Baaria - La porta del vento (G. Tornatore - Italia 2008)

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Baaria - La porta del vento (G. Tornatore - Italia 2008)

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(Si descrivono tratti del racconto e delle scene usate per narrarlo: in generale, inoltre, ci si dilunga davvero in misura mai registrata prima, della qual cosa mi scuso) (Il film, contrariamente alle indicazioni poste nel titolo della categoria su questo sito, non è dello scorso anno [2008] ... Leggi l'opinione





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1-6 di 24 opinioni    
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Due ragazzi che si corrono incontro
Una Opinione di brest su Baaria - La porta del vento (G. Tornatore - Italia 2008)
06.10.2009


La valutazione di questo autore:   


Vantaggi: Tanto, troppo bellissimo cinema .
Svantaggi: Il racconto scorre ruvido sulla superficie di un monumento .

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Opinione completa

(Si descrivono tratti del racconto e delle scene usate per narrarlo: in generale, inoltre, ci si dilunga davvero in misura mai registrata prima, della qual cosa mi scuso)

(Il film, contrariamente alle indicazioni poste nel titolo della categoria su questo sito, non è dello scorso anno [2008] ma di questo [2009], e comunque tristemente si sa: anche su ciao, non ci sono più le categorie di una volta)

I mille passi, le corse, i sogni e le sconfitte della famiglia Torrenuova nella fiorente e miserabile Bagheria, dagli albori agro-imperiali del Ventennio allo smog da traffico del ventunesimo secolo: attraverso tutto questo vola la corsa reciproca e opposta, nello spazio e nel tempo, di Giuseppe (Francesco Scianna da adulto, Giovanni Gambino da bambino e Davide Viviani da ragazzo) e del suo primogenito Pietro (rispettivamente Marco Iermanò, Giuseppe Garufi e Alessandro Sciortino); prima ancora, palpita la vicenda umana, sociale e antropologica di una Sicilia scossa dalle tante e sempre più rapide accelerazioni della Storia, di continuo ferita da loro e a loro ostinata e indifferente; dentro, dentro gli anni e i decenni e i troppi giorni di sole e fame abitano le tumultuose vite di tante persone e infinite donne, che con riluttanza si scambiano il testimone da figlie a vedove, da bambine a madri e nonne, per sfamare consolare curare tentare di proteggere il popolo di bambini troppo presto uomini dati in pasto alla guerra e alla pace, alla propaganda politica e alla mafia, al verdetto delle pietre e alla tramortita trottola del tempo.
Tra cinema e vita, tra morte e sopravvivenza, tra sole e mare, il suono di un nome fenicio che i secoli hanno cambiato così poco: Baarìa.

TORNA A CASA, BEPPE
Giuseppe Tornatore, fedele al suo cognome, torna.
Torna sulle sue orme di bambino e giovane uomo, torna sulle impronte ormai quasi svanite di “Nuovo Cinema paradiso” (1988) e “L’uomo delle stelle” (1995), entrambi splendidi affreschi di nostalgia malinconica, e anche su quelle griffate del superfluo “Malèna” (2000), inno piuttosto al corpo femminile e a una certa idea di erotismo represso, ma fondamentalmente ad anni luce dai primi due quanto a originalità e poesia.
Se Tornatore torna al cinema, ci torno anch’io a vederlo: nel 2006, folgorato dalla positiva sorpresa de “La sconosciuta”, perdonai il cinquantatreenne premio Oscar sia per “Malèna” che per il a me parzialmente indigesto “La leggenda del pianista sull’oceano” (1998, peraltro un successone), e mi ripromisi che sarei stato molto attento alle sue prossime realizzazioni.
Eccoci qui allora: Giuseppe Tornatore canta con tutta la potenza lirica del suo ‘tono di voce’ (cinematograficamente carusiano) una saga di quotidiana crudele normalità, in una terra in cui nulla riesce ad essere normale. Come nella Macondo di García Marquez, a “Baarìa” le storie si susseguono incredibili e cicliche, forti di una sorta di magica resistenza allo scricchiolio della terra e del cielo: figli generano padri che tornano bambini prima di morire; madri custodiscono virtù tenacemente determinate a farsi violare; figlie si specchiano in bisavole profetesse e mendicanti, per poi sposare con ‘fuitina interna’ (ovvero serrati in casa di lei in assenza dei genitori, anziché spersi in campagna o chissà dove) l’eletto d’amore.
Bambini corrono, corrono ovunque, inafferrabili come greggi alate.

ANVEDI CHE CAST
Controllate la scheda, e vedrete che è chilometrica: ci credo, il furbo Tornatore ha reclutato un esercito di celebrità (perlopiù sicule, ma non solo) sia per dare il senso di un vero affresco corale, sia - secondo me - per disseminare le due ore e mezza di film di tanti gustosi specchietti per le allodole, inducendo il pubblico al coinvolgente gioco di riconoscere quanti più prestigiosi cammei possibile. Ce n’era davvero bisogno? Voglio dire: un conto è ammirare Aldo Baglio in una breve comparsata perfettamente inserita nel contesto, un altro scorgere la bellissima superfluità di Laura Chiatti e Monica Bellucci che ammicca da uno sguardo tagliente o da un decolleté capezzolare, senza che questi godibili momenti abbiano una qualsivoglia funzione nel flusso di un racconto che, come detto, già si presenta fluviale.
Malgrado i tanti nomi in cartellone, sono gli attori meno conosciuti (quindi dal cachet più basso) a ricoprire i ruoli chiave del film: il Richard Gere della Trinacria Francesco Scianna (nella parte del protagonista) e l’ex-fotomodella Margareth Madè (in quella della sua dolce controparte, Mannina), entrambi accuratamente corregionali del regista, attraversano la maggior parte del minutaggio baciati da primi piani che ne esaltano la diacronica fotogenia: tutti i bimbi impiegati si fanno onore, e tra i tele-big più in vista meritano di essere segnalati, nei ruoli di più lungo periodo, Salvatore Ficarra e Valentino Picone, e in quelli di più ristretta visibilità Leo Gullotta e Nino Frassica, mentre della caratura di gente come Corrado Fortuna (geniale il suo Guttuso) ed Enrico Lo Verso (il pastore, primo maestro di Peppino), già si sapeva.
Degne di menzione, infine, le dure madri di Lina Sastri e Angela Molina, mentre nel suo ruolo ho trovato sacrificatissima la bella Nicole Grimaudo, forse troppo compressa e ingrigita per dare il meglio di sé.
In tutto questo, solo un’inevasa domanda solca la mia mente: perché manca la messinese Maria Grazia Cucinotta?

L’IMPERFETTA FUSIONE DEL TRASCORRERE DEI TEMPI
Peraltro, i timori dei più attenti si sono puntualmente rivelati fondati: ancora una volta, quando il talento di un bravo regista combatte contro l’esigenza (del regista stesso) di scolpire una sorta di ‘Colonna Traiana’ di celluloide contenente una debordante quantità di materiale narrativo, il risultato finale è sempre - nel migliore dei casi - un po’ al di sotto delle pur legittime ambizioni dell’artefice.
Nel decimo lungometraggio di Giuseppe Tornatore è strizzato un flusso così immane e impetuoso di eventi, tempi, coincidenze storiche e cronologiche, passaggi epocali e ciclici ritorni che da qualche parte, per una sorta di legge fisica, la tensione e l’unità del racconto vanno a perdersi, come acqua da un camion cisterna un po’ vecchiotto che sbuffi su mulattiere per arrivare in quei paesi (ne esistono ancora, nel nostro Sud) periodicamente vittime della siccità.
Ciò che scarseggia in questo filmone, seppur occasionalmente, è la focalizzazione sui rapporti consequenziali dei tantissimi episodi che nel film si succedono senza nemmeno una loro unità di tempo (nel senso che il racconto, pur incentrato sulla storia di Peppino Torrenuova, dai suoi ascendenti alla sua progenie, è costruito come un puzzle su livelli temporali diversi), e talvolta le suture logiche tra periodi e momenti vicini o lontani sulla scacchiera del calendario si capiscono meno, o sono come risucchiate dalla fascinazione filmica degli episodi o attimi che dovrebbero funzionare da ponte tra gli uni e gli altri.
Il risultato è che, a fronte di una fotografia superba, di un lavoro dettagliato e apprezzabile su scenografia e costumi, e di una colonna sonora ‘col pilota automatico’ del compositore ufficiale di Tornatore, Ennio Morricone (ormai tanto veterano nella musica da film da sfornare sempre le stesse struggenti melodie), il contenuto primo dell’opera filmica, ovvero la storia, si offre a noi zigzagante e sfuggevole, facendoci apprezzare sì molti degli infiniti segmenti che la compongono, ma a volte impedendoci di seguire con la giusta attenzione e partecipazione il fil rouge che l’attraversa e la ‘significa’.
In tale ridondante fiume spiccano allora più le ‘chicche’ incastonate nella struttura (i neonati andati a pesare dalla fruttivendola, un caffè bevuto in due un sorso a testa, le frattaglie elemosinate dal macellaio ‘per il gatto’ quando invece servono per non morire di fame) anziché la struttura stessa, che con molta ariosa ambizione vorrebbe essere la parabola esistenziale di una genìa di uomini (nella cui ingenuità, buona volontà e delusione GT certamente s’identifica) che vollero vivere ‘dalla parte giusta’, scegliendo chi rappresentava il riscatto e la modernità (il Pci) di fronte all’interessato immobilismo dei notabili e di Cosa Nostra, che tra un appalto e un’ammazzatina solidificarono il radicamento elettorale della Dc.
Ma poiché l’amalgama emotiva di tutto l’impasto non elimina grumi e distorsioni, invece di farsi ipnotizzare dalla suasiva bellezza del Tutto, è più probabile che il pubblico sia colpito da alcuni paradossi delle singole parti, tra i quali cito solo il diseguale, rallentatissimo e quasi invisibile invecchiamento di Peppino e Mannina, davvero un po’ troppo poco credibile per non suscitare perplessità: del resto, è proprio così che si esprime l’imperfetta fusione del trascorrere del tempo, contemporaneamente punto di forza e tara incurabile del film.

DIFESA D’UFFICIO
Sul capitolo-polemiche mi piacerebbe tantissimo sorvolare con la semplice constatazione che, nella stragrande maggioranza dei casi, chi le genera e/o le alimenta non ha visto il film: se “Baarìa”, con tutta la sua splendente e polverosa eredità di pregi e difetti, dev’essere giudicato anticomunista per una battuta pronunciata dal protagonista in una sequenza di dialogo della durata totale di sette secondi, o se Tornatore deve essere crocefisso per aver mostrato (anche qui in un’inquadratura di fulminea brevità) l’uccisione di un bovino avvenuta alla maniera della Sicilia arcaica di ottant’anni fa, allora vien proprio voglia di lasciarsi cadere le braccia.
Sulla prima querelle , quella ‘politica’, dirò solamente che è nata da una dichiarazione del (o attribuita al) nostro premier, che è anche produttore e distributore del film tramite la sua società Medusa, e dunque so di poter essere esonerato da ogni ulteriore commento in merito; sulla seconda, quella ‘animalista’, almeno più giustificata dal contenuto del film, mi permetto di difendere fieramente l’operato dell’autore: poiché la sua pellicola è ambientata in un luogo e in un’epoca di cui il pubblico attuale nulla sa, è importante escogitare modi con i quali tuffare gli spettatori sin dentro i dettagli più ripugnanti e desueti di quella vita remota e selvaggia a cui il progresso politicamente corretto (fortunatamente, sotto molti punti di vista) ci ha reso completamente alieni.
Uccidere il manzo con un punteruolo in fronte e poi aprirne il collo per berne il sangue come in un rituale di medicina aborigena è precisamente quell’immagine ‘forte’ (dunque efficace, autentica e memorabile) così radicalmente lontana dalla sensibilità odierna da poter essere usata dal pubblico come ‘porta’ emotiva per entrare in un mondo sconosciuto, misterico, denso della saliva viscosa di un richiamo ancestrale che continua a provocare in noi ribrezzo, sì, ma anche quel turbamento speciale che circonfonde ogni azione dell’uomo quando risale a radici che nemmeno immaginava di avere. E che invece ha.
E poi, fatemi capire: il bovino sì e la gallina no? In “Baarìa” si assiste anche alla classica scena, stavolta molto più comune in ogni campagna del nostro paese, della donna che tira il collo alla gallina prima di spennarla. La sequenza dura anche qualche secondo in più di quella della famigerata macellazione di cui sopra. Ebbene, facciamo del razzismo viviparo? La sofferenza di un animale vale di più se è un mammifero perché allora è più simile a noi uomini dominatori del mondo? Perché della povera gallina non si è occupato l’associazionismo militante?
Lo so, sono questioni di lana caprina (tanto per rimanere in tema), ma ribadisco la mia solidarietà al regista almeno finché non mi si dimostri con l’assoluta spietatezza dei fatti concreti che l’animale inchiodato e sgozzato era il cucciolo domestico di una famiglia tunisina rubato dai cattivi cineasti e sacrificato sull’altare dello show-business: in ogni altro caso, sappiate che la produzione stipendia profumatamente persone incaricate di comprare tutto ciò che serve al film (dunque anche bestiame, in questo caso), e che mi sembra molto poco logico che dei cinematografari di professione, allenati a risolvere con economica praticità i mille problemi del set, vadano a comprare un animale che di per sé non fosse già normalmente stato destinato a quella fine per scopi alimentari che spero non ci sogneremo di contestare.
Altrimenti, chi s’intestardisce a credere che la carne con cui riempie pacificamente e civilmente il proprio carrello di supermercato provenga da animali uccisi con grazia, cortesia e infinita sensibilità, si faccia per piacere un giro nei nostri macelli, e poi mi racconti cosa fanno le mucche, i cavalli e i maiali quando sentono (perché lo sentono) che qualcosa di sinistro sta loro accadendo.
Davvero, non volevo ammorbarvi, e Tornatore non ha certo bisogno di un avvocato scalcinato come me: tengo solo a ribadire che certe polemiche sono eccessive come intensità, inappropriate quanto a pertinenza e sbagliate rispetto al contesto artistico (il cinema) e culturale (l’occidente rispettoso e zoofilo vs. altre civiltà meno evolute sul tema) nel quale vengono scatenate con un misto di buone intenzioni, furore ideologico e ingenuità da anime belle che - ahimé - semplicemente non appartiene più alla realtà dei nostri tempi.
Chiuso.(*)

SIPARIO
Tornando a noi, e a voi, beh, andateci. Lo so, lo so: sono parzialmente d’accordo con chi sottolinea del film la ponderosa lunghezza, il didascalismo talora superfluo, le tante e forse troppe digressioni manzoniane. Tuttavia, pur accogliendo molte delle perplessità che sento in giro e leggo nelle recensioni della grande stampa, insisto nel dire che “Baarìa” contiene troppo grande cinema per essere snobbato, e troppe idee e informazioni e suggestioni perché almeno alcune di esse non germoglino in emozioni e commozione dentro chi il film lo vede, e lo vive.
Certo, questo monumentale testamento tornatoriano non ha la compattezza narrativa e il formidabile rigore stilistico dell’altro e a mio avviso più grande capolavoro sulla storia sicula, ovvero “Nuovomondo” (2008) di Emanuele Crialese, ma resta comunque un film fondamentalmente onesto, gonfio di poesia dello sguardo e del racconto, appesantito da un bagaglio sontuoso, ricchissimo, dentro cui è un piacere e un'emozione rovistare di continuo. Per capirci: sta una spanna sopra a un filmone hollywoodiano di quest’anno (“Il curioso caso di Benjamin Button”) che, per spessore d’allestimento, pretese poetiche e raffigurazione storica ha più di qualcosa in comune con “Baarìa”.
Pertanto, voto decimale di promozione larga, raccomandazione alla visione e benevolenza per il Cinema che ha il coraggio di dotarsi della ‘c’ maiuscola senza complessi e sensi di colpa.

COSA RESTA
Resta la corsa reciproca e inversa di due bambini quasi ragazzi, quasi uomini. I loro passi concitati non possono intrecciarsi, o sovrapporsi, perché impronte di tempi diversi, e diversamente irraggiungibili.
Ma c’è un solo piccolo attimo, in cui pare si scontrino, e invece si schivano o si attraversano come fantasmi, forse avvertendo appena l’aria mossa in direzione contraria; in quell’attimo senza saperlo erano sul punto di abbracciarsi, ma poi fuggirono, fuggirono verso il loro comune destino.

SCHEDA: BAARÌA (Ita 2009, 150’). Regia, soggetto, sceneggiatura e montaggio: Giuseppe Tornatore. Fotografia: Enrico Lucidi. Scenografia: Cosimo Gomez, Maurizio Sabatini. Costumi: Luigi Bonanno. Musiche originali: Ennio Morricone. Con Francesco Scianna, Margareth Madè, Angela Molina, Nicole Grimaudo, Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Corrado Fortuna, Enrico Lo Verso, Giovanni Gambino, Davide Viviani, Mariangela Di Cristina, Giuseppe Garufi, Gaetano Sciortino, Giuseppe Russo, Maurizio San Fratello, Valentina Rubino, Desirée Rubino, Anna Faranna, Marco Iermanò, Vincenzo Salemme, Beppe Fiorello, Donatella Finocchiaro, Lina Sastri, Luigi Lo Cascio, Raoul Bova, Giorgio Faletti, Leo Gullotta, Aldo Baglio, Nino Frassica, Paolo Briguglia, Enrico Salimbeni, Luigi Maria Burruano, Michele Placido, Tony Sperandeo, Laura Chiatti, Monica Bellucci. (Voto: 7)

(*) A puro titolo di menzione storica, cito i seguenti titoli tutti giudicati unanimemente dei capolavori, nei quali un secondaggio ben più significativo è assegnato a sequenze di animali violentemente uccisi: “Andrei Rublev” (Andrei Tarkovskij, 1966), con la scena del cavallo che scivola dalla scalinata di una casa saccheggiata; “L’albero degli zoccoli” (Ermanno Olmi, 1978) in cui si assiste allo scannamento e dissanguamento di un maiale; “Apocalypse Now” (Francis Ford Coppola, 1979), nel quale è celebre lo smembramento di un bue bianco da parte di una tribù di indigeni nella giungla indocinese. Nessuno si è mai sognato di chiedere boicottaggi, rappresaglie, vendette e azioni della magistratura per questi tre colossi del cinema moderno.
Dice: ma oggi siamo nel 2009, grazie agli effetti speciali digitali sarà pur possibile riprodurre una scena così cruenta senza uccidere un povero animale. Rispondo che a) non è necessariamente vero, Tornatore non aveva bisogno della digitalizzazione di fanta-battaglie con mostri alla Tolkien/Jackson, ma di una specifica e unica scena di piano ravvicinato, e se ha scelto quel modo e non un altro di riprodurla avrà avuto le sue buone ragioni (pratiche, estetiche, di realismo o anche solo di costi ragionevoli, visto che già la troupe si trovava in Tunisia per ben altre ricostruzioni di scena e d’epoca: credete davvero che il cattivo Tornatore abbia solcato furtivamente il Canale di Sicilia solo per poter uccidere uno sventurato bovino?); e b) ragazzi, occorre ragionare: si tratta di un manzo e i manzi (noi e i tunisini) che ci piaccia o no generalmente ce li mangiamo. Nessuno ha seviziato e squartato davanti ai nostri occhi un animale domestico tipo cane, gatto o canarino. Chiedo di nuovo scusa ai sensibili sul tema, ma questa è la mia rispettosa e sincera opinione.
   

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