K come kayak, C come canoa
24.06.2004
Vantaggi:
stabile, semplice da usare e trasportare, divertente
Svantaggi:
non ne ho trovati
Consiglio il prodotto:
Sì
 raindrop
Su di me:
... Arma la prora o Lagunare
vesti la giubba di battaglia
per la salvezza dell'Italia
forse dom...
Iscritto da:04.07.2000
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In media l'opinione è' stata valutata molto utile da 29 utenti Ciao
A parlare di kayak, s'immagina la scena d’un irruente torrente alpino, disceso da prestanti atleti a bordo d’imbarcazioni variopinte ed affusolate. Schiuma ribollente, spuntoni di roccia sfiorati in velocità, qualche bagno integrale, il frenetico movimento delle braccia per tenere lo scafo nel binario invisibile della corrente forte... Questo è il kayak praticato da chi ha le doti fisiche, la forma e la voglia di confrontarsi con la forza della natura. Non è il mio kayak, purtroppo. Occhiali, pancetta non più incipiente e qualche altro acciacco me lo hanno proibito, ma non mi hanno impedito di trascorre stupende ore a pelo d'acqua, in quel mondo nel mondo che è il corso d’un fiume. Se nello slang di quelli delle pagaie le acque si dividono in bianche, dalla schiuma che le marezza, le agita, le vivifica, e scure, dalla corrente dolce, io sono un uomo d'acqua scura. Ed ogni anno aspetto la primavera per ricominciare, per riscoprire ogni riva, ogni ansa dei miei piccoli fiumi di pianura. Il kayak è una tra le più antiche imbarcazioni, e da molti è giudicata la più efficiente mai concepita dall’uomo. Le versioni moderne, ipertecnologiche nei materiali e nelle forme, hanno la stessa comune caratteristica delle loro antenate: sul kayak non si sale, lo si indossa, e vi si naviga come fosse una seconda pelle. Una volta infilati nel pozzetto, le gambe aderiscono allo scafo, che diviene una parte del corpo. L'instabilità è solo apparente; basta qualche ora di pratica per ritrovare subito ed istintivamente l'equilibrio, e mantenerlo, senza rollare e finire in acqua. La pagaia è a due pale, che si incrociano a novanta gradi, e ad ogni colpo deve essere ruotata, per darle la giusta inclinazione nell'entrare in acqua. Salire e scendere dal kayak è una piccola impresa, forse la parte più difficile per gli imbranati come me. Ma, dopo che ci sono riuscito, e che, con le prime pagaiate, sono giunto in centro al fiume, a filo di corrente, inizia il bello. Adesso un po’ di ricordi. Nella prima uscita mai fatta, percorsi sulla carta un paio di chilometri, e mi accorsi di averne in realtà fatti molti di più, grazie alle continue giravolte. Avevo danzato un valzer con la corrente della Piave. Già, mantenere la prua nella giusta direzione è il vero nocciolo della questione, per il neofita. Lo sapete, si avanza alternando una pagaiata destra ad una sinistra, e teoricamente la direzione la si dà lavorando assieme di pagaia o di corpo. Solo che nessuno sembra averlo detto all'imbarcazione, per cui, ad un certo punto, delicatamente ma decisamente, inizia a puntare la prua verso la riva, animata di vita e volontà proprie. Ora glielo faccio vedere io! Dissi. E sotto a sputare l'anima sulla pagaia. Il kayak evidentemente provava un interesse relativo per le mie intenzioni e sforzi, e continuò imperterrito per la direzione spontaneamente scelta. Due erano le scelte: farmi un secondo bel giro di valzer, oppure calare la pagaia in controvoga, e frenare la corsa, sino a che lo scafo, rallentando, non aveva rimesso la prua più o meno dove io volevo. E questo si ripeté con una frequenza estenuante, sino a che, imbestialito, sudato, inconscio di tutto fuorché della prua che continuava a ruotare, non m’arresi e decisi per il rientro. La bestiaccia, a questo punto, evidentemente ebbe un po' di pentimento, perché il poco spazio percorso in due ore lo rifeci in una diecina di minuti... Finito? Non ancora, perché allo sbarco il piccolo mostro affusolato ebbe un ritorno di puntiglio, e prima di farmi allineare con l'attracco, decise di esplorare tutta l'acqua e tutti gli ostacoli emersi e sommersi dei dintorni. Alla fine, quando provai il trasbordo per la sospirata terra, decise di confessarmi che in realtà lui non era un kayak, ma una ballerina del ventre, e danzò, danzò... Così finì la prima uscita, e la seconda, e poi la terza, che non differirono molto. In mezzo a queste manovre, m’era riuscito di provare qualcosa, di scoprire, o meglio intuire, il fiume a pelo d’acqua. Era nato un amore, che dura ancora oggi, senza esaurirsi nell’abitudine. Alla fine, il kayak si dirigeva dove volevo, e mi bastava fissare lo sguardo sul riferimento a riva, perché la prua vi si allineasse quasi da sola. Ho cominciato ad aprire gli occhi, le orecchie, le narici; a scoprire il fiume. La prima sensazione, fisica, è stata quella dell'acqua. Il kayak pesca pochissimo, e può navigare anche solo su una rugiada un po' densa; i pochi millimetri di scafo sottile trasmettono ogni movimento dell'acqua, ogni sciabordio, ogni mutamento di corrente. La sensazione di vicinanza fisica all’elemento ospite è fortissima, quasi di fusione. Quando c'è un po' di vento, piccole onde fanno ballare appena un poco lo scafo, mentre onde più alte devono essere affrontate con cautela, di prua. La corrente gioca con me e la mia appendice navigante, ci sposta con facilità cercando d’intraversarci; ma con altrettanta facilità in quella corrente mi c’infilo, la uso, magari mi faccio spingere, saltando da un gorgo all'altro. Questa è la poesia del mio kayak. Poi, c'è la prosa dell’imbarco e dello sbarco con movimenti da hata joga. Alla fine, ho dovuto arrendermi, e pensare a qualcosa di altrettanto adatto alle gite in fiume, ma più "accessibile" per un over forty near fifty. Il solito frenetico giro di siti in internet, una buona serie di consigli da parte dei titolari di Ozone Kayak, il negozio di Quinto di Treviso a cui mi sono rivolto, ed alla fine la scelta è caduta su una canoa gonfiabile, la Solar 405, prodotta dalla ditta cecoslovacca Gumotex. L'imbarcazione è fornita con un kit d’accessori (set per riparazioni, spugna per la pulizia, pompa a pedale, zaino di trasporto e pagaia). Sgonfia, la si trasporta senza grossi problemi in spalla, ed in meno di mezz’ora è pronta con l’aiuto d’una semplice pompa a pedale. Il Solar è un mezzo mono - biposto: spostando un cuscino di supporto, secondo il numero d’occupanti, si ha sempre la posizione ottimale rispetto al baricentro, essenziale per non imbarcare acqua da poppa. Lo scafo è costituito da tre camere d'aria separate, ed irrobustito da uno o due cuscini, che fanno pure da ordinate. Ogni occupante ha inoltre un poggiapiedi, regolabile secondo la sua statura. A prua ed a poppa sono ricavati due gavoni, che possono ospitare cibo e tenda per un’escursione di qualche giorno. Le valvole delle tre camere d'aria principali sono dotate d’un dispositivo per lo sgonfiamento rapido, e la chiglia ha anche una valvola automatica per esaurire la sovrappressione. Il carico massimo è indicato in 180 chilogrammi. Pur essendo una canoa aperta, il Solar non si voga alla canadese; si usa una pagaia a due pale. Il materiale di costruzione è una spessa tela gommata, dall'apparenza molto robusta; la casa produttrice in ogni caso lo indica adatto solo l'uso in acque calme (fiumi, laghi, mare sottocosta). Siamo anni luce distanti dai canotti balneari, in ogni modo. Quando avevo deciso di scegliere una gonfiabile, mi ero rassegnato a pagare alcuni scotti, contraccambi a comodità, stabilità ed accessibilità che offriva. Il difetto principale, avevo letto, era la lentezza; a differenza del kayak, la gonfiabile si ferma al termine d’ogni colpo di pagaia, senza continuare a scivolare per inerzia. La voga quindi deve essere più veloce e continua. Almeno questo era scritto sui sacri testi. Invece la Solar, alla prova dell'acqua, mi si è rivelata veloce e molto agile. Premetto d’essere stato solo a bordo, e quindi d’avere pescato meno; ma lo stesso ho percepito sin dai primissimi minuti l'imbarcazione come mia. Dopo un bel po' di pagaiate controcorrente, e qualche piccola evoluzione, come la voga e controvoga per girarmi sul punto, ho voluto tentare uno sprint, e male me n’è incolto. Quando la velocità cresce, il Solar sente molto di più la corrente, tende ad intraversarsi, e finisce per diventare ingovernabile. Mi spiego meglio. La corrente veloce non crea problemi; la canoa che naviga molto più veloce della corrente, si. Per arrivare a questo, bisogna arrancare parecchio; nelle escursioni normali, il Solar resta quello che ho detto, veloce ed agile. Si conferma quindi la vocazione "familiare" di questo mezzo, ma anche la sua idoneità a lunghe escursioni. Lo scafo aperto lascia arrivare una pioggia di spruzzi (tenerne conto nella brutta stagione), ma per la sua stabilità consente anche di muoversi, sgranchirsi le gambe, addirittura stendersi e, movendo verso valle, a lasciare che sia la corrente a fare tutta o quasi la fatica. Sono stati risolti anche i problemi d’imbarco e sbarco. In definitiva, un ottimo natante per gente tranquilla, un calmante naturale migliore anche della camomilla, con la possibilità di vivere anche qualche avventura da week end fluviale.
Fotografie per Gumotex Solar 405
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16.09.2007 01:05
molto bene
17.06.2006 23:23
Bella e personale opinione... ciaoo
23.07.2004 19:28
B come ...bravo!