierkegaard sottolinea il fatto che l'uomo ha la possibilità di compiere una scelta libera, di scegliere tra alternative inconciliabili. Non un et-et, secondo la visione hegeliana che risparmia al soggetto il momento della scelta perchè è visto come trascinato dall'inesorabile flusso delle vicende storiche e dalla società, ma un aut-aut, che impegna la persona nella sua indelegabile libertà personale, la libertà di scelta appunto, in un dramma assolutamente personale, in cui ne va del proprio destino eterno.

Così in "Aut - aut" Kierkegaard confronta due stili di vita che lui definisce: l'estetico e l'etico.
Essendo il tema centrale del libro, cercherò di delimitare bene questi due aspetti.

Con il termine estetico lui intende l'immediato e il piacere illusorio dei sensi, che è il punto di partenza della vita di ogni uomo.
Nella prima parte della sua opera Kierkegaard ci mostra una varietà di vite estetiche:
dalla più bassa che vive in balia dei sensi, e in questi si disperde senza mai impegnarsi eticamente, come viene ben esemplificato nella figura del "Don Giovanni" (di Mozart, hanno fatto anche il film!), all'uomo che si è reso conto del vuoto e della nullità di una vita puramente estetica, ma che, ciononostante, si aggrappa ancora disperatamente ad essa pur sapendo bene che quest'ultima può condurre solo alla disperazione.

Il libro è strutturato come una lunga lettera. Il mittente è un certo assessore Guglielmo, marito fedele, professionista laborioso ed onesto, combattente e ottimista che consapevolmente lotta per una buona causa e ha senza dubbio la forza di convincere i suoi amici e il mondo intero su quello che è il 'buono'.

Il libro inizia con il tema centrale che è appunto la scelta: o questo, o quello, aut-aut!
L'unico caso in cui non bisogna porre un aut-aut è in circostanze particolari; il vero problema è che ci sono persone alla cui personalità manca l'energia per poter fare una scelta.
Mentre riguardo ai giovani, dice che quando essi si trovano davanti al bivio della scelta, sentono i discorsi dei più anziani e la scelta è decisamente influenzata da ciò che loro dicono.
È sempre importante scegliere giusto, anche per le cose meno importanti, perché un giorno, con dolore, non si debba ricominciare dal punto di partenza (se va bene perdi solo del tempo, se no anche altro).
Quando tratta dell'argomento della scelta (aut-aut), l'animo dell'autore sprofonda nella serietà, restandone sconvolto. Sono parole importanti, bisogna darle il giusto significato.
Infatti non c'è da essere superficiali: bisogna smascherarsi, andare nel profondo di noi stessi, senza trucchi ("tu diventi misterioso per divertimento") se no poi non si riconosce più la propria personalità, si diventa irriconoscibili anche verso se stessi, e se si perde la capacità di manifestarsi, non si può più amare e ciò porta ad uno stato di infelicità. Per questo è necessario conoscere se stessi per amare.

La scelta è decisiva per il contenuto della personalità, la quale sprofonda nella scelta, e quando non si sceglie la personalità appassisce. Infatti anche nella quotidianità della nostra vita possiamo vedere che quelli più "appassiti" cioè che non spiccano tanto, hanno mille punti di domanda su tutto e vivono spesso seguendo la semplice ciclicità della vita senza farsi troppe domande e cercando di vivere il "teatro della vita" come dei semplici spettatori. Ciò è meno rischioso e li rassicura perchè non vengono messi in gioco. Infatti, seguendo questa metafora, se li si porta sul palco rimangono pietrificati e ciò non li aiuta; l'ideale per entrambe le parti (attori e spettatori)

Fotografie per Aut-aut (Sören Kierkegaard)
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Aut-aut (Sören Kierkegaard) Fotografia 4315554 tb
Mr. Kierkegaard
è interagire col pubblico rimanendo sotto i riflettori.
A parte questa riflessione personale, Kierkegaard dice che ciò che è scelto è in rapporto con chi sceglie, non è estraneo e se rimandi la scelta la alteri, perché nel rimandarla vivi alterando la tua scelta che diventa più difficile.
Se rimandi per troppo tempo va a finire che non hai più una scelta che puoi fare, perché hai scelto di non scegliere (e con questo magari altri han scelto per te).
È importante scegliere IN TEMPO e scegliere IL GIUSTO (se no c'è da cominciare da capo).

Ad esempio, come viene citato nel libro, se la tua vita è giunta ad un bivio "o prete o attore?" è necessario compiere una scelta sicura perchè condizionerà tutta la tua vita. E per essere sicuro di ciò, prima sei preso dall'entusiasmo per la prima professione e ti immergi in quel mondo e ne assumi le conoscenze sperimentandolo. Finito ciò diventi competente nel mestiere del prete, ma non ti sei fatto tale. Poi ti comporti uguale per la professione dell'attore. Ora sei pronto per scegliere...ma appare un'alternativa: perché non essere avvocato o giurista? (ha in comune qualcosa con l'attore e qualcosa con il prete). Ti rendi conto di esserti perso...dispersione della vita, un anno e mezzo in riflessioni per la scelta e concretamente non hai fatto un passo.
Dopo anni arrivi all'ultimatum: parrucchiere o contabile in banca?
Confuso ti lasci andare e non fai la scelta (che è una scelta estetica).
Ma la scelta estetica non è in realtà una scelta: scegliere è soprattutto un'espressione rigorosa ed effettiva dell'etica.

Ma perchè la scelta estetica non si può considerare una vera scelta? Perchè:
- o è spontanea e allora non è una scelta (es: seguire il cuore)
- o si perde nella molteplicità (es: si sceglie solo per i momenti della vita, non per la sua totalità)

L'aut-aut assoluto è tra bene e male. Inoltre ha importanza l'energia, la serietà, il pathos col quale si sceglie (anche se poi magari si sceglie sbagliato).

Quindi non si può parlare di una scelta estetica, poiché chi vive esteticamente non sceglie e chi, rivelatosi il mondo etico, sceglie il mondo estetico, non vive esteticamente poiché pecca e soggiace alle determinazioni etiche, anche se la sua vita deve essere determinata come non etica.

E' dunque l'etica che fa scelta una scelta.
Chi vive nella perdizione smette di vivere prima che la sua vita finisca, non si spaventa di fronte al problema dell'immortalità perché è già disciolto prima di morire. Essi non vivono esteticamente ma non hanno nemmeno rifiutato l'etica...questo indica che non sono né uomini etici ne uomini estetici.

Qualunque l'aut-aut è collegato con l'aut-aut assoluto: l'etica non indica la scelta tra il bene e il male, ma la scelta con la quale ci si sottopone o non ci si sottopone al contrasto di bene e male.
E' per questo motivo che non bisogna pensare che l'etica sia il bene e l'estetica sia il male.
Detto cos'è l'etica, ci manca da definire l'estetica; essa non è il male, ma è l'indifferenza; per questo l'etica fonda la scelta. L'importante nel scegliere di volere il bene o il male è il fatto di volere.

Per cui sorge un dilemma: quale vita è più elevata? Quella del filosofo o quella dell'uomo libero?
Se il filosofo è solo filosofo che non conosce la beatitudine della libertà, gli manca qualcosa di importante: egli conquista tutto il mondo ma per se stesso.
Questo non accadrà mai a chi vive per la libertà, per quanto possa perdere molte altre cose.
E' quindi molto importante sottolineare il tema della lotta per la libertà, per il futuro, per l'aut-aut; questo è il tesoro che l'autore intende lasciare ai posteri e a coloro che ama: "la libertà è un tesoro sepolto all'interno di noi, è un aut-aut che rende gli uomini più grandi degli angeli."

Come l'aver amato dà all'essere di una persona un'armonia che non viene mai persa del tutto, così scegliere dà all'essere di una persona una solennità, una calma dignità che non viene mai persa del tutto.

"L' aut-aut è in un certo senso assoluto poiché si tratta di scegliere o non scegliere. Ma poiché la scelta è una scelta assoluta, anche l' aut-aut è assoluto: in un altro senso però, l'assoluto aut-aut compare solo con la scelta; infatti, ora si mostra la scelta tra il bene e il male".

L'estetica nell'uomo è quello per cui egli spontaneamente è quello che è. L'etica è quello per cui egli diventa quello che diventa, che è una funzione crescente che parte dal basso con la condizione "quello che sono" seguita da "quello che voglio diventare" e dopo l'ascesa troviamo "quello che sono diventato".
Chi vive tutto immerso nell'estetica (vive esteticamente) vive sempre solo nel momento (non nella totalità) e ha una coscienza soltanto relativa e limitata di se stesso. Infatti è per questo motivo che come dicevo prima chi compie una scelta estetica in realtà non sceglie perchè si perde nella molteplicità senza guardare la totalità. L'esteta non possiede liberamente il suo spirito, manca di limpidezza. Pensa solo a godere la vita e la vive nel momento.

"La personalità immediatamente determinata non è spirituale, ma fisica. Qui abbiamo una concezione di vita che insegna che la salute è il bene più prezioso, quello intorno al quale ruota tutto il resto (la bellezza è troppo labile)"

Alcune concezioni di vita estetica insegnano che:
- bisogna godere la vita, ma metterne la condizione al di fuori dell'individuo. (es: ragazza innamorata di un ragazzo e viceversa, ma la condizione di amore è al di fuori dell'individuo)
- bisogna godere la vita, ma la condizione di questo godimento la troviamo nell'individuo stesso, però in modo da non essere posta da lui. La personalità qui è determinata come talento, e il godimento è cercato nello sviluppo di questo talento.
- godi la vita e spiega così il suo insegnamento (della vita): vivi il tuo desiderio. I desideri però in se stessi sono molteplici e in una sconfinata molteplicità, a meno che nel singolo i desideri non siano concentrati fin dall'infanzia in un desiderio unico che si potrebbe piuttosto chiamare inclinazione o propensione (es: per la caccia/pesca).

Chi vive esteticamente, ad un certo punto della sua vita esige una forma superiore nella quale esprimersi.
Se non la trova e quindi ferma questa ricerca e la reprime, subentra la malinconia.
Uno non si può spiegare perché è malinconico perchè se conosce il perché allora la malinconia è dissipata; la malinconia è un peccato, non è curabile perché è nello spirito.

Ogni concezione estetica della vita è disperazione, chiunque vive esteticamente è disperato (ancor di più se non lo sa). Si può essere disperati per la perdita di una cosa singola, nella quale l'individuo fa consistere tutto il valore della vita. Se questo singolo bene viene ridonato allora cessa la disperazione. (es: se un pittore diventa cieco, se in lui non c'è qualcosa di più profondo allora dispera per questo fatto di aver perso la vista. Se la vista gli ritorna non si dispera più).

Quindi perché una vita puramente estetica ci porta alla disperazione? Perché, secondo Kierkegaard, l'uomo ha dentro di sé qualche cosa d'altro, che non potrà mai essere soddisfatto da una vita puramente 'sensibile'. Questo qualche cosa d'altro è l'eterno. L'uomo è costituito dalla sintesi di due elementi opposti: corpo e spirito, temporale ed eterno, finito ed infinito, necessità e libertà. Nulla di finito come tanti soldi, l'amore della più bella fanciulla, l'intero mondo, può soddisfare l'animo umano che sente il bisogno dell'eterno.

Ecco qui una parte molto interessante che farà riflettere molti ciaoini...e lusingare molte ciaoine!
Spesso sono le donne che portano sulla retta via l'uomo (su 100 uomini 99 li aiutano le donne e 1 è salvo per grazia divina). E pensate che questo non l'ho detto io, lo dice proprio il buon vecchio Kierkegaard!

Per cui che devi fare per salvarti? ci sono tre vie suggerite:
- sposarti (e a questo proposito annuncio che sono single! eheh)
- lavorare, così dimentichi la malinconia (è un po' il nostro "canta che ti passa") => in realtà non la dimentichi la malinconia così!
- dispera! Capirai il significato della vita => la disperazione è quindi una scelta.

Se scegli di disperare, è importante che nel momento della disperazione non sbagli nel considerare la vita, perché se sbagli vieni solo condotto ad odiare il mondo, non ad amarlo, mentre quando nella disperazione trovi te stesso, amerai il mondo.

La disperazione è dunque il dubbio della personalità e il dubbio è una determinazione di necessità, la disperazione del pensiero.
Qual'è la differenza? Chi dubita può possedere in sé un valore positivo che sta fuori di ogni rapporto col suo pensiero. D'altra parte si vedono persone che hanno la disperazione in cuore anche se hanno vinto il dubbio. La disperazione è un'espressione molto più profonda e completa, il suo movimento è molto più ampio di quello del dubbio; disperazione è espressione di tutta la personalità, il dubbio solo del pensiero. Il dubbio sta nella differenza, la disperazione nell'assoluto.
Infatti per dubitare occorre del talento, per disperare no. Il talento è una differenza.

Ritornando al tema della scelta, quando scelgo in modo assoluto scelgo la disperazione.
L'assoluto è l'io stesso nel suo eterno valore. Scelgo in modo assoluto in quanto ho scelto di non scegliere questa o quella cosa ma di scegliere l'assoluto. Se scelgo altro all'infuori di me stesso scelgo una cosa finita e non l'assoluto.
Il me stesso è la libertà. Chi sceglie se stesso scopre che quell'io che egli sceglie ha una infinita molteplicità di sé, ha una storia nella quale egli è in relazione con gli altri ed egli è ciò che è solo attraverso questa storia...ci vuole del coraggio a scegliere se stessi, e poi lottare per la propria scelta e conquistarla. Questa conquista è il pentimento con il quale l'io ritorna in se stesso, ritorna nella famiglia, ritorna nella stirpe, finchè trova se stesso in Dio.

Cos'è mai l'uomo senza amore?
Ci sono diverse qualità di amore (es: per la madre, per il padre, per la moglie, per Dio). L'amore per Dio è il pentimento e "se non lo amo così, non lo amo in modo assoluto e quindi lo amo in modo sbagliato" (e qui Kierkegaard mostra chiaramente la sua educazione pietista). Se non vi fosse nessun altra ragione perché l'espressione del mio amore per Dio fosse pentimento, basterebbe il fatto che egli mi ha amato per primo.
Ogni amore ha la sua particolarità (non si può amare una fanciulla come si ama la propria madre e viceversa)
"L'amore per Dio ha la sua assoluta particolarità e la sua espressione è il pentimento. E cosa è mai ogni altro amore a paragone di questo? Solo un balbettio infantile."

Nella scelta tra bene e male, il male deve essere soppresso e il bene deve avere il sopravvento.
Il male forse non ha mai un aspetto più seducente di quanto appare così sotto determinazioni estetiche; occorre un alto grado di serietà etica per non voler mai accogliere il male in categorie estetiche.
La concezione estetica considera anche la responsabilità in relazione al mondo che la circonda, e l'espressione di questo è il godimento. Nello stato d'animo infatti è presente la personalità, ma è presente vagamente.
Quando l'individuo si è afferrato nel suo valore eterno, questo lo sommerge con tutta la sua pienezza. Le cose di questo mondo scompaiono per lui. Nel primo istante lo riempie una beatitudine indescrivibile che gli dà un'assoluta confidenza.

Il cristianesimo pone tutto sotto il peccato, cosa che il filosofo è troppo estetico per aver il coraggio etico di fare. Questo coraggio è tuttavia l'unico che possa salvare la vita dell'uomo.
La prima forma che prende la scelta è un perfetto isolamento. Infatti mentre mi scelgo mi apparto fuori della mia relazione con tutto il mondo, finchè giungo all'identità astratta con me stesso. La concezione di vita che appare ora è pertanto una concezione etica.

E' per questo che alla fine Kierkegaard respingerà entrambi i modelli di vita (etico ed estetico) per dedicarsi a quella che lui chiama la vera e unica scelta pura, quella della vita religiosa.

La vita del mistico è assai profonda: egli ha scelto se stesso in modo assoluto (lui però dirà che ha scelto Dio) secondo la propria libertà. Il mistico sceglie se stesso nel proprio perfetto isolamento, per lui tutto il mondo è morto e annientato, e l'anima stanca, cioè pentita di non aver cercato Dio prima, sceglie Dio e se stessa. La vita del mistico è tuttavia poco etica, perché fondata sul pentimento di non aver scelto Dio prima, e il suo agire è esteriore, quindi la sua vita ha un movimento e diventa dubbio se lo si può chiamare storia. La sua vita infatti manca di continuità, la quale viene prodotta dalla nostalgia. L'evoluzione della vita di un mistico è diventata lo spiegamento dell'innamoramento di Dio. La sua vera vita è la preghiera. La preghiera è l'espressione del suo amore, la lingua con la quale può rivolgersi alla divinità, della quale è innamorato...il mistico sceglie dunque la vita solitaria e spesso isolandosi distrugge ogni relazione con la realtà. (il misticismo non è la religiosità!)

L'errore del mistico è che non si sceglie bene; egli sceglie secondo la sua libertà, eppure non sceglie eticamente. Sceglie se stesso, ma fuori dal mondo, dalla realtà. L'uomo etico, scegliendo sé stesso, ha pensato di poter essere autosufficiente in quanto uomo, di non aver bisogno della salvezza e dell'aiuto gratuito (grazia) di Dio.
L'etica non vuole che l'individuo diventi un altro ma se stesso, non vuole distruggere l'estetica ma illuminarla. Perchè l'uomo possa vivere eticamente è necessario che divenga cosciente di sé tanto radicalmente che nessuna casualità gli sfugga.

Tagliuzzando un po'alcune parti pesanti, concluderei la mia opinione con l'apice a cui l'uomo dovrebbe mirare secondo kierkegaard. Prima di tutto viene esposto il concetto della fede descritta come un rapporto intimo, personale e diretto con Dio che pone l'uomo religioso in una situazione radicalmente differente da quella etica. La vita religiosa ha, per Kierkegaard, un carattere incerto, rischioso. Essa è una vita vissuta come scandalo e paradosso; l'uomo in questo caso sceglie di abbandonare la sua vita a cavallo tra estetica ed etica per entrare in una nuova dimensione dell'esistenza.

Abramo è l'eroe religioso, il simbolo della vita religiosa, come lo era stato il Don Giovanni per la vita estetica. Egli accetta il rischio della prova impostagli da Dio: il sacrificio di Isacco, il figlio tanto atteso e tanto amato (non mi soffermo sull'episodio che penso sappiano tutti). Dal punto di vista etico della legge morale, Abramo è soltanto un folle, e il suo gesto è da pazzo: se sacrifica Isacco, è solo un assassino e inoltre si priva di ciò che ha sperato con sua moglie per anni e anni. Abramo rischia di uccidere suo figlio, il bene più amato. Egli non è certo che Dio fermerà la sua mano. In questo caso sì che si può dire che fosse un dubbioso!!
Agli occhi del mondo il suo gesto religioso è assurdo (e qui infatti viene mostrata la versione paradossale di questa scelta per nulla in relazione con i tipi di scelta precedenti).
Come tutti sanno Dio ferma la mano di Abramo, l'uomo di fede (l'azione di Dio è del tutto gratuita, perchè Abramo comunque non è mica certo che Dio gli impedisca all'ultimo istante di sacrificare il figlio, infatti è un'alternativa alla quale lui nemmeno pensa vagamente).
La fede consiste proprio in questo rischio, nell'accettare la prova, anche a costo di venir derisi o perseguitati per la propria profonda convinzione.

La vita religiosa costituisce per Kierkegaard l'unica via per eliminare la disperazione e l'angoscia del singolo (esteta o etico che sia). Solo essa è per Kierkegaard "l'esistenza autentica".
L'uomo religioso è infatti un singolo che sceglie di essere sé stesso, ma non si illude della sua autosufficienza (come invece faceva il mistico), ed anzi riconosce la sua colpevolezza, finitezza e dipendenza da Dio. La fede restituisce senso alla vita, altrimenti vuota, inutile e fallimentare.

Certo questa concezioni di vita è paradossale proprio nel fatto che l'uomo vuol riconoscersi come un essere finito, limitato nello spazio e nel tempo e nelle potenzialità, dotato di valore e tuttavia costretto a riconoscersi peccatore e dipendente da Dio.

Perché Dio fatto uomo dovrebbe quindi morire per noi? Sembra quasi assurdo ed è qui che Kierkegaard riprende il tema della "follia della croce" dichiarando il cristianesimo come una dolce follia (e questo si collega inevitabilmente con il libro Elogio Alla Follia di Erasmo da Rotterdam).

Eppure, dobbiamo avere il coraggio e l'umiltà di credere nonostante l'assurdità. Per Kierkeraard solo la fede salva e quindi questo libro è, oltre che uno stimolo per la riflessione, un invito a porsi sul cammino della vita religiosa. Infatti questo libro non si occupa di offrire prove e dimostrazioni dell'esistenza di Dio, non vuole chiarire i misteri della religione servendosi della ragione.

"Aut-aut" ci mostra solamente come la scelta religiosa conduce a una "metanoia" (cioè una rivoluzione interiore) che spegne l'insensatezza del vivere.
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scanner2

scanner2

13.08.2007 16:02

bella opinione...

ioana140614

ioana140614

29.07.2007 12:10

sono ripassata e ho cambiato il voto in quello che meritavi per la tua eccellente opinione

bobbyturner

bobbyturner

21.07.2007 14:26

le selte condizionano la vita... fantastica opinione

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