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I sentieri selvaggi del cosmo
Vantaggi Effetti mirabolanti...
Svantaggi ... che prevalgono sulla storia.
Dettagli
| Genere | fantascienza |
|---|---|
| Età minima | per tutti |
| Regia | buona |
| Attori | convincenti |
| Sceneggiatura | mediocre |
| Colonna Sonora | appropriata |
| Qualità Video (DVD): | OTTIMA |
continua
Trama
Nel 2154 l’umanità ha scoperto il lussureggiante pianeta di Pandora ed è partita alla sua conquista. Il corpo celeste è ricco di un minerale preziosissimo, l’Unobtanium (o qualcosa del genere), quotato, se non ricordo male, 20.000.000 di dollari al chilo. Il pianeta è però abitato da una popolazione umanoide, i Na’ avi che, benché ferma ad uno sviluppo pre - tecnologico si oppone con archi e frecce allo sfruttamento. Gl’invasori terrestri sono divisi tra due linee di comportamento: gli scienziati cercano in qualche modo di entrare in contatto con i nativi, i militari vorrebbero farne piazza pulita. La decisione, sperò, spetta alla direzione della spedizione, nelle mani delle compagnie minerarie… e sono loro che pagano tutti, marines compresi. L’umanità ha sviluppato una tecnologia in grado di sviluppare gli Avatar, corpi Na’avi geneticamente modificati (OGM?) controllati telepaticamente dal loro “omologo” umano. In questo modo, oltre a sopravvivere nell’ostile ambiente di Pandora, gli umani tentano di stabilire contatti più stretti con i Na’avi (e, possibilmente, a schiodarsi da sopra i giacimenti di Ubtanium). Lo scienziato Sully dovrebbe “pilotare” un Avatar, ma muore prima del tempo, ucciso in un vicolo. Lo sostituisce il gemello Jack, un marine rimasto infermo e costretto a muoversi su una sedia a rotelle ma che ha il vantaggio di essere geneticamente e quindi telepaticamente compatibile con l’avatar. Spedito su Pandora e connesso telepaticamente al proprio Avatar, Jack viene ufficiosamente richiesto dal comandante militare, il colonnello Quaritch, della spedizione di raccogliere più informazioni possibile sugli alieni… ovviamente a scopo bellico. Durante la prima missione, Jack si perde nel bosco e, salvato dall’aliena Neytiri, stabilisce con i Na’ avi un contatto più profondo di quanto avrebbe potuto immaginare.
Sono perfettamente d’accordo (e forse farei bene a chiudere qui l’opinione, ah ah)
Ma perché una così stretta connessione col western? Io un’ipotesi l’avrei.Il film di fantascienza, come lo concepiamo oggi, nasce negli Stati Uniti e gli Stati Uniti sono nati conquistando gli spazi dell’ovest americano. Sostituite lo spazio dell’ovest americano con lo spazio siderale ed avrete la chiave per molti film di fantascienza e non solo. L’incipit di Star Trek non è forse “Spazio: ultima frontiera?”.
Così come il western ha subito una parabola etno – ecologista (oltre al già nominato “Balla coi lupi”, citerei i meno recenti “Soldato blu”, “Un uomo chiamato cavallo”, ma anche – perché no? – il western ecologista di Clint Eastwood “Il cavaliere pallido”), anche il film di fantascienza ha seguito lo stesso percorso. E non da oggi.
Torniamo ad “Avatar” e notiamo allora come le cose in parte restino le stesse ed in parte cambino.
Il messaggio, qui, non è più (o non solo) pacifista, ma ecologista. Potenza, forse, della green economy dell’era Obama, ma anche – speriamo – di una più radicata coscienza ambientale.Poco conta parimenti che il messaggio ecologista sia cercato o no. A mio parere, quasi sicuramente lo è, ma questo non toglie valore alla pellicola. Buon regista è anche chi intercetta le aspettative del pubblico e le traduce in immagini.
A tale proposito non può negarsi la bravura di Cameron che sa quali sono i punti di pressione psichica del pubblico e picchia duro con un cazzotto in 3D. A noi europei forse meno, ma sono sicuro che, a qualche americano, la caduta dell’albero grattacielo – con la cenere che, complice la nuova tecnica, pare davvero invadere la sala – avrà ricordato un altro crollo, di appena nove anni fa.Certamente, non credo sia casuale la scelta di Sigourney Weaver (fa un certo effetto vederla col mascellone blu) che, dopo aver avuto a che fare con quel simpatico mostriciattolo di Alien (a proposito, il regista del secondo film della serie è proprio Cameron) si converte all’ecologia, pur mantenendo il suo tono burbero di fondo (fuma – cosa sempre più rara nei film – e sostiene “Sono una scienziata, non credo nella favole”).
Passiamo ai militari.Proseguiamo con gli alieni.
Un po’ Sioux, un po’ elfi, un po’ felini, i Na’avi hanno mimica facciale assai espressiva e movenze molto naturali, ma, dai tempi di Gollum, la tecnica motion capture ci è ormai familiare… sorprendente come l’effetto sorpresa svanisca presto, vero? qui però ha il supporto del 3D. La loro filosofia / religione ci ricorda, nello stesso tempo, il Manitou degl’indiani d’America, la Gaia di Ray Lovelock, la Forza di cui parlava George Lucas ed altro ancora: un concetto facilmente intuibile e altrettanto difficilmente definibile. A proposito, l’idea di massima ci è gia fornita quando, alla sua apparizione sulla scena, la Na’avi Neytiri, per soccorrere lo scapestrato Sully, trafigge una bestia che l’ha attaccato. Dopo aver dato il colpo di grazia alla creatura, l’aliena mormora una sorta di preghierina di scuse. La scena – e la preghierina – sono quasi identiche a quelle che aprono “L’Ultimo dei Mohicani”, nel quale, non a caso, il protagonista Hawk Eye è in bilico tra natura e cultura, cosiddetta civiltà e cosiddetta barbarie (e, ancora una volta, dobbiamo andare alle radici del sogno americano). Sono sicuro che il marketing saprà creare folle di appassionati pronti a riempire la cultura Naa’avi, a posteriori, di contenuti.
Anche l’evoluzione psicologica del protagonista è assai prevedibile e, sin da quando la bella Neytiri appare, si capisce quale esito avrà l’educazione eco – sentimentale del protagonista. Come di prammatica, il terzo incomodo tra Sully e Neityri avrà il buon gusto di morire in eroica azione bellica a difesa della Patria. Dulce et decorum est.
Dal punto di vista (fanta) – scientifico la credibilità del film è scarsina. A parte la lacunosità nello spiegare il rapporto tra l’avatar ed il suo controllore, a parte la scarsa plausibilità di alieni antropomorfi (ma questo è peccato veniale), mi volete spiegare come fanno delle rupi di solida roccia a galleggiare a mezz’aria? Colpiscono la vista come un maglio, è vero, ma basta questo per violare le leggi della fisica di un pianeta tutto sommato assi simile alla terra? E ancora: perché solo i Na’avi hanno solo quattro arti, mentre quasi tutti i vertebrati del pianeta ne hanno sei? E ancora: come fa un volatile grande come uno shuttle a volare? Il Quetzalcoaltus, il più grande essere volante mai esistito, aveva probabilmente un’apertura alare di circa otto metri e, quasi sicuramente, non era capace di volo battuto (come sembra esserlo il Toruk). Bassa gravità? Eppure gli uomini, anche senza ausili, si muovono come sulla terra… e chissà che cos’altro si potrebbe dire.Insomma: il limite di “Avatar” non sta tanto nella banalità dei contenuti – fosse per questo, quanti film varrebbe la pena vedere? – quanto nel sacrificare gli stessi ad una tecnica obbiettivamente sorprendente. A pensarci bene, è una contraddizione non da poco per un film che ha un contenuto “verde”. È, d’altronde, il marchio di fabbrica di Cameron, non solo dai tempi di Titianic, ma da quelli di “Aliens” che è un film di guerra ben diverso dall’angosciante, claustrofobia pellicola di Scott.
C’è molta più metafisica (in senso lato) in moltissimi film western, seppure spettacolari, come (ne cito uno fra tanti) “Sentieri selvaggi”, dove la porta che si chiude alle spalle di John Wayne, alla fine del film, lo esclude, relegandolo nel suo ruolo di abitante degli spazi senza tetto né legge, dal consorzio umano.Altrettanto si dica per molti film di fantascienza. Ne cito uno a caso “Il Pianeta Proibito” (1956). Anche in questo caso gli effetti speciali erano, per l’epoca, sorprendenti (il robot Robby diverrà una specie di icona), ma nel film, liberamente ispirato alla “Tempesta” di Shakespeare, l’incontro con la civiltà aliena (estinta) dei Krell era occasione per sondare le profondità, poco rassicuranti, dell’animo umano e, in esse, trovare una sorta di comunanza coi superbi Krell e, da ciò, ricavare un monito per il futuro della nostra specie.
Ma sto divagando…Un Oscar ad Avatar per gli effetti speciali (gli stessi che mi fanno attribuire a questo film quattro stelle) sarebbe meritato.
Ma solo quello.
Quando i fratelli Lumiere, nel 1896, proiettarono in un cinema il primo film, riprendendo un treno che arrivava in stazione, la gente fuggì, temendo di essere travolta.
Tutto sommato, col 3D l’idea è sempre quella.
Il fatto è che le tecniche di ripresa passano, le storie rimangono.
Sia che le si narri attorno al fuoco, sia nel buio di una sala di proiezione.
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era67 25/02/2010 10:36
quante citazioni del mio amato john.... the duke.... ottima recensione
paola111 22/02/2010 15:23
lo vedrò senz'altro.Ottima descrizione ed analisi!
roby1984it 22/02/2010 09:11
sabrys 21/02/2010 17:32
ripassata :)
Una descrizione stupenda...ritornerò..appena carica..ciao