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Green Zone (Rajiv Chandrasekaran)

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un film "forte"

5  08.04.2010

Vantaggi:
rispecchia la realtà  .  .  .  o quasi

Svantaggi:
-  -  -

Consiglio il prodotto: Sì 

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”Siamo qui per fare un lavoro” - dice un soldato americano – “Le ragioni non importano”

Siamo a Baghdad un mese dopo l’inizio dell’invasione dell’Iraq.

“A me invece interessa” dice Roy Miller, un ufficiale dell’esercito americano. Questo personaggio è interpretato da Matt Damon con una inflessibile efficienza.
Più tardi, quando la sua ricerca di armi di distruzione di massa l’hanno portato a scoprire una rete di bugie, piroette ed ideologici desideri di realizzazione, Miller espande il suo punto di vista.

“Le ragioni per fare una guerra sono sempre importanti”

Le parole che dice mettono Miller in difficoltà con i propri commilitoni e con la cultura militare che scoraggia i militari di fare domande, qualunque sia la missione alla quale siano stati assegnati. Ma questo ufficiale, serio e ligio al dovere, offre anche un punto di critica agli innumerevoli film di guerra recenti che attentamente hanno spinto di fianco le questioni politiche ed invece si sono focalizzati in modo intenso sui pericoli e le pressioni del combattimento.

In “Green Zone” ci sono moltissimi combattimenti, la maggior parte dei quali ripresi con una telecamera a mano e montati in modo discontinuo, segni caratteristici dello stile del regista Paul Greengrass. Da “Bloody Sunday” passando attraverso il secondo e terzo film della serie “Bourne” (che hanno trasformato Matt Damon in una stella cinematografica minimalista), questo regista ha affilato il suo talento bilanciando il caos con chiarezza.
Scegliendo luoghi in Marocco e Spagna misteriosamente trasformati per ricordare la Baghdad che noi conosciamo attraverso la visione di documentari e telegiornali dei giorni nostri (io che ci ho vissuto 5 anni, devo dire che ben poche inquadrature mi hanno ricordato la “mia” Baghdad), Greengrass (aiutato in modo decisivo dalle riprese stroboscopiche del direttore della fotografia Barry Ackroyd, che ha pure curato “The Hurt Locker”) crea scene di inseguimenti a piedi e battaglie con armi da fuoco che si svolgono con la velocità, complessità e precisione di una “fuga” di Bach.

Ma come la maggior parte dei migliori registi dei film d’azione - inclusa Kathryn Bigelow di “The Hurt Locker”, fresca vincitrice del premio Oscar - anche Paul Greengrass non è mai stato interessato in techniche fini a se stesse. Azioni sotto pressione sono, per lui, un testa ed una rivelazione di carattere. “The Bourne Supremacy” e “The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo”raffinano questo assioma nella sua essenza filosofica”.
Il personaggio interpretato da Matt Damon in tali film non ha mai saputo chi fosse fino a che ha visto quello che ha fatto.

Chiaramente, Miller un un normale combattente e non un super assassino che ha perso la memoria, ma la sua situazione difficile non è poi così diversa da quella di Jason Bourne. Le sue motivazioni gli diventano apparenti solo al momento della decisione, e più confuse sono le circostanze più veloce è la sua reazione.

La crisi che Miller vive è più etica che esistenziale. Al principio il suo compito è chiaro e lineare anche se potenzialmente pericoloso. Deve aiutare a trovare e controllare i luoghi dove si dovrebbero trovare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Ma dopo che ripetitivamente i componenti del suo gruppo ritornano alla base a mani vuote - rischiando la loro vita mentre ispezionano magazzini e fabbriche abbandonate - Miller si trova a scoprire una storia celata, fatta di manipolazione e doppio gioco.
Le sue semplici domande a riguardo ai rapporti dei servizi segreti sulle armi nascoste, lo conducono in una sala degli specchi, in conflitti assai più complicati che semplici, battaglie fra democrazia e tirannia. Chiunque di noi abbia seguito gli avvenimenti del 2003 in poi, questo è un territorio famigliare.

Paul Greengrass e lo sceneggiatore Brian Helgeland, in modo abile, mettono insieme materiale dei archivi storici, e mentre lo condensano, semplificano ed aggiungono invenzioni come richiesto dal genere del film - questo è un thriller e non un documentario - agiscono in modo serio e con un impressionante senso di scrupolo. Chiaramente appare che i due hanno studiato gli archivi giornalistici dei primi giorni di guerra, e citano come ispirazione il libro di Rajiv Chandrasekaran “Imperial Life in the Emerald City: Inside Iraq’s Green Zone” (da me letto nella versione originale), e mentre l’immagine che loro mostrano degli scontri interni fra gli Americani ed il crescente divisionismo fra gli Iracheni può risultare non esattamente accurata, la stessa si può certamente paragonare ad un modo nuovo di realtà romanzesca.

Le domande di Miller circa l’inaffidabilità dei servizi segreti vengono spazzate via da coloro che abitano i “piani alti”, ed in particolare dall’ufficiale del Pentagono chiamato Poundstone, interpretato con perfetto autoritarismo da Greg Kinnear (è abbastanza divertente ricordare che l’ultima volta che i due, Kinnear e Damon, si sono trovati insieme sullo schermo è stato in occasione di “Fratelli per la pelle” dove i due erano veramente “inseparabili ed una cosa sola).
Poundstone ha una linea diretta con la Casa Bianca di Bush ed una padronanza del suo linguaggio.
“La democrazia è complessa” - dichiara parafrasando il Segretario della Difesa americano Donald H. Rumsfeld il quale è una delle tante figure reali del film, molte delle quali non sono nominate in quanto non necessario.

In questo modo Poundstone è sia uno scaltro opportunista che un vero credente che dispensa idealistiche banalità anche se nel contempo maneggia lo stiletto come uno strumento machiavellico. La sua nemesi è rappresentata da Martin Brown (interpretato da Brendan Gleeson), un dinoccolato agente della CIA la cui conoscenza della regione lo porta a predire eccidi settari e paralisi politica.

Miller è coinvolto nella lotta di potere fra questi due ufficiali e le organizzazioni che loro rappresentano. Allora prende contatto la la giornalista Lawrie Dayne (interpretata da Amy Ryan), la quale aveva pubblicato notizie fasulle sulle armi che aveva ottenuto, attraverso Poundstone, da una fonte irachena. (nel film Dayne è una giornalista di The Wall Street Journal, ma mi ricorda molto la Judith Miller del New York Times che fu criticata per aver appoggiato, con i suoi articoli, le operazioni messe in atto in Iraq dall’amministrazione Bush).

Fra gli Americani stazionati a Baghdad avvengono molte azioni di disturbo ed anche altre che si trasformano in pugnalate alla schiena. Persone della stessa parte lavorano in direzioni opposte e molto spesso anche in conflitto. Miller fa esperienza di questo sulla propria pelle e lo apprendiamo da una serie di incontri con un componente delle forze speciali, molto sicuro di se stesso (interpretato da Jason Isaac), il quale ha il vizio di apparire e rovinare tutto quanto Miller cerca di fare, e talvolta usando anche la forza.

Per gli Iracheni le cose sono anche peggiori, e “Green Zone” è ammirevole nel proprio rifiuto di mostrarli come protagonisti del dramma della propria nazione. Un generale, che aveva fatto parte del partito di Saddam Hussein, di nome Al Rawi (interpretato da Igal Naor) si muove furtivamente nell’ombra, apparendo sia come un potenziale aiuto per gli Americani nello sforzo della ricostruzione che come un pericoloso ostacolo.
Dalla parte di Miller sta un uomo che Miller chiama Freddy (interpretato da Khalid Abdalla) e che agisce sia come interprete che come informatore, il quale rappresenta la profonda ambivalenza - la speranza, la delusione, la rabbia - del popolo iracheno che ha sofferto sotto la dittatura di Saddam Hussein e che ora non sa quanta fiducia dare ai “liberatori”.

“Non sei tu che decide cosa deve succedere qui” - dice Freddy a Miller in uno dei momenti comprensibilmente più memorabili del film. Dico comprensibilmente perché “Green Zone” sembra voglia riassumere l’abilità del tradizionale cinema commerciale di semplificare il mondo reale senza diventare eccessivamente semplicistico, di romanzare senza falsificare.

Lo spettatore od il critico pedante potrebbe obiettare che le scene di ricerca delle armi di distruzione e gli intrecci della trama distorcono i fatti, mentre chi ricerca il brivido potrebbe reclamare il fatto che la politica interferisce con le esplosioni ed i combattimenti. E si è già iniziato a classificare questo film come di sinistra se non addirittura antiamericano.

I fatti descritti nel film, tenuti nascosti al popolo americano dal 2003 ad oggi, necessitano ancora ulteriori chiarimenti e rivelazioni, e questo è quanto “Green Zone”, senza rinunciare al suo compito di intrattenere lo spettatore, tenta di fare.
Quando nel 2006, Paul Greengrass con il suo “United 93” tentò di ricostruire quanto successe a bordo dell’aereo dirottato l’11 settembre 2001, molti dissero che era troppo presto per portare sullo schermo tale avvenimento.
Per quanto riguarda “Green Zone” (anche se il mio pensiero sulle armi di distruzione di massa rimane immutato) dico che è il momento giusto.

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Bellatrix72

Bellatrix72

02.11.2010 17:01

mi sono appena accorta che noi abbiamo scritto la nostra opi nella sezione giusta...film, ma se vai a guardare adesso questo film è nella sezione libri...ma che sta capitando a ciao...un caos....stanno facendo un macello...!!!

anna.t81

anna.t81

20.05.2010 22:29

nn è il mio genere..

hidrangea

hidrangea

01.05.2010 19:57

Un po' in ritardo ma eccomi di nuovo :)

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