Periferia

1  09.05.2007 (14.09.2007)

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In media l'opinione è' stata valutata Eccellente da 51 utenti Ciao

La casa era popolare, il quartiere pure. La gente popolare.
Era la zona più malfamata della città. Molto più che periferia.
Pochi palazzi di freddo e brutto cemento e tanta campagna intorno.
Vicino la ferrovia dove transitavano pochi treni. Due o tre al giorno, non di più.
I campi erano suddivisi ancora coi vecchi muri in pietra, alcuni ancora in piedi.
Altri li avevamo pian piano sgretolati. I nostri passaggi segreti notturni.
Poche macchine, quelle dei residenti. Tante urla, quelle dei residenti.
La signora Pina non mancava mai di farsi sentire fin dai contadini che erano oltre la ferrovia.
Urlava sempre. Con Enzo, suo figlio e mio amico. Con Rebecca, sua figlia e amica mia.
Con suo marito. Meno amico mio. Anzi mi diede due sberle una volta.
Stavo solo giocando al dottore con Rebecca. La sua gonnellina era alzata e io la visitavo.
Eravamo nel sottoscala del loro palazzo e lui rientrò da lavoro, credo.
Non fu molto contento. Quegli schiaffi furono secchi.
Le notti d'estate rientravamo a casa dopo che dalle varie finestre e balconi ci chiamavano.
I nostri sembravano darsi l'appuntamento.
Appena il primo chiamava il nome di qualcuno di noi per urlargli di rientrare, gli altri partivano.
Un coro stonato ma ormai abituale.
Ed era ancora un continuo urlare e litigare.
Arrivavano grida e rumori secchi da giù di noi, dai piani sotto. Mariti e mogli incazzati.
Arrivavano anche dal palazzo di fronte e con le finestre aperte per il caldo sentivo tutto.
Il signor Gianni credo avesse dimenticato il nome di sua moglie ormai.
Puttana era la parola da lui più frequentemente utilizzata.
Lo sport più frequente che praticavamo era la caccia alle lucertole.
Ero un campione. Con il filo di grano ben ripulito facevo il cappio.
Lo sistemavo proprio davanti alla loro testa e non appena si muovevano erano già impiccate.
Altre volte c'erano le guerre tra palazzi.
Formavamo le bande, ci sceglievamo le zone di guerra nei campi e via sassate.
Una volta un mio occhio fini in ospedale per due punti.
Fortuna volle che era un taglietto appena sotto la palpebra. Mi andò bene.
Ma la testa bucata di Guglielmo la ricordo ancora. Il sasso era grosso.
Aveva un buco davvero profondo e il sangue scorreva abbondante.
Ci volle molto tempo in ospedale per recuperarlo e portarlo di nuovo in condizioni accettabili.
Ma il capo era Franco. La sua famiglia era di origine sarda e suo padre faceva il poliziotto.
Era indiscutibilmente il leader.
Per giocare alzava la serranda della finestra del suo bagno, se lo tirava fuori e cominciava a urlare.
Chiamava Adriana. Una bella fanciulla del palazzo di fronte.
Le diceva "Ehi, Adriana, guardami… guarda che bel cazzo tutto per te!".
Tutto ciò non accadeva ai 18 o vent'anni. Ne avevamo 12 o 13, non di più.
Tutti lì eravamo un po' cresciuti in fretta. Forse troppo in fretta.
I genitori erano troppo impegnati in altro per curarsi di noi.
Bollette non pagate. Ufficiali giudiziari. Litigate per corna e soldi.
E noi eravamo cresciuti, nel frattempo.
Ogni tanto qualcuno di noi spariva nei riformatori. Allora si chiamavano così.
Un furto. Uno scippo. Una passata di botte a qualche vecchietto per rubargli qualcosa. Roba così.
Poi la vita ci ha separati.
Sono passati tanti anni. Tanti sono andati via da lì. Come me.
Altri sono ancora in zona.
Di tutti quelli che ricordo si sono salvati solo in 4 o 5 per quanto ne so io.
La maggior parte non ce l'ha fatta. A tornare nelle regole civili intendo.
Franco, Giovanni e Luca sono stati arrestati più volte per spaccio di droga.
Guglielmo invece non ha avuto problemi con la droga. Ha ammazzato una persona.
Non ricordo bene i motivi ma è al fresco e chissà per quanto ci starà.
Adriana si è sistemata bene. Ha sposato un bravo ragazzo con un buon lavoro.
Rebecca si è sistemata anche. Per anni ha battuto sulla statale che porta la mare.
Non so se lo fa ancora ma credo proprio di no. Ha la mia età.
E quello è un lavoro che finisce presto. Come quello dei calciatori ma un po' meno agiato. Forse.
L'anno scorso sono ripassato da lì.
Ho girato il quartiere che oggi è totalmente costruito e non c'è più un filo d'erba.
Mi tornava in mente la canzone di Celentano. Si quella lì…
Eppure ho trovato una panchina intatta. Uguale direi.
La panchina che, sotto il mio palazzo, ci ospitava nelle sere tranquille a chiacchierare.
Mi sono seduto e ho pensato.
A Franco, a Giovanni, a Rebecca, a Guglielmo, a tutti gli altri.
A quel pezzo della mia vita che mi ha tenuto sul filo senza che io capissi cosa significava allora.
Potevo cadere di qua, magari rafforzato da tanta durezza vista e toccata con mano.
Potevo cadere di là. Essere insieme a Guglielmo o a Franco.
È andata così.
Ho lasciato qualche lacrima su quella panchina prima di riprendere la mia strada.
Franco, Giovanni e Luca sono abbonati ad un via vai dal carcere.
Guglielmo invece ha un altra forma di abbonamento. Quello full-time.
Quello che ti permette di essere assistito dallo stato a tempo pieno.
Loro sono caduti di là. Loro malgrado.
Io sono stato più fortunato, forse.
E ogni tanto li penso ugualmente con tanto affetto.
A prescindere.

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aria_vita78

aria_vita78

23.09.2007 19:23

...ognuno di noi a vissuto la propria infanzia, chi più bella chi meno bella ma essa comunque oggi ci fa essere ciò che siamo...

FOTOGIRASOLE

FOTOGIRASOLE

21.09.2007 18:02

una dura che troppo spesso mi dimentico di avere vissuto

valery

valery

21.09.2007 01:15

Per me il tempo di tirare le somme è lontano... la mia è una realtà di paese: niente periferia, ma tanti ragazzi, quali più fortunati, quali meno, tutti insieme. Alcuni di quei "ragazzi a rischio" si sono salvati, per fortuna, altri... non lo so.

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