Carmen di Bizet (Teatro Regio di Torino)

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Carmen di Bizet (Teatro Regio di Torino)

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GITANA AMMALIATRICE, FEMMINISTA ANTE LITTERAM.

5  18.03.2006 (20.03.2006)

Vantaggi:
Primo approccio con l'Opera lirica .  L'emozione .

Svantaggi:
-  -

Consiglio il prodotto: Sì 

Cara.mella

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Nell'ambito della manifestazione Olimpiadi della cultura, la città di Torino ha inserito le rappresentazioni del Teatro Regio e quindi della stagione lirica.

Non ero mai stata all'opera in vita mia e mi è parsa buona cosa cominciare con un'opéra-comique, più leggera e accattivante dal punto di vista musicale perché come dice la battuta di un famoso film: "l'opera o si odia o si ama. Dipende tutto dalla prima volta". Per non pregiudicare questo imprinting ho scelto la Carmen, di cui tutti conoscono le arie per averle sentite in diversi film o come colonna sonora televisiva e persino nella pubblicità ( indovinate qual è la suoneria del mio cellulare?).

L'allestimento del Regio si avvale di due cast di cantanti che si alternano nelle repliche in scena fino al 26 marzo: Julia Gerstseva canta con il tenore Marco Berti, il baritono Ildebrando D'Arcangelo e la giovane Virginia Tola; Mary Ann McCormick canta con Luca Lombardo, Mikolaj Zalasinski e Daria Masiero.
Dirige il maestro Patrick Fournillier, francese e grande esecutore di Bizet.

La rappresentazione cui ho assistito è quella del primo cast.

Entrare in un teatro lirico di antica tradizione per chi non ne ha consuetudine ha, oltre al sapore della novità, l'impressione di accedere ad una ritualità sconosciuta con ritmi e cadenze già codificate. L'atrio sotto i portici di piazza Castello, trionfo di marmi e graniti, già rimanda un'atmosfera "templare" e l'esserne ammessi concede un brivido di sottile privilegio mai provato prima. Il teatro vero è proprio accoglie gli spettatori compostamente in fila e sussuranti con una scenografico tripudio di velluti rossi molto caldi e avvolgenti.
Le maschere del teatro ci indirizzano verso la platea e ci capita di finire in prima fila (i biglietti non numerati ci danno questa possibilità) proprio davanti alla buca dell'orchestra.
Il teatro ospita più di mille posti, ma mentre mi aspettavo una sala di tipo barocco, scopro che il Regio ha un impianto moderno con poltroncine rosse in velluto e un giro di palchi senza fronzoli, molto essenziali.
Campeggia su gran parte del soffitto un lampadario di "flutes" rovesciate asimetriche, imponente che dà l'idea di design più che di classico.

La buca dell'orchestra è quella che attrae gli spettatori prima dell'inizio della rappresentazione. Molti scendono dalla loro gradinata per osservare l'accordo degli strumenti o per individuare strumentisti che forse conoscono. Trovo che siano tutti molto giovani, tranne qualche eccezione e immagino questi ragazzi, bombardati da musica rock con i loro strumenti classici nella vita fuori dal teatro. Chissà come vivono il contrasto?

Il rito vero e proprio comincia con l'ingresso del direttore accolto dagli applausi. Dalla mia postazione posso vederne solo la testa che fuoriesce dalla balaustra della buca, per cui mi accorgo sempre un po' in ritardo della ripresa dei vari atti. Chi è seduto più in alto sicuramente ha una visione d'insieme anche dell'orchestra.
L'attacco del preludio aragonese è travolgente e non potrebbe non esserlo dato il ritmo incalzante della marcia.
Il sipario si apre sulla scena della tabaccheria dove lavorano le sigaraie, tra le quali Carmen, assediata dai soldati spagnoli in libera uscita.
Il tenore interpreta Don Josè, brigadiere dell'esercito, fidanzato con una brava ragazza del suo paesello, la giovane Micaela, ma tentato dalle grazie e dalla libertà di costumi della bella Carmen.
La sigaraia, infatti è di origine gitana e non soggiace alle leggi delle convenienze. Si autodetermina, usa gli uomini per il suo piacere e li abbandona senza scrupoli. "L'amour est un oiseau rebelle...et c'est bien en vain qu'on l'appelle, s'il lui convient de refuser!" canta la bella Carmen mettendo ben in chiaro che la sua vita non dipende dall'amore: l'amore è come un uccello ribelle e lo si chiama invano se a lui conviene di rifiutarne il richiamo.

La tentazione di Carmen andrà a buon fine con Don Josè, il quale si trova ad arrestare la sigaraia per una rissa in cui ha aggredito una sua collega. Con le sue malìe Carmen convince il brigadiere a lasciarla fuggire e sarà lui a finire in prigione.

Il secondo atto si apre sulla taverna di Lillas Pastia. Don Josè esce di prigione e va a ritrovare la sua bella Carmen, la quale nel frattempo non è rimasta ad aspettarlo docile. Ha conosciuto il toreador Escamillo (che entra in scena sulle note della Chanson du toreador) ed ha civettato anche con il luogotenente della guarnigione Zuniga. La gelosia di Don Josè lo porterà ad uccidere quest'ultimo e a scegliere la vita bohémienne dei gitani con Carmen.
La volubilità di Carmen però la farà presto guardare intorno e la gelosia di Don Josè sempre più ossessiva la porterà a lasciarlo per il bel torero.
Don Josè si farà convincere da Micaela a tornare al paese con lei, ma Carmen tornerà sulla sua strada.
Nel terzo atto si consuma la tragedia. Alla corrida, Don Josè ritrova Carmen bella ed elegante in compagnia di Escamillo. Furioso e accecato dal rifiuto di lei la uccide pentendose subito dopo.
Giù il sipario sulle note del coro del toreador in sottofondo.

Quando l'opera uscì nel 1875 scandalizzò la società per i costumi disinvolti di Carmen fornendo forse alle donne un sogno di emancipazione dalla figura maschile che non poteva essere accettato alla fine dell'Ottocento.
Rivista oggi con l'ottica dell'epoca le ragioni dello scandalo sono perfettamente comprensibili, ma con uno sguardo più moderno non si può far altro che parteggiare per Carmen, donna libera e disincantata che non si fa condizionare dall'amore nelle sue scelte di vita. Don Josè appare come un essere fragile che non riesce a superare la sua gelosia mai e compie tutte le sue scelte in base a questa spinta fatale. Un debole vinto dalla sua debolezza.

Bizet non conobbe il successo sempre crescente della sua opera perché morì subito dopo la sua messa in scena appena trentasettenne.
Fu Nietzche a decretarne la gloria quando la vide proprio a Torino e scrisse nel Caso Wagner la famosa «Lettera da Torino del maggio 1888»: «Ho udito ieri - lo credereste? - per la ventesima volta il capolavoro di Bizet. Ancora una volta persistetti in un soave raccoglimento, ancora una volta non fuggii. Questa vittoria sulla mia impazienza mi sorprende. Come rende perfetti una tale opera! Nell'udirla si diventa noi stessi un 'capolavoro'. E realmente, ogni volta che ascoltavo la Carmen mi sembrava di essere più filosofo, un miglior filosofo di quanto non fossi solito credere».

L'opera è così coinvolgente che quando Carmen muore sulla scena quasi scappa una lacrima per il suo triste destino.
La forza del canto di questi artisti tutti all'altezza fa palpitare la storia fino allo spettatore.
Julia Gertseva, russa, è una cantante affascinante ed avvenente (il clichè della cantante sovrappeso sembra essere ormai un retaggio di altri tempi) ed ha voce estesa e limpida.
Si segnala anche la giovane Virginia Tola, argentina, soprano convincente che esalta la figura di Micaela. Non è molto conosciuta in Italia, ma già affermata all'estero. Credo che sentiremo parlare di lei nei prossimi anni. E' stata subissata da applausi a scena aperta.
Il tenore Marco Berti è stato consacrato nel ruolo di Don Josè da Zeffirelli per la messa in scena all'Arena di Verona. Una voce controllata con maestria che esplode negli acuti senza incertezze (ed un acuto in teatro ha un' altra intensità rispetto ad un' incisione).
Il baritono è Ildebrando D'arcangelo, fisicamente prestante, si cala nel ruolo di Escamillo con naturalezza. Anche lui molto giovane è già lanciato nell'olimpo dell'opera con ruoli romantici, ma è anche esecutore di Mozart e Rossini.

Nell'insieme la messa in scena, che riprende la regia di Ponelle ad opera di Laurie Feldman (leggo dal libretto di presentazione, non avendo la minima idea di chi sia Ponelle), è molto classica, ma frizzante, ricca di movimento, con un coro di voci bianche che irrompe sul palco con il brio di figuranti già navigati.
Nessun particolare è fuori quadro e le tre ore e mezza dello spettacolo volano via in scioltezza nel ritmo esaltante della musica padroneggiata dal maestro Fournillier.

Non sono in grado di giudicare l'opera tecnicamente. Le voci liriche sono per me un mistero riguardo all'impostazione, al colore, al timbro.
Mi rendo conto che uno spettacolo è bello quando sento un brivido lungo la schiena, segno di un'emozione reale e qui di brividi ne sono corsi parecchi.

Il tripudio finale con gli applausi ai cantanti (i più generosi per la Tola e naturalmente per la Gersteva) chiudono il rito della magia dell'Opera. Una magia che ai nostri giorni sembra perdersi, ma basta varcare quella soglia di un teatro lirico ed ecco che questo spettacolo fantastico si ripete ancora dopo più di duecento anni.

Peccato che nella patria del melodramma la cultura musicale sia così trascurata.


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Commenti su questa Opinione
alcistene

alcistene

11.07.2006 13:51

concordo nel giudizio: la vera arte ti fa sempre provare un brivido...

solasulmare

solasulmare

29.05.2006 22:59

bellissima...

LadyWinter

LadyWinter

06.04.2006 21:45

Ho sempre desiderato vedere la Carmen, essendo affascinata ma non (ancora) appassionata alla lirica...e la tua opinione mi ha definitivamente convinta a cercare i biglietti al più presto!!

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