Detachment - Il Distacco (2011)

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Detachment - Il Distacco (2011)

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La speranza è la penultima a morire

5  23.07.2012

Vantaggi:
Densità di dialoghi e sceneggiatura, interpretazioni, regia .

Svantaggi:
Vanno messi in guardia gli iper - sensibili .

Consiglio il prodotto: Sì 

brest

Su di me: Cliccando su 'biglietto da visita', potete fare la conoscenza di mio figlio. (7/11/2012: O B A M ...

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Supplente permanente, Henry Barthes (Adrien Brody) rimbalza da una scuola superiore all’altra per rimpiazzare quei docenti che sono costretti a un’indisponibilità prolungata. Ora gli tocca insegnare letteratura a una classe del più scalcinato istituto di Long Island (un’ora e mezza di treno da Manhattan), non a caso sotto minaccia di chiusura perché (sic) il pessimo livello dei suoi risultati didattici rende poco appetibile il quartiere in cui si trova (come se quello, altrimenti, fosse un giardino fiorito).
Assunto da una preside ormai liquidata (Marcia Gay Harden, bravissima), affiancato dal fatalismo semi-sconfitto dell’esperto Charles Seaboldt (James Caan, sempre tosto), perplesso dall’alienazione del mite compagno di sventura Wiatt (Tim Blake Nelson, penalizzato) e guardato con interesse dalla collega coetanea Sarah Madison (Christina Hendricks, un po’ troppo avvenente per questo tipo di film), il professor Barthes affronta con eroica serenità la mission impossible che sconfiggerebbe dieci Tom Cruise: accendere luci nelle menti e nei cuori di adulti cuccioli bradi, arrognanti (arroganti+ignoranti) e lasciati soli contro la nefasta complessità del mondo.
Buon ma non ottimo samaritano, intrepido cavaliere pallido sotto i neon di scuole e ospedali (lì si sta spegnendo il nonno, soffocato dall’angosciosa vergogna di un terribile segreto), Barthes illude le anime migliori di essere ancora di più di quello che già è, e finisce per confondere in un solo pianto le lacrime di orfano precoce, nipote tradito, maestro inadeguato: una pecorella del gregge si perderà per sempre, un’altra, forse, conoscerà la sponda esausta della salvezza.

Di Tony Kaye avevo perso le tracce. Il regista inglese mise la sua firma nel 1998 su uno dei drammi socio-familiari più crudi ed emotivamente coinvolgenti degli ultimi tre lustri, “American History X” (Oscar a Edward Norton come protagonista); poi si mise a litigare con la New Line, società produttrice del film, per complicate questioni di diritti (ballava una richiesta di risarcimento di un centinaio di milioni di dollari) e sparì dalla circolazione per qualche tempo salvo sfornare, sei anni dopo, uno dei migliori, più onesti e più duri film-inchiesta sull’argomento ‘aborto’, “Lake of Fire”, seguito da un titolo low-budget rimasto praticamente senza distribuzione (“Lobby Lobster” nel 2006) e dal poliziesco più ambizioso ma non completamente riuscito “Black Water Transit” (2009).
Ora TK si riaffaccia dal balcone del Grande Cinema in compagnia
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Il mio biglietto d'ingresso al cinema
di un nutrito manipolo di attori semi-quotati o ex-grandi, tra i quali il suo connazionale Adrien Brody (anche co-produttore di questo progetto realizzato in economia) accetta di impersonare la centrale figura d’insegnante-Don Chisciotte allo sbaraglio contro i mulini a vento dell’indifferenza adolescenziale verso ogni tipo di autorità e guida.
La genetica contraddittorietà della società americana continua a ipnotizzare e scandalizzare l’europeo adottato Kaye, il quale ringrazia per l’ospitalità sfornando un altro ritratto ad alta tensione dipinto con pennellate brutali sulla tela grezza della marginalità, del limbo depressivo in cui ragazzi di famiglie normali ma non abbienti, o figli di fasce etniche impoverite e meticce, sono abbandonati fidando pigramente che qualche istituzione se ne prenda cura. Il recinto didattico come purgatorio umano e generazionale nel crogiolo di tutte le omologabili diversità era già stato argomento di un notevole film francese di Laurent Cantet, “La classe” (2008), meritata Palma d’Oro a Cannes, e in generale il sotto-genere ‘scuola’, nella sua dosata miscela di psicologia da dramma carcerario (l’educazione coercitiva) e romanzo di formazione (la figura dell’insegnante) è sempre stato classicamente in grado di produrre titoli di valore, dal misconosciuto classico con Glenn Ford e Sidney Poitier “Il seme della violenza” (Richard Brooks, 1955) al bellissimo “L’attimo fuggente” (Peter Weir, 1989), dal ruffianotto “Pensieri pericolosi” (John N. Smith, 1995) allo struggente “Precious” (Lee Daniels, 2009).

Qual è dunque il fattore-Kaye , quel ‘di più’ che il sessantenne londinese inocula in questo film analogamente a quanto aveva fatto per “American History X”, e che rende una forte rappresentazione della realtà ‘anche’ una via crucis interiore di corrosivo crudele dolore?
Come un tragediografo, Kaye individua un fulcro narrativo in cui pulsi irrisolta l’inadeguatezza umana in sé, e nel quale la consapevolezza della perdita irreparabile faccia da premessa alle azioni dell’eroe.
Solo allora sceglie di gettarlo in pasto a una delle infinite epifanie del Caos, e di osservare con quale coraggio egli combatterà la sua battaglia perduta in partenza.
In “American History X” il protagonista soffriva l’orfanità del padre, qui il professor Barthes nasce già ferito dalla perdita (e quanto tragica) di una madre arresasi all’insensatezza del dolore. Eppure, il giovanotto malinconico sembra nato per fronteggiare quel circo di belve che una classe di sedicenni si può rivelare, soprattutto nelle strade malconce di un’America decadente e disperata.

Al compito, improbo e sottile, di impersonare un ruolo così delicatamente tragico è chiamato il newyorkese Adrien Brody, che porta nel volto, nei gesti e fin quasi nella carne di Henry Barthes una fortissima fragilità , incantando il sottoscritto e molti come lui; eppure, in una pellicola che ha arruolato tanti qualitativi veterani, i due ruoli contrari e complementari a quello del protagonista e perciò insieme a lui di gran lunga più importanti, sono affidati a due sconosciute adolescenti di cui una (Betty Kaye) è la figlia maggiore del regista, che interpreta la cicciona dal talento represso Meredith, mentre l’altra (Sami Gayle) fa capolino nel cinema d’autore dopo una breve gavetta televisiva, e ricopre il ruolo della Lolita trovatella Erica.
Ebbene, sono le due fanciulle a reggere il dramma sulle loro spalle (gracili quelle di chi la scamperà, più robuste le altre) assieme al loro Uomo Ideale che fraintendono, ognuna con gli occhi della sua particolare innocenza, per quel vecchio ragazzo dal naso aquilino e dalla gentilezza triste che di mestiere fa il supplente.

L’ultimo illustre sconosciuto che “Detachment” porta alla ribalta è lo sceneggiatore Carl Lund, di cui nemmeno imdb.com sa nulla se non che si è scritto da solo questo filmone prima di consegnarlo al talento registico di Kaye: tanto lo script è asciutto, a volte quasi volutamente trascurato, ma sempre capace di tenere lo sguardo dritto sugli ambienti descritti e sui caratteri narrati, tanto il ‘tocco’ del regista lo soccorre con scelte ora energiche ora misuratissime; laddove alcune porzioni di dialogo o monologo toccano apici drammaturgici rari nel cinema di oggi e più ascrivibili ai grandi classici (vedetevi come reagisce il prof quando il bullo della classe gli scaraventa lontano la borsa, e capirete che significa ‘scrittura da film’), ecco che lo stile dell’impronta registica porta subito il contributo funzionale di un’idea, di una soluzione, di un’intuizione.
Insomma, una simbiosi tra film scritto e sua realizzazione su pellicola cui raramente mi era capitato di assistere, almeno negli ultimi tempi, in opere che non fossero eseguite da uno stesso regista-sceneggiatore.
Come in “American History X” il mirino della cinepresa è sulle cosiddette ‘nuove generazioni’ (il padre che umilia le aspirazioni artistiche di Meredith ‘appare’ solo come voce fuoricampo), e non c’è critica più feroce ad una società che mostrare senza veli in che stato è ridotta la sua gioventù, costretta ad allignare in una sopravvivenza squallida, prepotente, segnata.

Meno simmetrico ma ancora più scabroso del già valido “L’onda” (Dennis Gansel, 2008), “Detachment” resta un bruciante documento sulla deriva dell’individuo consapevole nella stagnazione della solitudine professionale, personale e umana: la scenario scolastico finisce per essere quasi solo una cartina di tornasole su cui con più evidenza può risaltare lo stridente contrasto tra buone intenzioni e soverchiante realtà.
‘Quasi’ imperdibile per ogni insegnante di qualsiasi ordine e grado ma al tempo stesso molto rischioso (per tematiche, scene e sfondo psicologico) per i troppo sensibili, l’opera seconda di Kaye potrebbe rivelarsi addirittura letale per eventuali insegnanti iper-sensibili, che dopo la visione di questa ovvia eppure travolgente micro-apocalisse potrebbero anche decidere di non metter più piede in classe per il resto dei loro giorni. Gli adulti riflessivi, e interessati al modo in cui il cinema parla della vita e del mondo in cui essa si svolge, dovrebbero segnarsi con l’evidenziatore gigante questo film, per catturarlo in extremis in qualche sala o arena estiva, oppure per recuperarlo sul piccolo schermo appena se ne presenterà l’occasione.
Secondo ‘8’ pieno dell’anno solare dopo il diversissimo capolavoro “The Artist”, e cinque obbligatorie ciao-stellette nel mio giudizio sintetico, sono il dovuto coronamento ad una visione che mi ha scosso e commosso.

Perché, credo, non è la speranza l’ultima a dileguarsi nella notte dello spirito. Nello sbuffare dell’ultima corsa di un lercio autobus, nel gemito di un dolore singhiozzante di un orgasmo comprato, perfino nella vanità involontaria di una buona azione sincera (quanto ci fa sentire diversi dai disperati che aiutiamo, eh?) riposa il silenzio segreto della morte in arrivo, non importa se fra troppi minuti o pochissimi decenni.
Mi sembra che ogni uomo sia Giobbe, o Henry Barthes: uno stoico fatalista immolato su un altare che non ha mai chiesto, e che pure onora con ogni stilla di sudore e sangue.
Prima muore la speranza (dunque la bellezza e il desiderio di vederla in ogni cosa), solo dopo tocca a noi.

SCHEDA
DETACHMENT (Id., Usa 2011, 97’). Regia e fotografia: Tony Kaye. Soggetto e sceneggiatura: Carl L’und. Montaggio: Michelle Botticelli, Barry Alexandre Brown, Geoffrey Richman. Scenografia: Jade Healey. Costumi: Wendy Schecter. Musiche originali: The Newton Brothers. Con Adrien Brody, Marcia Gay Harden, James Caan, Christina Hendricks, Lucy Liu, Blythe Danner, Tim Blake Nelson, William Petersen, Sami Gayle, Betty Kaye, Louis Zorich. (Voto: 8)
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Commenti su questa Opinione
guinness3k2013

guinness3k2013

04.02.2014 10:57

è un film che mi ha lasciato senza parole. Anche più di American History X. La tua recensione è allo stesso livello....

angie9

angie9

08.06.2013 10:52

Non ho ecc, mi spiace rovinare la media con un mu...

apo1971

apo1971

23.12.2012 09:38

Porca paletta! Anche questo mi era sfuggito. Ormai ti utilizzo come fossi un portale di Cinema (di cui mi fido tantissimo). Inutile dire che recupererò questa interessantissima pellicola come mi/ci raccomandi.

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