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Gente comune

Opinione

per Gente comune
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3 Stelle NUMERO 2 OPERA MAGNA - Dedicato a Tiziana Opinione diamante
50 su 50 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi Una realtà decisamente cruda.

Svantaggi Un po' troppo dolciastro nella sua amarezza. Pessimistico, malinconico, tristissimo. Porca miseria... Mi vado a vedere Palle in Canna, va!

Dettagli

Genere drammatico
Età minima per tutti
Regia buona
Attori decenti
Sceneggiatura buona
Colonna Sonora appropriata
Qualità Video (DVD):
continua

L'autore

achernarII_la_vendetta Dal 23 ott 2001

Ma dove sono finiti tutti gli squallidi pacifisti del 2003? Dove sono adesso le loro bandiere... continua

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PREMESSA.
Dopo un più o meno prolungato periodo di astensione da queste pagine, torno con il n° due della mia opera, commissionata dall’oramai famigerata loggia. Anche in questa circostanza non sono mancati episodi sfortunati… come la tipa che lavora nella videoteca che inspiegabilmente mi ha fatto una doppia punzonatura sulla tessera-abbonamento da 26 film. Le ho detto che l’avrei perdonata se avesse accettato un invito a cena, ma ha inspiegabilmente preferito declinare l’invito. Mi ha anche detto che alcuni film sono decisamente fuori catalogo. Era il caso di Harold & Maude (quello che in realtà doveva essere il reale n° 2 dell’opera), sostituito dal muletto, assegnato dalla stessa Tiziana. Gente Comune, di Robert Redford (1980).

IL FILM.
Primo di sei film che l’ hanno visto alla regia, Robert Redford conquista al debutto dietro la macchina da presa l’Oscar per il miglior film e la migliore regia.
Il film, la cui sceneggiatura di Alvin Sargent è ispirata da un romanzo di Judith Guest, narra la vicenda di una comune famigliola americana. Gente comune, come recita il titolo… anche se, chissà per quale motivo, il titolo originale «Ordinary People» sembra più evocativo e suggestivo. Forse perché l’aggettivo «ordinario», in luogo di «comune», in Italia, è più efficace.
Cosa succede a questa gente comune?
La vita di una tipica famiglia americana (ambientazione: Chicago) è scossa dalla morte del figlio maggiore, dopo una bravata… l’uscita in barca a vela nonostante un temporale. Il fratello minore, Conrad, sopravvissuto alla sciagura, vive nel rimorso e con i sensi di colpa. Tanto da tentare il suicidio tagliandosi le vene (uno scenario un po’ lugubre in realtà).
Dopo essere stato salvato in extremis, vive circondato delle più amorevoli attenzione e cure da parte del padre (Donald Sutherland, qui bravo… ma meno a suo agio rispetto ai ruoli di cattivo che negli anni successivi gli hanno cucito su misura) e dell’apparente indifferenza della madre. È proprio la madre, a mio modo di vedere, la vera protagonista della pellicola, pur rivestendo un ruolo apparentemente marginale. Fredda, distaccata da ogni evento che non sia legato all’«apparire», pare quasi fare una colpa al povero Conrad di non essere morto al posto del fratello maggiore. Ogni circostanza, ogni evento sono pretesto per rinfacciare al povero marito oppure al figlio ciò che è accaduto. Ogni situazione è buona per ostentare sicurezza, superbia, distacco quasi rancoroso.
Conrad decide di rivolgersi ad uno psichiatra… una figura molto suggestiva, forse la più interessante del film. Lo psichiatra lo aiuta a non tenersi dentro ciò che gli ribolle. A non soffocare gli istinti. A non fare violenza pur di non arrabbiarsi. Si sprecano più energie a reprimersi o a tentare di farlo, piuttosto che tirare fuori tutta la propria rabbia ed il proprio malcontento.
Così… poco a poco… Conrad esce fuori dal baratro senza fondo in cui pareva stesse precipitando… e comincia ad accettare le situazioni che gli si presentano per quello che sono, e non per ciò che lui vorrebbe che fossero. Compreso il «non amore» della madre, la quale, sembra, abbia seppellito tutti i propri sentimenti al momento della sepoltura dell’altro figlio. E così… mentre Conrad esce fuori dalla sua triste situazione, grazie anche all’aiuto dello psichiatra e di una graziosa fanciulla della quale si sta innamorando, i suoi genitori si rendono conto che mai come in quel momento erano stati così distanti e tristemente «soli»!

CONSIDERAZIONI.
Un film per nulla patinato e forse per questo sgradevole all’impatto iniziale. In realtà si tratta di un tristissimo apologo (fin dalla musica iniziale e conclusiva, «Canon in D», di Johann Pachelbel) sulla famiglia media… non solo americana, ma di qualsiasi paese occidentale. Felicità di facciata, malumori malcelati, ipocrisie, ambiguità, disagio familiare sia adolescenziale, sia paterno e materno, incomunicabilità tra generazioni. Oggi, non si capisce per quale motivo, si preferisce chiudersi in sé stessi, non parlare, non comunicare, non tirar fuori ciò che ci rode dentro. Se c’è qualcosa, grossa o piccola che sia, che non va… viene repressa e soffocata. La famiglia diventa un mero ricettacolo per nascondere i privati vizi… da trasformare in pubbliche virtù al cospetto del vicino. Non bisogna far sapere che c’è un problema finanziario; non bisogna fa sapere che c’è un problema affettivo; non bisogna indossare la camicia o la cravatta non intonata o non alla moda; non bisogna mandarsi al diavolo perché sennò poi c’è chi «soffre» (nessuno si pone il problema che c’è chi soffre ancora di più se NON ci si manda al diavolo?); bisogna fare in modo che la gente non mormori, che la gente non sparli, che la gente non ficchi il naso fino nelle tue mutande!
Ecco cos’è oggi la famiglia media, composta da madre, padre e due figli. Non certo quella disgustosa e falsa rappresentazione che si vedono nelle pubblicità delle merendine. Nossignore. La famiglia media… è ipocrisie, falsità, facciata. Voglia di dimostrare al prossimo che si è felici. Voglia di convincere il prossimo che non ci manca nulla. Voglia di rappresentare una realtà costruita che possa dare un senso di agiatezza, sicurezza, perfezione.
Ma perché? Perché?? Perché non si può dire che le cose vanno male se vanno male?
Perché bisogna tenersi dentro i problemi e non tentare nemmeno di condividerli con amici per poterli risolvere con maggiore serenità? Perché, a tutti i costi, non bisogna fare altro che mentire, mentire, mentire… pur di dimostrare una felicità solo apparente e di cui a nessuno, fondamentalmente, frega un benemerito niente??
Ecco cos’è oggi la famiglia.
Ognuno pensa ai propri casi.
C’è la televisione. Anzi… ce ne sono 4 in 4 stanze diverse. Ed ognuno vede un programma diverso. Anzi, magari si vede lo stesso programma su apparecchi differenti.
Ciascuno vive piccole angosce, piccole disperazioni, piccoli dolori, ma anche piccole gioie.
Eppure nessuno sembra accorgersene. Nessuno ti dà atto se fai qualcosa di buono. Ma tutti ti rinfacciano se sbagli o sono prontissimi a farlo, anche quando non sei responsabile di nulla.
Nessuno è in grado di ascoltare. Nessuno si accorge se hai il morale sotto i tacchi oppure se sei al settimo cielo. Se stai in pace col mondo deve per forza accadere qualcosa… che so, una frase, un gesto, che ti faccia dichiarare guerra seduta stante. Se te ne vuoi stare per i fatti tuoi semplicemente a pensare… sei preso per un pazzo alienato. Se vuoi un po’ di compagnia e fai un po’ di casino, ti prendono per un rompicoglioni e comunque per pazzo.
Nessuno che si vuole sentir dire la verità, per quanto amara. Ciascuno che pretende di esser detto solo ciò che vuole sentirsi dire!
Bah.
Questo film dice molte verità. Tante altre le lascia insinuate, striscianti, ma non puoi fare a meno di coglierle. Più tempo passa… più mi confronto con la routine, con le cose del quotidiano, di tutti i giorni… più mi convinco che ci sia qualcosa di sbagliato e che l’indipendenza da tutto e da tutti sia un valore… il valore più sacrosanto.
Scusate ancora… me la batto sulla mia Isola che Non C’è!

REGIA E SCENEGGIATURA.
Mi rendo conto che questo è il primo film di Redford. Non ho ancora visto Quiz Show, L'uomo che Sussurrava ai Cavalli, In Mezzo Scorre il Fiume. Debbo dire che, per quanto vincitore dell’Oscar, Redford non mi ha convinto al massimo. Alcune scene sono troppo lente. In alcune circostanze la cinepresa indugia troppo. Direi senza sbavature. Ma anche senza colpi di genio.
Un po’ meglio la sceneggiatura.
Decisamente originale… anche se il continuo parlarsi addosso ed i dialoghi (battibecchi) velocissimi, soprattutto tra il ragazzo e lo psichiatra, sono un esperimento divertente ma apparentemente troppo caotico.
Alcune scene sono infine ridondanti e le due ore di visione risultano eccessive.
Ma l’Oscar attribuito per la categoria Miglior Film, Regia e, soprattutto Sceneggiatura, danno torto a me. Credo.

ATTORI.
Donald Sutherland è uno dei migliori, sebbene ripetutamente sottovalutato, della sua generazione. Tuttavia, come già accennato, lo vedo meglio nelle parti di cattivissimo che ha recitato negli anni successivi. Qui, ancora biondo e giovane… sembra spaesato; anche se il dialogo finale con la moglie è abbastanza toccante e di una crudissima realtà!
A proposito di moglie. Mary Tyler Moore… non so come abbiano fatto a renderla così antipatica. Né come lei si sia calata così bene nel personaggio. Acida, fredda, distaccata. Sembra un automa. Fino alla scena finale, quando per uno sciocco orgoglio prepara la valigia e se ne va. Spero che non tutte le mogli e non tutte le mamme diventino così. È vero ciò che dice il povero Sutherland alla fine. «Ciò che sei diventata, non lo amo più»! Un po’ quello che succedeva anche in American Beauty, in Storia di Noi Due. E voglio glissare completamente sui film di Muccino (in realtà un po’ troppo pretestuosi - questa volta me l’ ha corretta il word la parola -)… dove, anche in quel caso, la donna, la moglie… perde con la bellezza anche tutta la propria innocenza da «adolescente». Mentre gli uomini restano degli eterni Peter Pan.
Ma tanto che importa a me? Io non mi sposerò mai!
Va beh.
Timothy Hutton, il ragazzo protagonista del film, ha vinto l’Oscar, nella categoria però di Miglior Attore Non Protagonista. Anche se, comunque, debbo dire di non essere stato del tutto convinto dalla sua interpretazione. Troppo monocorde.

FOTOGRAFIA.
Alcune scene sono troppo lugubri. Chicago non è per nulla fotografata come avrebbe potuto e dovuto essere. Anche negli interni… c’è sempre una luce soffusa, mesta, fredda. Il 1980… anno di transizione tra i ’70 e gli ’80… non può che essere da suggello ad un campionario di brutture di ogni sorta, dall’abbigliamento, alla capigliatura, alla montatura degli occhiali, alle auto. La fotografia c’entra poco… è quasi come se niente di più si potesse fare. Ma l’idea è quella di una generazione che ha sprecato la propria generazione.

CONCLUSIONI.
Mi spiace per Tiziana, per questo - parzialmente – negativo giudizio sul film (ma aspetta di vedere cosa scriverò per caro Diario di Moretti). Purtroppo, sebbene non mi angosci tanto facilmente, ho pensato e ripensato molto a tutte le scene. Rimango sempre più rattristato dalle differenze tra la vita di «ordinary people» ed invece la vita di una Julia Roberts o di una Sandra Bullock nelle loro pellicole, quelle sì patinatissime!
Forse appartengo anche io alla schiera di individui che preferisce farsi raccontare una balla. Che preferisce ascoltare ciò che egli vuole sentirsi dire, piuttosto che l’amara e cruda realtà. Forse troppo romantico per questa realtà!


Dedicato ad Tiziana, tiz-taz.

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Commenti

Avete domande riguardo Gente comune? Domanda
Pagina 1 di 11 | 1 - 5 di 52 commenti
  • vivia70 24/08/2003 22:13
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • gaiamoon 10/06/2003 11:05
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Un grandissimo film. Forse un Robert Redford un po' inesperto alla sua prima regia (non ricordo l'ho visto molto tempo fa), ma di sicuro maestro nel creare una crepa nella quotidiana ipocrisia, lasciandoci attoniti ad intravedere la nostra meschinità.

  • alessio_71 30/04/2003 13:26
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Congratulazioni per il DOPPIO diamante! Alessio

  • epy 28/04/2003 07:31
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    ottima opinione e complimenti per il premio

  • Romario 26/04/2003 11:06
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Complimenti per il meritatissimo premio qualità!

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