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Killing my memories

1  01.07.2007

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MrsBlond

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Un lungo corridoio scuro. Porte. Molte porte, ai suoi lati. Ne apro alcune: stanze tetre e luminose, piene e vuote, strapiombi sul nulla e posti magnifici e selvaggi. Ecco cosa nascondono, ma nessuna di esse è quella che cerco. Per trovarla devo camminare a lungo, arrivare in fondo dove nessuno può entrare, dove, come negli abissi, non c'è vita se non diafana e assassina. Vi arrivo in punta di piedi per non turbare gli incubi che stanno nella loro assoluta solitudine al riparo dai miei occhi vacui e dalla mia follia. Scale lugubri e cadenti. Non ho bisogno d'illuminazione, conosco bene quei posti. E pensare che un tempo erano le stanze più belle del castello, del mio castello che svetta verso la profondità e non verso il cielo, con le sue guglie conficcate al suolo come radici secolari, il mio castello fatto di sensazioni e sentimenti, di musica e parole, di silenzi. Ora esse languono abbandonate perfino da me e sono il rifugio di strani esseri: le mie paure, i miei dolori. Un cimitero di rinunce dove non c'è spazio per rimpianti e rimorsi, indietro non si guarda, davanti solo nebbia, ma il tempo cambierà prima o poi.
Questo penso, mentre poggio i piedi sull'ultimo scalino.
Eccolo. L'ingresso è di fronte a me. Sono titubante, incerta sul voler entrare, ma mi dico che dopo la lunga via sarebbe stupido andarsene. Serrature, lucchetti e catene. Allontanandomi ero convinta che il solo ricordo di tutti quei chiavistelli mi avrebbe fatto desistere dal tornare.
Pensiero che mi strappa un inutile sorriso.
Entro. Un grigiore terribile e polveroso mi avvolge. Specchi e piccole e grandi scatole, sontuoso arredamento ormai lercio e sfatto, una sedia al centro della stanza. Mi siedo e lo vedo lì, dove l'avevo lasciato, piccolo e lucido, di un rosso vivo che abbaglia. Mi alzo e allungo il braccio, le dita indugiano ticchettando sulla sua superficie di piccolo scrigno fuori luogo in quella funerea dimora. Mi stanco e vi poggio la mano. Un sussulto mi prende. Qualcosa lì dentro ancora si muove. Il tempo non l'ha uccisa. Mi riprendo e sento la rabbia salire. Mi volto alla ricerca di qualcosa, ma nulla sembra essere adatto allo scopo. Nulla se non quella sedia. Una vecchia sedia di vecchie scuole. L'afferro e con forza e disperazione infrango tutto ciò che mi circonda. Una fitta al volto, ma non mi fermo. Specchi, scatole, tele antiche, vasi e porcellane, tutto va in pezzi.
Quando anche l'ultimo ricordo mi pare strappato mi fermo ansimante e ancora scossa da rabbiosi sussulti.
Davanti a me quella foto di noi due. Mi avvicino, vi poggio le mani e il viso tentando di affondare le mie unghie nel tuo volto distratto e quasi sento il tuo profumo e la tua pelle mentre un orrido effetto lavagna mi ferisce l'udito. Indietreggio e con un colpo secco mando in frantumi quel mio forzato sorriso. L'ultimo sguardo ai tuoi occhi e lo schienale ti divide in quattro.
Ecco, ora mi sento… stanca.
Mi lascio cadere sul pavimento. Un rapido gesto e asciugo col dorso della mano il sangue che ancora mi cola dal naso.
Ho piedi pieni di schegge e mani tremanti ma nessun dolore.
Ancora un secondo e me ne andrò, ma prima l'ultimo sguardo a quel piccolo scrigno.
Lo tocco ancora. Nulla è rimasto o, per lo meno, tace.
Esco.
Piano richiudo ogni singolo meccanismo.
Lenta salgo su per le scale e mi lascio tutto alle spalle, mentre il silenzio mi rimbomba dentro.
Non tornerò.
Stanne certo.


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commark

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12.06.2010 20:37

Scritto intenso ed emotivamente coinvolgente..

desertsky

desertsky

20.02.2009 18:10

mi hai ricordato Jack Nicholson nel finale di Shining....nn so perchè

Dikaiosyne

Dikaiosyne

01.10.2007 21:13

Ci fu un tempo in cui due teste avevo / ci fu un tempo in cui questi due volti / si coprivano di rugiada amorosa / e sfumavano nel profumo di una rosa. / Adesso mi sembra / che anche se indietreggio / io vado avanti / verso un gran cancello / dietro al quale si estendono muri / dove dormono / estinti tuoni / e lampi spezzati. (Marc Chagall)

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