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Opinione su "Basilicata"

pubblicata 11/09/2011 | senza-nome
Iscritto da : 25/02/2006
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Ottimo
Vantaggi una terra poco conosciuta e poco "contagiata" dal turismo di massa
Svantaggi i collegamenti non sono ottimi
Eccellente
Contenuti
Reperibilità
Qualià Materiale

"Incantevole Basilicata, parte sei: da Orazio a Federico"

L'esterno di Castel Lagopesole

L'esterno di Castel Lagopesole

La Basilicata è una terra ancora non conquistata dal turismo di massa, caratterizzata dalla presenza di ambiti naturalistici molto differenti: dalle montagne della dorsale appenninica, al Monte Vulture, antico vulcano di 1.326 metri di altezza, dalle coste sabbiose sullo Jonio, alle rocce che si stagliano sul Mar Tirreno a Maratea, dai borghi cittadini, scrigni di storia e cultura, alla natura incontaminata del Parco Nazionale del Pollino, con i suoi splendidi boschi di faggi e abeti bianchi, dagli imponenti e severi castelli medievali, ai laghi di Monticchio, immersi in una verdeggiante vegetazione.

Cenni geografici

L’itinerario proposto percorre circa 66 chilometri, partendo da Venosa, cittadina sull’Appennino Lucano, al confine con la Puglia, abitata sin dai tempi della preistoria (come dimostrano le testimonianze presenti sia nel Parco Archeologico che nel Museo Archeologico Nazionale della cittadina) e colonia molto attiva dell’impero romano sin dal 291 a.C.

Procedendo verso nord-ovest, mediante la Strada Provinciale Piano del Cerro prima e la Strada Statale Appulo Lucana poi, si giunge a Melfi, cittadina alle pendici del Monte Vulture, che ha origini medioevali, anche se il suo sito fu abitato già in epoca neolitica e, successivamente, nel periodo romano.

Imboccando la Strada Provinciale ex SS93, quindi la Strada Statale 658 e, infine, la Strada Provinciale ex SS303, si giunge ad Avigliano, cittadina che le leggende fanno risalire al V secolo a.C., ma che appare, più probabilmente, nata tra la fine della Repubblica e l'inizio dell'Impero Romano, anche se è al Medioevo che risale il suo periodo di maggiore attività.

Cenni storici

La Basilicata ha radici storiche molto antiche: una delle prime testimonianze di questa terra si trova ad Atella e risale al Paleolitico, mentre al Neolitico vengono datati i resti rinvenuti a Lavello.

Intorno al XIII secolo a.C. alcuni commercianti micenei si avventurarono alla rotta di Metaponto e Scanzano Jonico e, grazie alla loro fortunata spedizione, iniziarono le migrazioni di greci che, nei secoli VIII e VII a.C., fondarono nuovi centri abitati nella terra che va da Napoli a Taranto, fino alla Sicilia: la cosiddetta Magna Grecia.

Nell’età imperiale romana i fiorenti centri lucani, tra i quali Venusia e Heraclea, subirono un inarrestabile declino a causa dell’allargarsi del territorio paludoso e, di conseguenza, del diffondersi della malaria.
D’altra parte l’assetto territoriale predominante in questa epoca fu il latifondo, il che produsse un notevole declino delle città costiere.

Con l’arrivo dei primi monaci greci, nel VII secolo, si iniziò a sviluppare l’arte delle chiese rupestri, caratteristica di queste terre.

Il periodo che abbraccia l’VIII e il IX secolo fu testimone di cruente lotte tra bizantini e longobardi in Lucania. In questo scenario si andava delineando la funzione di avamposto militare e strategico della cittadina di Melfi: nel 1129 Ruggero II d’Altavilla, infatti, avrebbe fatto iniziare a costruire il castello della cittadina, che sarebbe, in seguito, diventato la dimora preferita di Federico II, l’imperatore che come nessun altro caratterizzò la storia medioevale dell’Italia meridionale.

Il IX secolo, oltre alle incursioni saracene, assistette all’arrivo della regola di San Benedetto con la conseguente nascita di numerose abbazie, tra le quali quella celeberrima di Venosa, o San Michele Arcangelo a Montescaglioso e San Michele sui laghi di Monticchio.

La morte dell’ultimo re della dinastia normanna scatenò lo schierarsi dell’aristocrazia laica ed ecclesiastica in due opposte fazioni: una a sostegno dell’imperatore di Germania Enrico IV, l’altra a favore del conte di Lecce Tancredi d’Altavilla.

Nel 1194 ebbe la meglio il sovrano tedesco, così baroni, vescovi e feudatari si schierarono dalla sua parte, pronti, però, ad approfittare del periodo di instabilità a seguito della morte dell’imperatore e dell’insediamento sul trono di suo figlio Federico II, nato dal matrimonio con Costanza d’Altavilla, ancora minorenne.

Anche in questa occasione il ceto influente si divise in due diverse fazioni: una a sostegno di Gualtieri di Bienne, mandato da Innocenzo III contro Diopoldo di Hohenberg, e un’altra a sostegno di governatori e interessi locali.

Rientrato dalla Germania con l’assicurazione dell’appoggio dei grandi feudatari dell’impero, Federico II acquisì la corona imperiale a Roma e caratterizzò, con il suo dominio, tutto il periodo che va dal 1220 al 1250.

Riorganizzando il regno di Sicilia, al fine di inglobare nell’obbedienza alla corona tutti i privilegi baronali e cittadini e, molto spesso, anche la nomina dei vescovi, Federico II fissò la sua dimora a Melfi, mentre altri manieri della Lucania, come quello normanno di Lagopèsole, venivano restaurati.

Federico II sarebbe arrivato a cingere anche la corona di Gerusalemme, in quanto marito di Isabella d’Inghilterra, ma la mancata partenza per la promessa Crociata, la conseguente scomunica di Gregorio IX, l’accordo con il sultano Malik-al-Kalim e l’avanzata dell’esercito pontificio, scatenarono focolai di ribellione nella popolazione locale contro i funzionari regi incaricati della riscossione dei tributi, episodi che vennero, di volta in volta, soffocati con pesanti ripercussioni non solo sugli individui coinvolti nei fatti, ma anche sulle città non allineate al potere imperiale.

Con la morte di Federico II, sebbene fossero stati designati quali erede della corona dell’impero e del regno Corrado IV, figlio avuto dal matrimonio con Isabella d’Inghilterra, ed erede del principato di Taranto e di varie altre contee Manfredi, nato da un’unione illegittima, il papa Innocenzo IV intervenne per rivendicare la sua egemonia sul regno di Sicilia. Questo favorì la ribellione di baroni e città al potere centrale, al fine di ottenere maggiori autonomie.
Numerose furono le battaglie dei due figli di Federico contro gli avversari, ma l’epoca dello splendore e dell’enorme prestigio militare e politico della Basilicata associato al periodo della dominazione sveva si chiuse con la morte dell’abile stratega Manfredi.

Nel 1143 iniziò a Venosa l’età dei Balzo: il primo signore della città fu Pirro, a cui si deve il celebre castello cittadino.

Piegata da un potente sisma nella zona nord-occidentale nel 1664, la Basilicata stenterà a riprendersi per decenni.
Solo a fine XVIII secolo verranno ricostruite la facciata del Duomo di Potenza e la Cattedrale di Melfi.

La situazione lasciata dal dominio dei Borboni in Basilicata, all’avvento del Regno di Italia, non si presentava positiva: l’analfabetismo era elevato, i contrasti sociali molto profondi e il processo di assimilazione al Regno, con la costruzione di scuole (per lo più recuperate da vecchi edifici, come conventi in disuso), palazzi per ospitare gli enti amministrativi e strade, stentava a decollare.
All’illuminato protagonismo del re di Napoli si sostituì il Regno con i suoi nuovi edifici, che però stentava a diventare il fautore del cambiamento dei destini della regione, al punto che la visita del 1935-36 di Carlo Levi, inviato dal Regime Fascista, si concluse con il tristemente celebre “Cristo si è fermato ad Eboli”.

Bisognerà attendere il 1952 perché venga avviato un progetto di bonifica e recupero della malfamata area dei Sassi di Matera e, di conseguenza, una rivalutazione della regione intera.
Ma lo spirito di volontà e il desiderio di riscatto dei lucani hanno fatto sì che proprio un simbolo tanto negativo, quale quello dei Sassi, divenisse un fiore nato dal letame: Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1993, i Sassi, insieme al mare incontaminato, al Parco Nazionale del Pollino (ex Parco Regionale dal 1985, divenuto Parco Nazionale a partire dal 1990) e a tutte le meraviglie architettoniche e artistiche di questa regione, sono divenuti motivo di riscatto per una terra tanto a lungo dimenticata ed abbandonata a suo destino.

Venosa

Venosa è situata nell'entroterra lucano che, a differenza della costa tirrenica della Basilicata, non è una zona fortemente turistica.
Nonostante ciò la cittadina, che ha dato i natali allo scrittore romano Orazio, riserva straordinarie sorprese e la visita a tutti i suoi tesori può riempire un'intera giornata.

Un percorso turistico per la cittadina di Venosa, che si sviluppa lungo un unico immaginario asse orizzontale, può partire dal sito che la rappresenta a livello più alto dal punto di vista artistico: il Complesso dell’Abbazia della Santissima Trinità, il cui elemento fondamentale è la chiesa costruita dai Benedettini prima della venuta dei Normanni su una preesistente chiesa di epoca paleocristiana, a sua volta eretta su un tempio pagano, sorto in onore della divinità Imene, protettrice delle nozze.

La Chiesa Vecchia ha una facciata molto semplice e squadrata, su cui padroneggiano due leoni ed è circondata dal verde.
A destra del prospetto si erge il monastero, che comunica con la chiesa.
Il portale, costruito nel 1287 dal Maestro Palmerio, ha una decorazione molto fitta, anche se nella parte più bassa risulta consumato: in epoca antica si riteneva infatti che la polvere di marmo da esso ricavata avesse effetti benefici contro la malaria.
A destra del portale c'è la colonna dell'Amicizia: la tradizione vuole che, tenendosi per mano dinnanzi alla colonna, ci si saldi in un rapporto di amicizia eterna.
Altra tradizione legata a questo luogo è quella che vuole che le giovani spose in grado di comprimersi tra lo stelo della colonna e la parete vengano beneficiate da una notevole fecondità.
Internamente la navata centrale è divisa da quelle laterali da pilastri, mentre sul fondo c'è l'abside.
Sotto al presbiterio c'è una cripta "a corridoio" visitabile: viene fornita una torcia elettrica, si scendono tre scalini e si accede, così, ad una cripta molto piccola (quindi in pochissimi passi ci si trova nel punto opposto dell'altare rispetto al quale si era entrati).
Si possono visionare in questo luogo affreschi datati XIV e XV secolo tra cui una Madonna con Bambino e Santi, un Santo Antonio Abbate e una Crocifissione.
I lavori di restauro nel 1987 per i festeggiamenti in onore del bimillenario di Orazio, hanno portato alla luce piani di calpestio e pavimentazioni romane musive, oltre ad aver aperto nell'abside una particolarissima vetrata che permette di vedere la parte esterna della Chiesa Incompiuta, colorando l'ambiente di una tenue luce sfumata, ideale per il raccoglimento, oltre che a dare importanza "scenografica" all'altare, illuminato dai raggi del sole rispetto al resto, che è in lieve penombra.
Notevoli dal punto di vista artistico gli affreschi presenti nella chiesa: S. Stefano (XV secolo), Madonna con Bambino (metà '300), S. Apollonia (XIII secolo), Giuseppe Caccia ('500), San Donato (inizio XIV secolo) e tantissimi altri risalenti allo stesso periodo temporale.

Uscendo dall'Abbazia si notano le altre due parti che costituiscono il complesso, ossia la sede abbaziale e l'incompiuta Chiesa Nuova (ormai nominata La Chiesa Incompiuta) di cui sono presenti soltanto i muri perimetrali.

La Chiesa Nuova fu iniziata tra la fine dell'XI e l'inizio del XII secolo, con il progetto di creare un'unica immensa basilica con la antistante chiesa vecchia. All'epoca l'Abbazia della Trinità contava infatti più di 100 monaci, rappresentando una delle più potenti entità religiose del Sud Italia, tanto da essere sottoposta solo alla Santa Sede.
Ma Longobardi, Normanni, Benedettini, Svevi e Gerosolimitani, che si succedettero nella dominazione lucana, però, non fecero altro che sovrapporre, demolire, aggiungere, senza mai portare a compimento questa costruzione, al punto che il nome che la chiesa assunse fu proprio di Incompiuta.
L'edificio è realizzato con materiale proveniente dall'anfiteatro romano poco distante.
Di costruito vi sono i muri perimetrali, parte del colonnato, tre absidi e il transetto. Mancano le colonne del lato sinistro, le coperture e il lato sinistro del deambulatorio.
Di notevole importanza storico-artistica sono le numerose epigrafi utilizzate in tutta la costruzione, alcune delle quali ricordano la scuola gladiatoria venosina.
Per visitare internamente la Chiesa Incompiuta bisogna entrare negli attigui scavi archeologici: 2,50 euro a testa (biglietto intero, ma ci sono riduzioni e biglietti gratuiti per particolari categorie di visitatori) e si ha la possibilità di entrare sia in questo sito, che nel museo del distante Castello.

Attualmente l'intero complesso dell'Abbazia della Trinità è affidato all'Ordine redentivo della Santissima Trinità.

Sulla destra dell'ingresso della Chiesa Vecchia si trova il palazzo abbaziale costituito da un piano terreno a portico, tutto arcate, e da un piano superiore caratterizzato da belle bifore e una trifora.
Il palazzo abbaziale ha subito rimaneggiamenti e rinforzi di varie epoche ed è attualmente in restauro.

Proseguendo lungo il tracciato cittadino si può accedere, mediante il biglietto unico suddetto, al Parco Archeologico.
Accanto all'Abbazia e alla Chiesa Incompiuta, testimonianza dell'epoca medievale della cittadina, ci sono resti dell'epoca romana, sorprendentemente sopravvissuti allo sviluppo urbanistico.
Qui si possono ammirare i resti di una domus datata II secolo a.C., con una vasca centrale e un pavimento a mosaico, circondati da varie cubicula (stanze) sviluppate intorno all'atrio.
Seguono una serie di ambienti termali identificati con spogliatoio, area per bagni freddi, corridoi, area per bagni caldi, tutti arredati da particolari pavimentazioni.
I resti successivi sono stati identificati come un asse viario e un complesso residenziale di epoca tardo-repubblicana.
Chiude l'area il cosiddetto complesso episcopale che, appartenente ad epoche successive, era stato sommerso dalle costruzioni edilizie di epoche posteriori e ha restituito alla luce due chiese prima sepolte.

Proseguendo nel cammino si incontra la Chiesa di S. Rocco, costruita a pochissimi passi dal complesso dell'Abbazia della Santissima Trinità, dopo l'epidemia di peste che colpì Venosa nel 1501.
La chiesa fu eretta in onore del santo patrono della cittadina affinché lo stesso proteggesse gli abitanti da ulteriori pestilenze.
Il terremoto del 1851 arrecò gravi danni all'edificio.

Perdendosi nel dedalo di stradine del centro storico, una tappa da non perdere è la cosiddetta Casa di Orazio.
Venosa ha dato i natali al celeberrimo poeta latino Quinto Orazio Flacco che, dopo aver trascorso qui l'infanzia, fu mandato a studiare a Roma da suo padre, che, vivendo di poveri proventi della terra, sostenne immensi sacrifici pur di dare a suo figlio un'educazione di primo ordine presso la scuola di Flavio, frequentata da rampolli di centurioni, cavalieri e senatori.
Ogni via, piazza, statua, targa viaria a Venosa ricorda questo illustre concittadino passato alla storia della letteratura.
L'edificio, poco distante da Piazza del Municipio, è, per tradizione, considerato la casa natale del poeta oppure la sua tomba, anche se più recenti studi archeologici l'hanno meglio identificato come un ambiente termale (calidarium) appartenente ad una domus patrizia del II secolo.
Il cancello all'ingresso non impedisce di guardare all'interno la casa arredata con mobili di tipo rustico che ricreano gli ambienti dell'epoca.
Per visitare l'edificio internamente bisogna rivolgersi all'Associazione La Quadriga.

Nelle vicinanze la Piazza del Municipio, troneggiata dal busto di Vincenzo Tangorra, dapprima professore universitario a Pisa e Pavia, successivamente esponente politico nelle liste del Partito Popolare e deputato per due legislature, che a Venosa ebbe i natali.
La Piazza è composta da una quinta architettonica costituita dalla facciata della Cattedrale venosina e da Palazzo Calvino, edificio settecentesco, attuale sede del Municipio di Venosa.
Introdotto da un portone in legno molto caratteristico, il palazzo si contraddistingue per la sua elegante facciata e per una corte interna.
Particolarmente significativa, sulla scalinata interna, una tavola marmorea dei cosiddetti Fasti municipali, sulla quale sono riportati tutti i magistrati in carica nella cittadina dal 34 al 28 a.C.
Nella biblioteca è esposta un'urna rinvenuta a metà '800 presso la tomba di Marcello.
Nella sala consiliare è allestita una galleria d'arte otto-novecentesca, con tele e busti in marmo, in parte opere di Giacomo Di Chirico.

A pochi passi la Cattedrale di Sant'Andrea, commissionata, nel 1470, da Pirro del Balzo ed eretta nel luogo ove sorgeva l'antica chiesa greca di S. Basilio.
Terminata nel 1502, fu consacrata solo due decenni dopo.
Di particolare pregio il portale di ingresso, datato 1520, opera di Cola di Conza.
La pianta della chiesa è a croce egizia a tre navate.
Di rilievo al suo interno sono l'altare con Madonna con Bambino e i SS. Anna, Nicola e Francesco risalente al '700 e, sulla destra del presbiterio, la cappella del Sacramento
Nella cripta la tomba di Maria Donata Orsini, moglie di Pirro del Balzo.
La chiesa è abbellita da un campanile alto 42 metri che si sviluppa su due ordini.

Proseguendo la passeggiata si incontra la caratteristica Piazza Orazio, che irrompe a metà del Corso Vittorio Emanuele ed è dominata dalla statua bronzea di Orazio, opera di Achille D'Orsi datata 1898.
Piazza Orazio ha sede nel luogo precedentemente occupato dal duecentesco convento dei Domenicani, raso al suolo dal terremoto del 1851. Del preesistente complesso religioso è stata ricostruita la Chiesa di San Domenico, caratterizzata dalla facciata abbellita da un rilievo marmoreo del XIII secolo.

La passeggiata si conclude con la visita al Castello di Pirro del Balzo, fatto costruire a partire dal 1460 al posto della preesistente Cattedrale.
La costruzione della fortezza continuò negli anni successivi, passando per la dominazione spagnola.
La visita al cortile interno permette di osservare il maniero in tutta la sua possenza e di passare alla Biblioteca e a due saloni di rappresentanza, ricchi di dipinti.

Bastioni, torri, feritoie e garitte sono oggi il sito in cui ha sede il Museo Archeologico nazionale di Venosa, allestito nei camminamenti seminterrati di collegamento tra i bastioni del castello.
Il museo contiene reperti che attestano la storia di Venusia, colonia latina la cui fondazione è datata 291 a.C., dell'area archeologica di Notarchirico e del territorio circostante, sin dall'epoca preromana: ceramiche, pezzi di numismatica, mosaici, pitture, elementi di decorazione architettonica, ornamenti sepolcrali di epoca paleocristiana, preromana e successivamente tardo-romana e normanna.
Il Museo, inaugurato nel 1991, è stato organizzato in cinque aree a seconda delle epoche di appartenenza dei reperti: periodo pre-romano, fase di romanizzazione, periodo compreso tra l'Età repubblicana e l'Età augustea, periodo dell'Età imperiale e periodo tardo-imperiale (che arriva fino al IX secolo d.C.).
L'occupazione della zona del melfese da parte dei dominatori romani portò con sé anche l'esportazione di cerimonie e di usi e costumi: testimonianza di questo rapido assorbimento dei costumi romani da parte delle popolazioni daunie è un askos rinvenuto a Lavello, che mostra come anche i funerali lucani venissero celebrati secondo i rituali diffusi a Roma, soprattutto tra le benestanti classi aristocratiche.
Caratteristica e rinvenuta in maniera eccellente è la raccolta epigrafica delle opere realizzate dai magistrati di Venusia, alcuni nomi dei quali sono esposti sulla tavola marmorea all'interno del Palazzo del Municipio.
Addirittura sono state rinvenute testimonianze (epigrafi e arcosoli) della presenza di una importante comunità ebraica, sita in questa zona già dal IV secolo d.C.
Tra i reperti più antichi quelli datati 300.000 anni fa circa: un frammento di homo erectus tra i più vecchi mai ritrovati in Europa, così come i resti di animali preistorici, pazientemente ricostruiti come un puzzle a dimensioni reali.
Di particolare valenza archeologica anche i cippi con incisioni in lingua osca, risalenti al I secolo a.C., che facevano parte di un Templum sito a Banzi, nel quale si compivano sacrifici augurali.
Di grande interesse la testa di Diadumeno con la sua affascinante storia: l'opera in marmo, datata II secolo d.C., ricalca l'originale bronzeo dello scultore greco Policleto, risalente al V secolo a.C. e fu rinvenuta durante dei lavori edili a Venosa. Nel 1956 venne rubata e portata negli Stati Uniti: essa rappresenta il primo reperto restituito dal Paul Getty Museum di Malibu all'Italia (restituzione avvenuta nel 2001, a seguito degli accordi tra Italia e Stati Uniti finalizzati a impedire il traffico illecito di opere d'arte).

Melfi

Situata all'estremo nord della regione Basilicata, al confine con la provincia di Foggia, Melfi è una città antichissima, della quale, però, non si hanno notizie certe circa la fondazione: alcuni la attribuiscono ai greci, altri ai romani, altri ancora al bizantino Basilio Boioannes.
Di certo la cittadina fu molto attiva all'epoca dell'Impero Romano.
Dopo i Romani, Melfi subì l'influenza dei Longobardi, dei Bizantini e, più ricca di testimonianze artistiche, dei Normanni.

Si deve a Guglielmo d'Altavilla la costruzione del castello, rappresentativo dell'intera cittadina, successivamente ampliato da Svevi e Angioini e nominato, in seguito, residenza privilegiata di Federico II.
Sebbene la cittadina di Melfi fosse capitale del Regno dei Normanni del Sud (prima che la stessa venisse trasferita a Palermo) e sebbene Federico II ne fosse abituale frequentatore, le prime notizie certe della presenza di una struttura fortificata a Melfi risalgono soltanto al XII secolo.
L'attuale Castello risulta un edificio costruito e rimaneggiato a più riprese, per niente unitario: da un lato la zona inviolabile costituita di materiale di origine vulcanica e caratterizzata da bastioni con una fortissima pendenza, dall'altro il borgo murato sede di coloni e militari al servizio dei castellani, una sorta di piccola città fortificata.
Sull'impianto originario spiccano il restauro dovuto a Federico II (risalente all'epoca della sesta crociata, 1221), che vi edificò la Torre dell'Imperatore, e gli ampliamenti dovuti agli Angioini e agli Aragonesi.
Il Castello funse anche da tesoreria regia e da prigione sotto il dominio di Federico II, oltre che come sede di quattro concili papali intorno al 1509.
Le mura perimetrali, costruite tra il 1227 e il 1281, si devono agli Angioini, che ampliarono il precedente edificio.
Attualmente il Castello è visitabile all'interno e perfettamente conservato al suo esterno. Di proprietà del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ospita il Museo Nazionale del Melfese.

Il museo fu inaugurato nel 1976 e, nelle tre sale a piano terra del castello, espone la documentazione archeologica rinvenuta nelle zone limitrofe della Basilicata e, in particolare, nell’area del Vulture.
Nella prima sala sono esposti reperti preistorici risalenti all’età del Bronzo: lance, pugnali, pietre...
Nella seconda sala si trovano corredi funerari datati VII secolo a.C., ceramiche daunie e vasellame bronzeo di provenienza greca ed etrusca, armature in bronzo, suppellettili ornamentali in argento, oro e ambra.
Nella terza sala ancora reperti preistorici, risalenti al periodo del Neolitico, all’Età del Bronzo e all’età del Ferro, rinvenuti tutti nei vicini comuni di Lavello e Banzi.
Di particolare pregio nel museo il celeberrimo Sarcofago di Rapolla, pezzo costruito da artisti dell'Asia Minore, datato II secolo d.C. e rinvenuto a metà Ottocento: sul coperchio è raffigurata la defunta con, ad ornamento, numerose divinità ed eroi della mitologia romana, testimonianza della provenienza aristocratica della donna. Il pezzo, che fino alla fine degli anni Settanta si trovava nel Palazzo del Vescovado, è attualmente esposto in una torre del castello.

Proseguendo nella passeggiata per le vie del centro storico, di particolare rilievo artistico la Cattedrale di Melfi, dedicata a Santa Maria Assunta, che sovrasta Piazza Duomo.
Colui che ne ordinò la costruzione è incerto (Ruggero II di Sicilia o suo figlio Guglielmo il Malo), ma sicuramente la chiesa venne progettata da Noslo di Remerio.
La sua costruzione ebbe inizio nel 1153 e venne affiancata da un campanile alto 50 metri, di tipico stile normanno, che si innalza su tre piani, gli ultimi due dei quali sono caratterizzati da quattro bifore per piano.
La facciata della chiesa ha perso le caratteristiche del suddetto stile, in quanto il terremoto del 1694 ne richiese una ristrutturazione completa, che ne cambiò alcuni connotati.
L'interno, con pianta a croce latina, a tre navate, sormontate da un soffitto a cassettoni dorati e da una cupola di forma piramidale a otto facce è stato ristrutturato in stile barocco.
Di pregevole valore all'interno della Cattedrale una Madonna di stile bizantino e vari arredi lignei barocchi, tra i quali un coro del 1557, un organo e un pulpito del XVIII secolo.

Parte delle mura della città di Melfi sono tuttora visibili, compresa la Porta Venosina, unica delle quattro porte della cittadina sopravvissuta al tempo.

Caratteristica la passeggiata tra le viuzze del centro storico che dal castello conducono a Piazza Duomo: un intreccio di stradine medievali e di case che conservano distintivi tratti caratteristici.
La casa natale dello statista Francesco Saverio Nitti e del celebre Pier delle Vigne hanno sede proprio qui e sono denotate con targhe per i visitatori.

Avigliano

Nel secoli XI e XII Avigliano fu dominata dai Normanni, come tutte le altre terre del Sud Italia e divenne particolarmente rilevante quando, il 18 luglio 1137, nella sua frazione di Lagopesole, si tenne il Concilio di Melfi (nel quale il Papa Innocenzo annullò la scomunica per i monaci che avevano sostenuto l'antipapa Anacleto II).

La figura di maggiore rilievo per la cittadina resta però quella di Federico II che nel XII secolo fece erigere un castello nella frazione di Lagopesole, destinato a suo soggiorno estivo.
Il castello sovrasta tutt'oggi il centro storico della cittadina, spiccando come un solitario baluardo difensivo a più di 800 metri di altezza.
Il Castello di Lagopesole è generalmente attribuito a Federico II, anche se appare più veritiero che lo stesso sia stato costruito nella precedente epoca normanna-sveva (Carlo I d’Angiò lo utilizzava principalmente come prigione di lusso, ove rinchiuse, ad esempio, Elena Angelo Comneno di Epiro, moglie di Manfredi, figlio di Federico, e i loro figli, fino alla morte), assumendo con Federico le proporzioni e l’imponenza attuali e divenendo, in seguito, dimora preferita di Manfredi, che lo predilesse alla capitale del regno, Palermo.
Nel 1861 il castello venne occupato da quattrocento briganti capeggiati da Carmine Crocco, diventando loro roccaforte.
Attualmente il maniero è di proprietà del Demanio e vi ha sede, al pian terreno, il Corpo Forestale dello Stato. Nonostante ciò, il luogo è aperto per le visite dei turisti.
Si accede attraverso un grande portale a sesto acuto che porta in un androne coperto da volta a botte del XVI o XVII secolo.
Si osserva una costruzione a pianta rettangolare, con due cortili.
Nel cortile minore, cui si accede dalla porta destra nell’androne, è presente un mastio quadrato (osservabile attraverso un cancelletto che ne permette solo la visione esterna), caratterizzato da una muratura bugnata nella parte superiore, chiaro segno distintivo di architettura sveva. Anche le due teste di figura maschile e femminile scolpite sulla facciata fanno pensare ad una datazione di questa costruzione precedente a quella del resto del complesso, risalente all’epoca sveva e con riferimenti all’architettura dei castelli dell’Alsazia, di fine XII secolo.
Il cortile maggiore risale invece al 1242, quando Federico II ampliò il preesistente complesso costituito da fortificazioni militari dell’epoca normanna-sveva e da zone residenziali dell’epoca angioina. Al suo interno un pozzo che ricava l’acqua dalla grande cisterna ivi presente.
Nel castello è presente anche una chiesa ricavata da una delle preesistenti torri: una grande cappella, con un’abside semicircolare e l’entrata decorata con il motivo dei denti di sega, caratteristico dell’epoca angioina. La parete sinistra della cappella ha due grosse mensole in pietra, che sostenevano una tribuna lignea dalla quale l’imperatore seguiva la funzione religiosa: tutto questo contraddistingue la costruzione dagli altri castelli attribuiti a Federico, nei quali sono presenti soltanto piccole cappellette.
Dalla porta a sinistra della cappella si può continuare a esplorare tutti i passaggi del castello che portano nel Salone dell’Imperatore, nel Salone degli Armigeri e nelle scuderie.
Dalla porta a sinistra dell’androne si accede, invece, al Salone dell’Imperatore, decorato da mensole a capitello di grande valore artistico.
Superato il salone, si arriva nella Torre Nord-Ovest, ove comincia il Salone della Regina.

Nei secoli si susseguirono ad Avigliano, come in tutto il Regno delle due Sicilie, la cinquecentesca dominazione Spagnola, la ottocentesca partecipazione alle vicende della Repubblica Napoletana, ispirate dagli ideali della rivoluzione francese, la partecipazione alle imprese garibaldine per l'unificazione di Italia, l'invio di truppe sul Piave per combattere la Prima Guerra Mondiale, la partecipazione indiretta alle disgrazie portate dalla Seconda Guerra Mondiale (sebbene in loco non avvennero episodi bellici) e la rinascita economica e sociale dovuta alla Riforma Fondiaria.

Di particolare rilevanza nel centro storico di Avigliano i monumenti dedicati a Emanuele Gianturco e ai Caduti della Prima Guerra Mondiale, la Basilica Pontificia Minore S. Maria del Carmine e una serie di graziose cappelle.

Dove dormire

Le offerte alberghiere in Basilicata non sono numerosissime come nei centri devoluti al turismo da decenni, ma sicuramente riescono a soddisfare le esigenze più variegate.

Per dormire a [b]Venosa[/b], si può optare per un hotel tre stelle come l’Albergo Orazio, che dispone di tutti i comfort essenziali quali aria condizionata, riscaldamento, tv, telefono, sala tv, sala conferenze e bar dell’hotel, o come la Villa del Sorriso che, oltre ai comfort di un tre stelle, garantisce anche l’accesso ai disabili, con camere idonee al loro soggiorno, e permette l’ingresso ai piccoli animali domestici, o come Il Guiscardo che, oltre ai comfort e all’accessibilità garantiti dalle due strutture precedentemente elencate, fornisce anche attività organizzate, la disponibilità di baby-sitter, la presenza di un mini-market all’interno della struttura e la possibilità di fruire di una palestra, di un parcogiochi, di una terrazza con ombrelloni e di un parcheggio.
In alternativa si può scegliere un bed and breakfast come il Carpe Diem, sede di un agriturismo a conduzione familiare, caratterizzato da amore per la natura e per gli animali. Accanto ai comfort essenziali, fornisce anche un ristorante e un bar a bordo piscina, ombrelloni nel giardino circostante la struttura, disponibilità di camere silenziose e possibilità di parcheggiare in sede.

Volendo pernottare ad [b]Avigliano[/b], invece, si può prendere in considerazione il tre stelle Hotel Summa, distante solo poche centinaia di metri dal castello della cittadina. Garantisce tutti i comfort essenziali di un hotel della sua categoria, oltre alla presenza di camere con terrazza, di un giardino circostante, di un parcheggio a disposizione degli ospiti e di un ristorante interno.

Spostandosi in zona [b]Melfi[/b], si può scegliere l’Hotel Relais la Fattoria Melfi.

Altre alternative di pernottamento in Basilicata sono il due stelle Hotel delle Colline a Muro Lucano, e, su Potenza, i quattro stelle Grande Albergo Potenza e Hotel Park, adatti ad una clientela più esigente, ma non particolarmente distanti dal percorso suggerito.

Dove mangiare

Per mangiare nell’ambito dell’itinerario suggerito, un ristorante consigliato si trova a Lagopesole, frazione di Avigliano: l'Osteria Medioevo, facilmente raggiungibile dalla strada statale Potenza-Melfi.
All’ingresso una sala adibita a bar con un bancone in muratura con pietre visibili.
Un arco in pietra divide questa zona dalla sala vera e propria: diversi tavoli con sedie e arredamento in stile rustico, mensole intagliate nel muro sulle quali vino di vario genere in bella mostra, al muro un grande quadro raffigurante la vita agreste nel paese, tovagliame curato e segnaposti raffiguranti cavalieri medievali.
Propone piatti della cucina locale e prodotti stagionali, in una cornice particolarmente intonata all'attrazione turistica principale del luogo, ossia il Castello di Lagopesole.

In alternativa l'Antica Osteria Marconi a Potenza o la Locanda del Palazzo a Barile.

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Commenti su questa Opinione

  • Saracip pubblicata 08/08/2016
    Grazie :)
  • Danix91 pubblicata 19/09/2011
    finalmente RIPASSATO... ciao!
  • viaschino pubblicata 16/09/2011
    potresti farti assumere dall'Ente turistico lucano
  • Sei d’accordo con quest’Opinione? Hai qualche domanda? Effettua il log-in con il tuo account Ciao per poter lasciare un commento all’autore Connettersi

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Informazioni sul prodotto : Basilicata

Descrizione del fabbricante del prodotto

Caratteristiche Tecniche

EAN: 9788841508282, 9788881465811

Tipologia del prodotto: Libro

Tipo di illustrazioni o altri contenuti: sono presenti illustrazioni

Alice Classification: GEOGRAFIA GENERALE. VIAGGI

Editore: De Agostini, Belletti

Data di pubblicazione: 1994, 2009

Origine del record: Il copyright dei dati bibliografici e catalografici e delle Immagini fornite è di Informazioni Editoriali I.E. Srl o di chi gliene ha concesso l’autorizzazione. Tutti i diritti sono riservati.

Ciao

Su Ciao da: 19/12/2009