Concerto Art Ensemble of Chicago (Piacenza Jazz Fest 2006)

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Concerto Art Ensemble of Chicago (Piacenza Jazz Fest 2006)

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Di solito il momento di un concerto che mi impressiona di più sono i primi 15 - 20 secondi, quando da una calma e una stasi di strumenti abbandonati su un palco, dal vocio della gente in sala, dalla frenesia degli ultimi preparativi dei fonici e dei fotografi, si passa di colpo alla musica ... Leggi l'opinione





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A.E.o.C.S.S.d.C. (Live)
Una Opinione di sgtPippo su Concerto Art Ensemble of Chicago (Piacenza Jazz Fest 2006)
15.04.2006


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Opinione completa

Di solito il momento di un concerto che mi impressiona di più sono i primi 15 - 20 secondi, quando da una calma e una stasi di strumenti abbandonati su un palco, dal vocio della gente in sala, dalla frenesia degli ultimi preparativi dei fonici e dei fotografi, si passa di colpo alla musica nella sua pienezza, con gli strumenti che, aiutandosi tra di loro, riescono a comporre quello che abbiamo sentito o sentiremo in un CD, senza però magia allegata nel libretto.
Certo è che c'è da rimaner stupiti quando, mentre in sala c'è gente ancora in piedi, sul palco, tra gli strumenti appoggiati e i microfoni ancora spenti, spiccano tre tavolini pieni di pentole, campanacci, sonaglini, fischietti, grattugie, barattoli di fagioli e tutto quello che potete immaginare in una cucina, ma no, non su un palcoscenico, non accanto a un ligneo contrabbasso, degli africaneggianti bongos e la solita batteria, che sembra posta quasi a tranquillizzare gli animi come il mio: animi che pur nella più frenetica delle frenesie e nella più eccitata delle eccitazioni stavano in fondo in fondo augurandosi "che Dio me la mandi buona".

E la mandò.

La sala è gremita, tanta gente è rimasta fuori. Il Jazz fa schifo a tutti, e questo non è certamente tra i più orecchiabili, free, avant-garde... ma chissà dove si nasconde tutta questa gente nei giorni in cui la Pop - dance - unz unz la fanno da padrone, dove jazz per i più vuol dire Micheal BuBLEAH!
E la gente non sta più nella pelle, eccitata racconta e non la smette più di parlare e a far tacere una folla ci vuole l'organizzatore di tutto questo evento. Un ometto che tutti ringraziano, che prende l'iniziativa, e dice buon ascolto.

Entra l'Art Ensemble Of Chicago. Purtroppo la formazione non è più quella originale, due titolari sono passati a miglior vita, ma i panchinari, due validi giovani del vivaio si impegnano a non essere da meno.

Entra Roscoe Mitchell, il veterano e la mente del gruppo. L'anima creativo-riflessiva, con il suo set da concerto: due sax, uno alto, uno soprano, un flauto, una specie di piffero corto corto: non ho la tecnica ne le conoscenze da conservatorio, per me quello è un spifferino. Lo chiamerò così, ma non importa, non è detto che serva: è stato portato perché nei concerti di questo tipo non si sa mai. Strano vedere uno in giacca e cravatta di questi tempi.

Guardo anche Corey Wilkes, giovane con occhiali scuri e cappello, con capelli lunghi e ricci: l'espressione è imbronciata, sembra una posa, sembra uscito dal mondo del Rap, dell'Hip Hop. Meno male che ha tromba e cornetta in mano.

Le aste dei microfoni e i tavolini con le pentole mi fanno solo intravedere altri due membri del gruppo, Joseph Barman e Famoudou Don Moye: neri, con caffettano e tipico copricapo africano: sarà un neanche tanto velato messaggio? Presto lo sapremo.

Poi arriva il bassista, Jaribu Shaid: un altro "guest" del gruppo storico, un rimpiazzo con i rasta fino a dietro il ginocchio, anche lui ha il suo perché. Ce lo saprà dimostrare: il basso è uno strumento che prende solo se suonato in un certo modo: qui prenderà.

Si comincia.

Pentole e legnetti. Mitchell si è portato quattro strumenti quattro e poi mi suona i legnetti. Stiamo a vedere qui c'è qualcosa sotto, e infatti c'è. C'è un crescendo, disordinato ma armonico, come nei quadri di Jackson Pollock, quelle cose che ti fanno pensare "così sono capace anch'io", ma appunto, te lo fanno pensare: perché dalla cacofonia spinta non tutti sanno tirar fuori l'armonia, e non è proprio facile abbinare la pentola al flauto, la grattugia al sax tenore, il campanaccio ala tromba.
Si procede così ininterrottamente, non è un cd e non ci sono tracce, in men che non si dica ci si trova a far i conti con un basso frenetico, a volte suonato con l'archetto, più spesso pizzicato in modo assai frenetico, e ti dice: "Ah sì? E così eri capace anche tu, vero?". Ci si trova a fare i conti con il sax messo alla frusta da Mitchell che ad un tratto si ferma, mette su gli occhiali, ricomincia. La vista non è più quella di una volta e tra un'invenzione e l'altra ci sono trenta secondi di spartito, magia nella magia. E' una doccia fredda, è come un bicchiere d'acqua dopo una caramella alla menta.
Trenta secondi d'ordine nel caos. Non è possibile pensare, la musica non riempie la stanza, riempie il cervello, in ogni piega, in ogni anfratto.
Capita anche che il sax abbia bisogno di riparazioni, l'ancia è da sistemare. E allora i sax si fermano e lasciano spazio alla tromba, basso e batteria, mente un uomo in camicia e cravatta sistema le ance con il temperino, e di tanto in tanto dà un soffione per provare se lo strumento funziona. Reality show, astenersi Grande Fratello.

Ogni tanto la tromba ci mette del suo, e magari capita che una tromba non basti per rendere l'idea, e allora bisogna suonare la tromba e la cornetta nello stesso tempo, una nella destra, una nella sinistra. Magari un numero da circo fine a se stesso, ma capace di creare un suono che solo dal vivo rende l'idea. Mi spiace per chi non c'era, mi piace non poterlo raccontare con le parole di chi sa scrivere meglio di me.
E può capitare che si inserisca la melodica... lo strumento a fiato con il tubo e la pianola, rigorosamente di plastica, oppure un fischietto del tipo richiamo per uccelli, quello con l'astina che produce diverse tonalità. Quello di Telespalla Bob, per chi guarda i Simpson. Lo spifferino non suona stavolta, alla prossima, allora.

Può capitare che qui lo stupore continui imperterrito a farsi spazio anche dopo i primi venti secondi, anche dopo i primi venti minuti, anche dopo le prime due ore.

Può capitare che un concerto continui anche dopo le due ore nelle quali è volato. Chi era venuto per annoiarsi è rimasto deluso, o ha sbagliato concerto. Art Ensemble of Chicago, Senza Soluzione di Continuità.
   

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