Opinione su "Cotonou"

pubblicata 09/07/2001 | upo14
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Su di me :
Ottimo
Vantaggi spettacolo incredibile
Svantaggi elevato rischio malaria
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"GLI UOMINI DELLE PALAFITTE"

Riuscite ad immaginare più di 12.000 persone che vivono sulle palafitte? Ebbene, questo è lo spettacolo incredibile che mi si è presentato davanti agli occhi quando, dopo una tranquilla traversata in piroga tra larghi canali fiancheggiati da canne e mangrovie, mi sono trovato di fronte le prime capanne di Ganviè.
Questa località si trova in Benin (ex Dahomey), in Africa, proprio sul Golfo di Guinea, a breve distanza da Cotonou, la capitale commerciale del Paese, una caotica città che non esito a definire la più brutta tra le molte capitali africane che ho avuto occasione di visitare.
Cotonou è l’esempio tangibile di come la corsa sempre più accelerata verso l’”occidentalizzazione” abbia finito col fare scempio delle vecchie realtà africane, trasformando le città in agglomerati assurdi e invivibili, dove sporcizia, inquinamento, violenza urbana e sovraffollamento hanno totalmente snaturato la cultura e le tradizioni di intere popolazioni. Sarebbe interessante, a questo proposito, una riflessione sull’impatto devastante provocato dal “trapianto” del nostro modello di sviluppo nel tessuto sociale di altre civiltà…
Ma torniamo a Ganviè: il villaggio principale sorge a diversi chilometri dalla terraferma, sul lago Nokouè, ed è interamente costituito da capanne di bambù costruite su palafitte.
Un consiglio per coloro che decidessero di visitare questa parte d’Africa: anche se preferite evitare i luoghi più “turistici” non eliminate assolutamente Ganviè dal vostro itinerario: tutt’al più, se amate l’avventura, potete noleggiare una canoa e visitare gli altri villaggi della laguna, assai meno frequentati.
Com’è nata Ganviè? Nel XVIII secolo i Tofinu si stabilirono qui per sfuggire ai bellicosi Fon, che avanzavano dal Nord del Paese, dove la terra non bastava più a sfamare tutti gli abitanti. La zona paludosa al centro del lago forniva una protezione sicura, anche perché un’antica usanza religiosa del Dahomey proibiva ai guerrieri di entrare in acqua.
A Ganviè tutte le case, i ristoranti, i negozietti e l’unico albergo sono costruiti su palafitte, a circa due metri sul livello dell’acqua. La popolazione vive esclusivamente di pesca: gli uomini piantano dei rami nel fondo fangoso della laguna e così, quando le foglie iniziano a decomporsi, i pesci accorrono in cerca di cibo finendo nelle reti dei pescatori.
Le piroghe slanciate, unico mezzo di locomozione, sono generalmente guidate dalle donne che, riparate sotto grandi cappelli di paglia, si occupano della vendoita del pesce. Queste imbarcazioni, cariche di pesce, spezie, frutta, sono uno spettacolo indimenticabile, così come indimenticabile è il “marchè flottant”, il mercato sulle piroghe, che in qualche modo ricorda i più celebri mercati sull’acqua thailandesi.
A Ganviè si trovano parecchi “ristorantini” in cui si può mangiare (pesce, ovviamente…) ma vi sconsiglio di passarvi la notte in quanto, verso il tramonto, si viene letteralmente aggrediti da nugoli di zanzare, cosa che, in una regione in cui la malaria è endemica, sarebbe meglio evitare…
Il momento migliore per visitare Ganviè è l’alba, quando dal lago si alza un velo di nebbia e tornano le barche dei pescatori: le capanne appaiono tenui come un acquerello mentre il silenzio della laguna è rotto soltanto dallo sciacquìo dei remi …
Ancora una volta il miracolo si ripete e l’Africa, nonostante le sue devastazioni, ci regala l’ennesimo, incredibile sogno.
“Love, lift me out of these blues…..”


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Commenti su questa Opinione

  • pino.nespoli pubblicata 30/07/2001
    o che tu sei diventato romantico? Buona novità. Ciao e non ti affaticare troppo, Topone !!!!!
  • nefi pubblicata 15/07/2001
    Che bellissima esperienza hai vissuto.
  • CMMaya pubblicata 09/07/2001
    Susciti, come al solito, bellissime impressioni di viaggio e, nello stesso tempo, riflessioni serie: il modello occidentale ha "violentato" molte società africane e asiatiche. Si sono perdute tradizioni e culture in favore di urbanizzazione, inquinamento, deforestazione in terre che non si sono peraltro affrancate per nulla da miseria, sporcizia, sottosviluppo. D'altra parte, qualcosa abbiamo da offrire anche noi, abitanti del mondo "civilizzzato": ne ho parlato a proposito della lotta condotta dall'Unicef per debellare la pratica delle mutilazioni sessuali delle bambine in certe etnie. Ma si potrebbero fare altri esempi: la lotta di altre organizzazioni umanitarie occidentali contro la segregazione delle donne in Afghanistan, contro il lavoro minorile in Asia. Bisogna intervenire con tatto, cercando il coinvolgimento di organizzazioni locali; non può mai essere un intervento "imposto" dall'alto delle nostre modernità. In ogni caso, come sosteneva qualche tempo fa Miriam Mafai in un articolo su "La Repubblica", mai dovremmo trovarci nella situazione di tollerare che donne indiane possano immolarsi in una nostra piazza sulle pire dei mariti defunti, in nome di tradizioni inviolabili. E' necessario trovare "un punto di incontro" delle nostre differenti culture. Allora forse riusciremo davvero a creare una società multietnica equilibrata, tollerante, giusta.
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