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Opinione

per Barry Lyndon
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5 Stelle Apologia e rovina di un gentiluomo irlandese
54 su 54 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi Assolutamente tutto il film

Svantaggi ---

Dettagli

Qualità Video (VHS): MOLTO BUONA
Qualità Audio (VHS): MOLTO BUONA

L'autore

cantona Dal 10 mar 2001

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“I fatti narrati accaddero durante il Regno di Giorgio III: belli o brutti, ricchi o poveri, buoni o cattivi, tutti hanno avuto la stessa sorte”

La caustica e velenosa frase con la quale si chiude “Barry Lyndon” rappresenta l’ultima pennellata su una tela magnifica, un’opera d’arte pittorico-foto-cinematografica diretta nel 1975 da Stanley Kubrick.
Chiunque si appresti ad analizzare una qualsivoglia pellicola del regista newyorkese ha l’imprescindibile obbligo di discernere lucidamente almeno due fondamentali aspetti delle sue opere (specchi quanto mai fedeli della sua sconfinata personalità): la concezione filosofica e la qualità formale. Questa separazione quasi chirurgica tra ’umanistica’ e ‘tecnica’ è sicuramente un’operazione ardua, forse insufficiente, ma assolutamente necessaria per fare quanta più luce possibile sull’immenso genio di Kubrick.
Forse solo nel precedente “2001 – Odissea nello spazio” questi due aspetti della cinematografia kubrickiana risultano più intimamente intrecciati: la comparsa muta di un monolito che segna un percorso tra i pianeti, un osso volteggiante nell’aria che si trasforma in un’ultratecnologica navetta spaziale, una musica di valzer che dà ‘voce’ al silenzio del cosmo. Immagini prive di battute che valgono più di un’intera sceneggiatura ‘parlata’, messaggi subliminali di pacifismo e senso della vita tradotte in scene al limite del visionario, intensamente liriche, tecnicamente superbe, sicuramente insuperabili.
In effetti Kubrick non ha mai fatto segreto del suo sviscerato amore per il cinema muto, esternandolo apertamente sia nelle sue (rarissime) dichiarazioni pubbliche, sia attraverso i suoi più importanti lavori, in cui risulterebbe impossibile trovare il benché minimo dialogo superfluo, anche solo una parola senza un significato profondo. E “Barry Lyndon”, tra le sue opere, ne è la più alta testimonianza. Memorabile ed estremamente esplicativa è la scena in cui Barry seduce Lady Lyndon al tavolo da gioco: tre minuti di sguardi intensi incorniciati dalla luce soffusa di alcune candele e dalle note di Schubert, che culminano senza alcuna battuta in un bacio appassionato.
Una messa in scena assolutamente strepitosa, nella quale si possono evincere alcuni degli aspetti tecnici più importanti dell’intera pellicola. Ad esempio la fotografia, elemento essenziale in “Barry Lyndon” in quanto Kubrick si era messo in testa di girare l’intero film senza l’ausilio della luce artificiale, ma servendosi esclusivamente della luce naturale e di quella delle candele! La tecnologia a disposizione in quei primi anni settanta fece sì che quell'idea passasse inizialmente per l’assurda farneticazione di un pazzo. E in effetti lo era! Perché all’epoca non esisteva in commercio alcuna macchina da presa capace di soddisfare le pretese del regista, cioè ‘catturare’ le scene in notturna illuminate dalle sole candele, e per di più da girare negli immensi saloni di un castello inglese. Su questa idea c’era scritto ‘impossibile’ da tutte le parti, ma Kubrick non era tipo da lasciarsi scoraggiare facilmente. In gioventù aveva lavorato come fotoreporter per la rivista Look, e la sua passione per la fotografia era seconda solo a quella per il cinema. Il problema tecnico stava tutto nella necessità di dotare la classica cinepresa BNC di un obiettivo ultra veloce capace di imprimere sulla pellicola scena a bassa illuminazione. Per raggiungere il suo intento scomodò addirittura la NASA, che gli fornì un obiettivo per macchina fotografica sviluppato per il programma Apollo di sbarco sulla Luna, e che fece modificare dalla Cinema Products Corp. affinché potesse adattarsi alla cinepresa.
La sua perseveranza fu premiata. Le scene girate in interno sono quanto di più straordinario e formalmente perfetto il cinema abbia mai generato. La fotografia (di John Alcott), la scenografia (di Ken Adam) e i costumi (di Ulla-Britt Soderlund e Milena Canonero) si fondono all’unisono ricreando un XVIII secolo identico a quello voluto da Kubrick, da lui studiato grazie ad una ricerca maniacale di documentazione dell’epoca, dalla letteratura, alla musica, alla pittura. E’ proprio l’arte pittorica del settecento a diventare la maggiore fonte d’ispirazione per l’impostazione stilistica di ‘Barry Lyndon’. Artisti come Gainsborough e Constable per i paesaggi, Hogarth, La Tour, Chardin, Joshua Reynolds e ancora Gainsborough per i ritratti, sono presi come punti di riferimento da Kubrick per la caratterizzazione delle scene e soprattutto dei personaggi. E’ indubbio che le figure di Lord Heathfield e del colonnello John Hayes St Leger, entrambi di Joshua Reynolds, abbiano ispirato rispettivamente Barry Lyndon e il capitano Grogan. E che la Lady Sheffield di Gainsborough ha contribuito alla nascita del personaggio di Lady Lyndon. Non è una novità per Kubrick questo fortissimo richiamo all’arte: basti pensare ai quadri di Mondrian per i paesaggi di “2001”, la Pop Art per gli ambienti futuribili di “Arancia Meccanica”, l’architettura d’interni di Frank Lloyd Wright per i saloni e i bagni dell’Overlook Hotel di “Shining”.
Tutti questi ‘particolari’ contribuiscono a rendere “Barry Lyndon” un capolavoro stilistico assoluto.

Dal punto di vista allegorico-filosofico, “Barry Lyndon” è forse il film più funereo di Kubrick, sicuramente quello in cui maggiormente trasfonde la sua personale, desolante e sarcastica visione dell’uomo, le sue poche qualità, i tanti vizi, gli immensi limiti. La sceneggiatura è tratta dal romanzo di William Makepeace Thackeray, “Memoirs of Barry Lyndon” (1856), e come già accaduto con altri grandi autori come Vladimir Nabokov e Arthur C. Clarke, Kubrick si innamora perdutamente della storia narrata dallo scrittore inglese. La trama tocca tante delle tematiche care al regista americano: in primo luogo il gioco, qui rappresentato sia da quello ‘truccato’ dello Chevalier e del suo complice Barry, sia dai numerosi duelli in cui Barry eccelle; il tradimento insito nella natura umana, la diserzione, il doppio gioco, il rinnegare della propria stessa anima per conquistare un titolo nobiliare; la dissolutezza della società, la sua corruttibilità, l’assenza di morale, la licenziosità, inscenate in un periodo storico, quello illuministico e della ragione che sembra fatto apposta per sottolinearne le contraddizioni; e poi, in ultimo ma non ultima, la guerra, tema kubrickiano per eccellenza, anche qui presente in tutta la sua vivida ‘perfezione’ di macchina distruttrice, estremamente logica nella sua deprimente illogicità.
Il tutto ruota introno alla figura di Redmond Barry, irlandese di umili origini, che scappa dal suo Paese per sfuggire alla giustizia, intraprendendo un viaggio che dopo innumerevoli vicissitudini, lo porterà alla conoscenza di Lady Lyndon, aristocratica vedova inglese che sposerà dopo esserne stato l’amante. La sua vicenda si legherà indissolubilmente a Lord Bullington, il figlio concepito da Lady Lyndon col suo precedente e defunto marito, il quale avverserà Barry con tutte le sue poche e meschine forze, fino al drammatico, sorprendente duello finale.
L’ascesa sociale di Barry corre parallela alla sua discesa morale. Egli percorre un processo inverso al famigerato ‘drugo’ Alex di “Arancia Meccanica”, inizialmente teppista, ladro, assassino e stupratore, in seguito redento e recuperato per una collettività in cui però non fa più notizia. Barry è invece dapprima un ragazzo appassionato e devoto (la passione lo legherà a sua cugina, la devozione alla sua amatissima madre), ma poi il continuo peregrinare alla ricerca di un miglioramento della sua posizione sociale, lo porteranno dapprima a diventare un giocatore d’azzardo cinico e baro, poi un arrivista senza scrupoli, dilapidatore di ricchezze altrui e insensibile all’amore familiare. Nel momento in cui penserà di aver raggiunto tutti i suoi obiettivi, la discriminazione nobiliare e la buona sorte lo abbandoneranno, rischiaffandogli in faccia le sue origini plebee, e portandogli via forse il suo unico vero e incondizionato amore, il figlioletto Bryan.

E’ ora che il messaggio da me riportato all’inizio di questo scritto (e che chiude il film dopo tre ore e cinque minuti di spettacolo) assume maggior significato agli occhi di chi ha seguito questa storia. Ora appare con chiarezza l’accusa pesantemente ironica che Kubrick lancia all’indirizzo della pochezza umana, delle sue miserie, della sua corruttibilità.
“... belli o brutti, ricchi o poveri, buoni o cattivi... tutti hanno avuto la stessa sorte”
Tutti accomunati da una morte mai come in questo caso liberatoria, benefica.

Tra gli attori ho l’obbligo di citare Ryan O’Neal nel ruolo principale, che sotto la guida di Kubrick, dà vita al suo personaggio sicuramente più riuscito, dando prova di essere un attore tanto bravo, quanto ignobilmente sottovalutato. Marisa Berenson risulta algida, bellissima e perfetta nei panni della triste e noiosa Lady Lyndon, dal viso pallido e le acconciature vertiginose. Una segnalazione particolare va a Patrick Magee, grande attore di teatro, magistrale nell’interpretazione del nobile e furfantesco Chevalier.
La colonna sonora di “Barry Lyndon” è composta da brani classici quali: “Cello Concerto E-minor” di Antonio Vivaldi, il “Piano Trio in E-Flat, Op.100” di Franz Schubert, “German Dance n°1 In C-Major” di Mozart e “Il Barbiere di Siviglia” di Rossini. Su tutti però spicca la magnifica “Sarabande” di Gorge Friedrich Haendel, che Kubrick inserisce in molte occasioni all’interno del film facendone la vera colonna sonora portante. Alcuni brani tipici irlandesi composti appositamente dai Chieftains completano un commento musicale davvero superbo.

“Barry Lyndon” conquistò ‘solo’quattro Oscar, vergognosamente pochi, naturalmente tutti meritatissimi: fotografia, scenografia, costumi e adattamento musicale. E pensare che sono davvero tanti in confronto alla bassissima media che Kubrick riportò durante la sua lunga carriera. Un numero miserevole se si pensa alla grandezza del regista americano, uno delle figure più importanti e carismatiche dello scenario cinematografico di ogni tempo, senza dubbio il più geniale, criptico e innovativo cineasta di sempre.

Il vostro cantona

Dedicata con amicizia al caro Gianfranco, con la speranza che possa apprezzare questa mia prima recensione su richiesta (anche se indiretta). Un abbraccio
E una dedica va anche a concordio, con il quale spero di dividere l’arduo compito di descrivere, almeno in parte, l’arte straordinaria di Stanley Kubrick

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Pagina 1 di 11 | 1 - 5 di 55 commenti
  • epizumia 17/02/2010 01:11
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    complimenti

  • dolby5.1 14/03/2008 22:13
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • emmabovary 12/05/2005 11:47
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    grazie per tua bella scheda, che rende onore a una pellicola unica

  • danielegallo 14/10/2004 07:20
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Ottima opinione, complimenti... Però il genere di film non mi va'....

  • vergissmeinnicht 09/05/2004 11:44
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
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