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Opinione

per La leggenda di Beowulf (R. Zemeckis - USA 2007)
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2 Stelle Dacché son Vichingo / D'interiora ti dipingo! Opinioni con immagini
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Raccomandato: No

Vantaggi I monili, i metalli, i costumi della nostra Gabriella Pescucci.

Svantaggi Freddezza del make-up digitale, e il violento mix di troppi film già troppo visti.

Dettagli

Genere fantasy
Età minima per tutti
Regia mediocre
Attori decenti
Sceneggiatura banale
Colonna Sonora appropriata
Qualità Video (DVD):
continua

L'autore

brest Dal 7 feb 2001

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Nella Danimarca del sesto secolo d.C., il vecchio re Hrothgar (Sir Anthony Hopkins) deve ricorrere all'aiuto dell'ammazza-mostri professionista Beowulf (Ray Winstone) per liberarsi del gigantesco e deforme Grendel (Crispin Glover), che a intervalli regolari compie sanguinose incursioni sin dentro la sala delle feste, nella capitale del regno.
La missione dell'eroico vichingo e dei suoi fidati compagni d'avventura è molto meno semplice di quanto pensassero, perché la faticosa uccisione del mostro non elimina il problema della di lui madre (Angelina Jolie), sorta di sirena-rettile dalle sembianze fatate: il patto segreto con il Male regala l'eredità del Potere, ma anche la maledizione di una resa dei conti, un giorno mai troppo lontano, con un drago dal cuore di uomo.

Avete presente Robert Zemeckis? L'inventore di "Ritorno al futuro" (trilogia 1985 - 1990), "Chi ha incastrato Roger Rabbit?" (1988), "Forrest Gump" (1994), "Contact" (1997), sino al fiacco "Le verità nascoste" e il ben più avvincente "Cast Away" (entrambi del 2000), era rientrato nel puro universo della fantasia con l'ambizioso "Polar Express" nel 2004: il racconto sfacciatamente natalizio di un treno magico avente come conducente un pupazzetto dalle sembianze di Tom Hanks non riuscì a conquistare il cuore e la mente del pubblico malgrado un'innovazione che apparentemente avrebbe potuto costituire motivo di grande successo. Infatti, pur trattandosi di un'opera di animazione super-sofisticata, la produzione della pellicola prevedeva la presenza di attori veri, sui cui volti e fattezze il pennello digitale avrebbe poi steso lo smalto caramellato dell'irrealismo del fumetto di cartone.
Ebbene, in questo pompatissimo "Beowulf", già campione d'incassi in America, la tecnica sembra la stessa, solo ulteriormente raffinata sino a spingersi nelle ignote regioni dell'equivoco: quel re vecchio e bolso, eppure acceso dalla fiamma della lussuria e del rimorso, è davvero Anthony Hopkins? E che dire della sua regina, che ricorda così remotamente Robin Wright-Penn da sembrarne una figlia disconosciuta? Perfino la (ex?) trasgressiva Angelina Jolie, quando ebbe finalmente preso visione del film nella sua veste definitiva, si stupì talmente di quanto nudo fosse rappresentato il proprio personaggio da pensare all'eventualità di vietarne la visione a Brad e figli.
Per non parlare del bravo Ray Winstone, che in "The Departed" (Martin Scorsese, 2006) era il corpulento cane da guardia del cattivissimo Jack Nicholson, e qui addirittura viene trasformato nel concorrente ariano di Leonida in "300": scultoreo, statuario, maschio nell'incarnato chiaro di un'albina pantera da battaglia, il suo Beowulf esplode dai fotogrammi con la vitalità invincibile del giovane predestinato, per poi rientrarvi malinconicamente nella vecchiaia stanca e compromessa del re chiamato all'ultima resa dei conti, e all'ultimo sacrificio, prima delle regolamentari solenni esequie con nave/pira incendiata fluttuante e infine inabissata trasmutata in fumo e mito che si diffonde in ogni tempo e luogo.
Insomma: a che serve reclutare un cast così costoso e decorato se poi gli attori sono talmente dipendenti dalla post-production da non sapere nemmeno che aspetto avranno 'dopo la cura'? Per quel che ne so, non serviva arricchire il cartellone con i nomi del veterano John Malkovich e della stellina in ascesa Alison Lohman, per poi vederli tradotti nel loro personale cartoon, la cui vaghissima somiglianza emana un alone evocativo che non ha nessuna funzione drammatica nel flusso degli eventi narrati.
Non troppo tempo fa, "A Scanner Darkly - Un oscuro scrutare" (Richard Linklater, 2006) mostrava gli effetti stranianti del 'rotoscoping', singolare e ormai disusata tecnica in cui si sovrappone il disegno al fotogramma girato; tornando molto più indietro, l'allora celebre "Signore degli anelli" a cartoni (1978, regia di Ralph Bakshi) era improntato al medesimo principio, e anche se la manifattura era meno aiutata dalla tecnologia, la sostanza non cambia: il cartoon pregiato si 'appoggia' alla recitazione in carne ed ossa per guadagnare un bonus di naturalità e realismo.
In "Beowulf", invece, accade il contrario: il film vero si cartoonizza tramite il pesante intervento della pittura, della grafica e del trucco (tutto computerizzato con sofisticatissimi programmi di rendering morfologico e facciale), ma ciò a mio avviso non conferisce alcun valore aggiunto al film, anzi sembra deprivarlo di oggettiva fisicità ed espressività corporea.

Altro problema: l'originalità di genere. Vedete, il film fa scaturire dai suoi mondi paralleli miti propri, esclusivamente attinenti alla pellicola proiettata e al fascio luminoso sulle nostre teste nel buio. A me spettatore e filmofago importa poco quale sia la cronologia storica di un mito letterario: conta quando e come questo mito viene trasformato nell'energia superficiale e semi-passiva della magia del cinema.
Il ciclo arturiano è sicuramente successivo alla mitologia nordica cui Beowulf appartiene, ma chi sceglie di mettere in scena quest'ultimo non può ignorare tutto quanto il cinema ha prodotto prima, e che in un modo o nell'altro rischia di attutire l'impatto della storia, della sua rappresentazione, dei suoi archetipi di racconto e devozione visuale.
Ho avuto tanti, troppi déja-vu durante questo film, e ad un certo punto è stato come vederli riuniti tutti in un'unica carica, in un assalto di cavalleria alla mia attenzione e concentrazione beowulfiana : "Dragonheart" (Rob Cohen 1996: deboluccio), "Conan il barbaro" (John Milius 1982: nerboruto), "La spada a tre lame" (Albert Pyun 1982: raccapricciante), "Il Signore degli Anelli" (Peter Jackson 2001-2003: monumentale), "Le cronache di Narnia" (Andrew Adamson 2005: superfluo), "Excalibur" (John Boorman 1980: miliare), "300" (Zack Snyder 2006: addominale), "Il primo cavaliere" (Jerry Zucker 1995: bruttarello), "Troy" (Wolfgang Petersen 2004: elefantiaco), e chissà quanti altri film e universi di immaginazione e liturgia mitica mi hanno assediato per tutta la visione, obbligandomi alla resa senza condizioni.
Lo schema del 'buono' di matrice arcaica, senza se e senza ma, che distrugge la minaccia all'ordine superiore, sia essa un drago o un gigante; l'infezione edipica del Potere che sgretola le certezze dell'eroe; la fascinazione ipnotica del sesso in cui si cela l'emblema della fragilità biologica di ogni uomo o super-uomo.
Tutta 'sta ingombrante biblio-videoteca di simboli, incubi ricorrenti, schematismi narrativi, si è affastellata nella storia dell'uomo e in quella del cinema con miriadi di racconti e leggende fitti come alberi dalle radici intrecciate e comuni, e uscire dalla vegetazione strangolante di questa giungla con qualcosa di veramente eversivo sarebbe stato comunque impossibile (anche per uno che una volta era bravo come lo sceneggiatore Roger Avary): tuttavia, se devo ammettere la mia ammirazione per la pelle satinata di un film visivamente prodigioso, preferisco farlo per "Shrek"; se mi si para davanti la figura nuda di una donna dipinta d'oro, mi è più facile tornare alla fantasia spionistica di "Goldfinger"; quando da corpi martoriati dal fuoco e dalla spada prendono a sgorgare torrenti di sangue, io abbasso le palpebre sorridendo e mi rivedo in un istante la bellezza di "Kill Bill".
Insomma, al di là di squartamenti, decollazioni, trafitture viscerali e docce di interiora putrefatte che piovono allegramente sugli astanti, il film offre 'solo' un sentiero mitico già così tante volte ripercorso dalla fiction commerciale da sembrare il solco scavato dalle ruote dei carri sulle strade di pietra romane, e questo per me è davvero troppo poco.

Dove invece "Beowulf" rifulge è in un dettaglio solo apparentante secondario, ma che riguarda il progetto complessivo del film nella sua chiave archeologica: gli insediamenti e gli edifici sembrano riprodotti sulle orme tridimensionali di una mappa stratigrafica; gli abiti di guerrieri, nobili, donne reclamano la frusciante densità tattile di panni antichi, tessuti dai secoli e trapuntati con l'oro zecchino della più elevata arte sartoriale e costumistica a disposizione oggi; i monili, i preziosi, i gioielli si fanno quasi toccare dal nostro sguardo avido, tanto la loro metallica sostanza pare sbordare dallo schermo nel fulgore di una cintura istoriata, nel rilievo cesellato di un boccale d'oro, nell'affilata pesantezza di una lama d'acciaio ricamata da scritte magiche.
L'apprezzabile accuratezza degli aspetti materiali che si evidenziano nel contesto narrativo non è bastata a farmi considerare il film almeno sufficiente, ma almeno lo ha salvato dall'umiliazione della stelletta solitaria: merito del contributo fondamentale della nostra Gabriella Pescucci (già Oscar per "L'età dell'innocenza"), artista ormai consolidata tra le migliori 'autrici di costumi' del panorama cinematografico mondiale; di un valido lavoro di ricerca sulla vita quotidiana delle popolazioni scandinave in epoca alto-medievale, ma anche di una spettacolare restituzione della natura 'metallica' e al tempo stesso selvaggia di un'era oscura ma già feconda di tutto il progresso di cui si sarebbe fregiata l'Europa nei secoli a venire (guerre, violenze, invasioni, persecuzioni, tirannie, stermini, sempre all'insegna dell'avanzamento della tecnologia militare, del ferro e del fuoco).

Malgrado le nobilissime ascendenze del poema ispiratore, io ho visto in "Beowulf" più che altro la reiterazione di moduli spettacolari e commerciali purtroppo assai in voga tra i giovani di oggi, frequentatori di grandi multisala e smanettatori di videogames sempre più stroboscopici e invasivi: nessuna cavalcata ditirambica lungo le pendici scoscese della poesia antica e immemorabile, ma solo una fiera campionaria di schifezze orrorifiche (bave, viscere, linfe corporee di mostri che nemmeno in "Alien") frullata insieme all'azione violenta di un iper-realismo efferato e astuto, che 'usa' la risaputa crudeltà di un'era primitiva per darci dentro con tutto lo splatter sopportabile da un moderno spettatore di blockbuster hollywoodiani (quindi parecchio).
Facile rima baciata dal suggello del botteghino tintinnante di denaro in entrata, piuttosto che poema epico ricoperto dal muschio nevoso della Leggenda, "Beowulf" non mi è proprio piaciuto, e se la spiegazione fosse semplicemente che 'non sono in target', beh, allora a maggior ragione si smaschererebbe il vero volto dell'exploitation, appena travisata dalla polvere pungente di un soggetto storico-letterario di troppo remota nobiltà.
Il severo voto decimale di 'cinque' denota la mia insoddisfazione, ben tradotta nelle due stellette della scala ciaoistica: raccomando il film solo ai patiti del fantasy ad ogni costo, ai nostalgici delle mattanze ribollenti, degli eroi scolpiti nel marmo, delle saghe odiniche o nibelungiche, in cui alla fine, se non proprio uno, ne restano comunque pochi.
Tutti gli altri che preferiscono vivere nel mondo di oggi, invece, possono elegantemente schivarlo e stiano tranquilli che da ciò non deriverà alcun male.
Non è colpa mia, del resto, è che sono proprio cambiati i tempi: una volta bastava ammazzare un drago e diventavi santo patrono d'Inghilterra, mentre oggi arriverebbero gli elicotteri della polizia chiamati da quei fanatici del Wwf, e alle giustificazioni del poveraccio in armatura l'ufficiale in tenuta antisommossa risponderebbe bruscamente:

SCHEDA
BEOWULF (Id., Usa 2007, 113'). Regia: Robert Zemeckis. Soggetto e sceneggiatura: Neil Gaiman e Roger Avary (dal poema epico d'autore anonimo). Fotografia: Robert Presley. Montaggio: Jeremiah O'Driscoll. Musiche originali: Alan Silvestri. Scenografia: Doug Chiang. Costumi: Gabriella Pescucci. Con Ray Winstone, Robin Wright-Penn, Sir Anthony Hopkins, John Malkovich, Angelina Jolie, Alison Lohman, Brendan Gleeson, Crispin Glover. (Voto: 5)

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Una delle numerose locandine di lancio
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Avete domande riguardo La leggenda di Beowulf (R. Zemeckis - USA 2007)? Domanda
Pagina 1 di 11 | 1 - 5 di 51 commenti
  • Bugsy 25/01/2010 19:48
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Eviterò accuratamente... Ottima recensione grande Brest!!!

  • Asiuletta 17/09/2008 11:05
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Ripassata, come promesso :-)

  • Asiuletta 15/09/2008 16:38
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Ho mosso alla pellicola gli stessi tuoi rimproveri, anche se con potenza espressiva nettamente inferiore! Passi la scarsa originalità, quel che più ho odiato qui è stata l'inutile distorsione dei personaggi in pupazzi, che ha tolto pathos alla narrazione e reso il film una sorta di lungo, stupido, involontariamente ridicolo videogioco, e ha privato lo spettatore della possibilità di gustarsi in un colpo solo Hopkins, Malkovich e tutto il resto. Ma la colonna sonora di Silvestri è grandiosa, c'è da dirlo. (Ripasso, ovvio)

  • meribosnia 13/07/2008 09:20
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    cultura cinefila enciclopedica.Però a me il film è piaciuto, anche perchè non ho avuto i "deja-vu'".io conoscevo il poema originale e secondo me non è colpa degli autori se i miti e i film successivi evocano Beowulf, che è il primo mito nordico.Aldilà dell'americanata dei cartoon..

  • B_Dan9 18/02/2008 00:59
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    monumentale al tua stroncatura, in ogni caso anch'io ho avuto davvero tanti deja vù. primo tra tutti con King Arthur... non so perchè ma mi aspettavo davvero tanto, e invece...

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