Opinione su "Foresta Umbra"

pubblicata 11/12/2006 | bm83
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"FORESTA UMBRA il cuore verde"

Foresta Umbra

Foresta Umbra

Anche i giganti soffrono la sete. No, a un'occhiata superficiale, i grandi faggi, che sul Gargano formano la storica Foresta Umbra, non mostrano segni di deperimento. Ma i tecnici del corpo forestale dello Stato, che amministrano l'area, ne stanno osservando con attenzione le manifestazioni di vitalità: non è ancora una situazione allarmante però qualche motivo di apprensione c'è. La ragione? Da anni non piove come dovrebbe; i 1.200 millimetri di precipitazioni, media storica per l'area sommatale del Gargano, sono solo un ricordo e la sete, che brucia il Tavoliere laggiù a ovest, comincia a farsi sentire perfino quassù, nel luogo più fresco e umido di tutta la Puglia.

Il faggio, albero dell'Europa media e amante del clima oceanico, sembra fuori posto in un ambiente così "mediterraneo". In effetti, conquistò il Gargano in epoca postglaciale, quando prevaleva un clima molto più umido e fresco dell'attuale, formando una vasta foresta già celebre in epoca romana come Nemus garganicum. L'aspetto brullo che gran parte del promontorio presenta oggi, soprattutto nel tratto interno e occidentale, rivolto verso il Tavoliere (i boschi coprono ormai solo il 20 per cento della sua superficie), è il risultato di massicci diboscamenti, avviati già nell'antichità, e di un secolare "fame di terra" della popolazione locale che ha saputo coltivare anche i sassi, costruendo laboriosi terrazzamenti su pendii scoscesi, trasportando con ceste a spalla il terreno fertile fino alle quote più elevate, riempiendo il fondo delle doline carsiche di terriccio umido. Inutile dire che, dai protagonisti di tanta fatica, i boschi dell'area centro-orientale del promontorio venivano considerati un miniera di legname e di carbone di legna e, dopo il diboscamento, quanto non si poteva coltivare era terra di pascolo per le greggi transumanti. Tracce di quest'antica attività sono i resti di tratturi, come il Tratturello Campolato-Vieste, la più importante via di transumanza del promontorio, e i "cutini": cisterne a cielo aperto, circolari, con un muretto di pietre a secco che delimita un avvallamento naturale nel terreno. Raccoglievano le acque piovane e servivano per l'abbeverata del bestiame: ora risultano provvidenziali per la fauna selvatica del parco, e forniscono un ambiente ideale per la riproduzione di alcune specie di anfibi.


Al centro della foresta, un altro cutino, il Cutino d'Umbra, ricorda invece lo sfruttamento forestale diretto della zona: nella prima metà del Novecento, la sua acqua assicurava il funzionamento di una grande sega idraulica, che trasformava i tronchi degli alberi abbattuti in traversine ferroviarie. Era il tempo, non troppo lontano, in cui la ricchezza del Gargano si misurava in metri cubi di legname tagliato. La Foresta Umbra dei boscaioli è stata descritta felicemente dallo scrittore Giuseppe D'Addetta negli anni Cinquanta: "È questo il cuore del monte misterioso, dove vivono pochi uomini sperduti tra i tronchi, la cui vita si indovina dal fumo che si sprigiona dalle carbonaie e dai colpi ritmati della scure o dal ronzìo della sega". Che sia giunta fino a noi una parte piccola, ma non trascurabile, dell'antica foresta è merito soprattutto dell'impegno del Corpo forestale dello Stato, che per decenni ha fatto rispettare la legge, arginando la pressioni dei boscaioli. Oggi un ricordo di tale confronto si può cogliere visitando, presso l'area di ristoro Baracconi, due piccoli musei: quello dei Carbonai e quello del Forestale.

Estesa su 11.000 ettari ( circa 800 dei quali godono di una protezione più rigorosa come riserve naturali dello Stato), la Foresta Umbra è costituita per soli 2.000 ettari da faggeta pura o quasi pura. Scendendo di quota, si assiste a una presenza crescente delle querce, in particolar modo del cerro e del leccio, con un ricco sottobosco (quello della faggeta è notoriamente assai povero) dove spiccano gli agrifogli, dagli esemplari a volte splendidi. Si trovano molti alberi antichi e giganteschi sul Gargano, e di diverse specie: i più conosciuti sono probabilmente i tassi, di cui certi hanno - si dice - 2.000 anni di età e un diametro di 2 metri circa. I forestali raccontano che si sono salvati grazie alla durezza del loro legno: in passato, quando si utilizzava la sega a mano, i tagliaboschi preferivano pagare il penale concordata per ogni albero rimasto in piedi piuttosto che affrontare la fatica disumana di abbatterli.

Presso l'area di ristoro Baracconi c'è un faggio segnalato ai visitatori come il più grande di tutti: arriva ad avere un'altezza di 35 metri e il suo diametro si avvicina ai 2. I forestali sono però convinti che, se si effettuasse una misurazione rigorosa dei maggiori esemplari, il record di questo enorme albero sarebbe battuto. Una misurazione estremamente precisa si sta facendo tenendo conto di altri parametri vegetali, nella cornice del programma di ricerche ecologiche europeo Ecofor. E il "gigantismo" della flora garganica viene confermato anche per altra via: per esempio, campioni di foglie prelevati dai faggi della foresta risultano più pesanti dei corrispondenti campioni prelevati da ogni altra faggeta del nostro Paese: sarà interessante saperne il perché.

La fauna non è d'interesse minore. Nel promontorio, considerato nell'insieme, nidificano ben 170 specie di uccelli, più di un terzo di quelle nidificanti in Italia: per avere un termine di confronto, basti pensare che nell'intero arco alpino, dalla Liguria al Friuli, le specie che vi fanno il nido ammontano a 138.

Ma è un mammifero, il capriolo, l'attrazione principale, nonostante avvistarlo non sia facile, schivo com'è. È certamente autoctono e sono in corso ricerche genetiche per accertarne il rapporto con le altre due popolazioni dell'Appennino meridionale: quella di Castelporziano, presso Roma, e quella dei monti dell'Orsomarso, in Calabria. Questi caprioli meridionali presentano dimensioni minori rispetto alle razze settentrionali: una forma di adattamento al più severo ambiente mediterraneo. La popolazione garganica è probabilmente un ecotipo, con caratteristiche proprie sviluppate in millenni d'isolamento: il Tavoliere della Puglia, diboscato e antropizzato fin dalla protostoria, ha in sostanza fatta da barriera faunistica tra il Gargano e l'Appennino, almeno per molte specie.

Quanti sono i caprioli della Foresta Umbra? Un censimento preciso non esiste: una recente stima parla di circa 120 esemplari. Senza dubbio, si tratta di una popolazione insidiata non soltanto da persistenti residui di quel bracconaggio che tanti danni gli ha inflitto in passato, ma anche da tre altri elementi di disturbo: i cinghiali, i cani randagi e il turismo. È probabile che il cinghiale sul Gargano ci sia sempre stato, ma la popolazione attuale, giudicata eccessiva, ha verosimilmente origine da capi fuggiti da una riserva di caccia nel comune di Pugnochiuso. Il cinghiale non è antagonista alimentare del capriolo, ma sicuramente, quando la sua densità supera certi livelli, lo disturba e lo costringe ad abbandonare aree abituali del pascolo. Non si deve nemmeno escludere che possa aggredire le femmine subito dopo il parto per nutrirsi dei piccoli, sebbene prove di ciò non siano state trovate. Sono stati trovati invece i resti di femmine e piccoli aggrediti da cani randagi. È un problema che non riescono a risolvere e ci sono persone che continuano ad abbandonare i propri cani. Segno che, contrariamente a un'opinione diffusa, può verificarsi una pur limitata riproduzione di cani abbandonati quando le risorse alimentari risultano abbondanti; le Aziende sanitarie locali e i Comuni, cui spetta la cattura dei randagi e la custodia in canili, non fanno nulla per mancanza di fondi. E poi il Corpo forestale non è autorizzato a intervenire.

E in ultimo, il turismo: il capriolo riesce a convivere un basso livello di azioni di disturbo dell'uomo, ma quando la presenza dei visitatori diventa massiccia e troppo spesso irrispettosa, finisce con l'abbandonare aree che sono indispensabili alla sua sopravvivenza. L'Ente Parco incoraggia, ovviamente, il loro afflusso nella Foresta Umbra, ma comincia a farsi strada l'idea che occorra conciliare fruibilità e conversazione: forse bisognerà chiudere alcuni sentieri, applicare con maggior rigore la regola di non abbandonare i percorsi autorizzati, attrezzare meglio le aree di fruizione per gli umani. Sarebbe davvero un peccato che il più bell'animale, il simbolo del parco, dovesse scomparire per eccesso di ammirazione.

Com'è protetta? La foresta che riveste la sommità del promontorio garganico è quasi interamente compresa nel perimetro del Parco Nazionale del Gargano. All'interno dell'area protetta, poi, zone particolari vengono ulteriormente tutelate da riserve statali. Sono la Riserva naturale biogenetica Foresta Umbra (399 ettari) e la contigua Riserva naturale orientata Falascone (48 ettari), in territorio di Monte Sant'Angelo; la Riserva naturale integrale Sfilzi (56 ettari) in territorio di Vico Garganico; la Riserva naturale biogenetica Ischitella e Carpino (299 ettari), in territorio di Ischitella.

Dove si trova? La Foresta Umbra occupa la parte più elevata del promontorio del Gargano (la cima maggiore è il Monte Iacotenente, 832 metri). Vi si arriva con tre percorsi su strade tortuose ma assai panoramiche: da sud da Monte Sant'Angelo (in circa 30 km), e da nord in circa 15 km da Vico Garganico o in 16 dalla statale 89, a metà strada fra Peschici e Vieste.

Appunti di Natura: l'aspetto peculiare della natura del Gargano è la diffusione del Faggio a poche centinaia di metri d'altitudine e vicinissimo al mare (in territorio di Ischitella, una stazione scende fino a 270 metri). In associazione al faggio, troviamo carpini, aceri, tassi, agrifogli, farnetti, farnie, olmi, frassini, lecci e roverelle; e proprio la rarità della faggeta pura (che invece è la norma in Appennino) risulta la caratteristica della foresta garganica. Molto importante la presenza di orchidee, come Cephalantera e Neottia. Quanto alla fauna, oltre al capriolo, particolarmente prezioso perché appartenente a una delle pochissime popolazioni autoctone dell'Italia meridionale, ci sono ghiro e scoiattolo, faina, volpe, tasso, martora, e il rarissimo ed elusivo gatto selvatico. L'avifauna vanta ben cinque specie di picchi: dorsobianco, rosso mezzano e minore ( esclusivi di questi boschi in ambito regionale), rosso maggiore e verde. E poi tordo bottaccio, picchio muratore, bigia grossa, canapino, torcicollo, luì verde, balia del collare, ciuffolotto, frosone… E ancora, poiana e sparviero, allocco e gufo reale. Un'avifauna che, per ricchezza e tipologia di specie di specie, fa del Gargano un'autentica "montagna del mare".

INVITO ALLA VISITA: Cutino D'Umbra-Caserma Murgia-Lago D'Otri-Grava di Marianna. Il tracciato, segnato con tacche gialle e cartelli del Corpo forestale dello Stato, si snoda su quattro sentieri. Attraversa la parte meridionale della foresta e permette di osservare gli alberi di tasso secolari, la rigogliosa faggeta, i minuscoli laghi chiamati cutini, le doline carsiche. Lungo 13 chilometri circa, si effettua in 5 ore (andata e ritorno) e non presenta delle particolari difficoltà. Si comincia nelle vicinanze del Cutino D'Umbra, uno specchio d'acqua incastonato nella fitta vegetazione. È un impluvio naturale trasformato, con un'apposita arginatura, in un bacino di raccolta delle acque piovane, dove all'alba e al tramonto gli animali selvatici vengono a dissetarsi. Lasciato il cutino sulla sinistra, si seguono le indicazioni per la Riserva naturale di Falascone, costeggiando a destra un reticolato e prendendo un sentiero a fondo naturale nella faggeta (tacche di vernice gialla sui tronchi). A un primo bivio si gira a destra per entrare nella riserva: 48 ettari che ospitano circa 600 alberi di tasso, alcuni dei quali, veramente maestosi, superano i 5 secoli di vita. Grandi ceppaie ricordano l'antico sfruttamento economico della foresta, mentre in qualche immenso tronco cavo fa il nido il gufo reale. Lasciato a destra un secondo bivio, si segue l'indicazione Murgia-Lago d'Otri percorrendo il vecchio tracciato della ferrovia utilizzata per il trasporto del legname. Dopo circa 1 ora e mezzo, si raggiunge la caserma Murgia, situata in uno dei punti più panoramici della foresta. Si seguono adesso le indicazioni per il lago d'Otri. Lentamente, la faggeta pura lascia il posto a un bosco misto con carpino bianco, carpino nero, ornello, sorbo, abete bianco, il sottobosco s'infittisce. Girando a sinistra a un terzo bivio e, dopo mezz'ora, a un quarto, si arriva al Lago d'Otri, un altro cutino formato da una bassura dal fondo impermeabile racchiusa tra muretti di pietra a secco: un accorgimento prezioso per conservare l'acqua piovana in un'area priva di riserve idriche e scarsa di sorgenti. L'ambiente carsico è popolato di numerosi rettili: vipera, colubro d'Esculapio, cervone, orbettino, ramarro e tartaruga terrestre e palustre. Compiuto il periplo della Grava di Marianna, una dolina profonda 27 metri esempio tipico del carsismo garganico (nella foresta ne sono segnalate una ventina), si torna al cutino, e da lì alla caserma Murgia per l'itinerario dell'andata. Qui si trova una variante diretta più breve per il Cutino d'Umbra.

Per saperne di più: "Il Parco Nazionale del Gargano" di Angelicchio e Biscotto; "Uomini, caprioli e faggi", Germi Editori; sito internet www.parks.it/riserva.statale.foresta.umbra

"Il Gargano è il monte più vario che si possa immaginare. Ha nel suo cuore la Foresta Umbra, con faggi e cerri che hanno 50 metri d'altezza e un fusto di una bracciata di 5 metri, e l'età di Matusalemme; con abeti, aceri, tassi; con un rigoglio, un colore, l'idea che le stagioni si siano incantate in sull'ora di sera; con caprioli, lepri, che vi scappano di fra i piedi; con ogni gorgheggio, gemito, pigolìo di uccelli." (Giuseppe Ungaretti)


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Commenti su questa Opinione

  • pegaso56 pubblicata 26/07/2012
    eccellente
  • vero_liga pubblicata 25/11/2010
    un posto stupendo
  • patapum pubblicata 18/06/2010
    bella la secolare faggeta
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