Opinione su "I diari della motocicletta (Walter Salles)"

pubblicata 12/07/2004 | profman
Iscritto da : 08/04/2004
Opinioni : 50
Fiducie ricevute : 9
Su di me :
chi non ha paura di morire.. muore una volta sola...
Ottimo
Vantaggi il film
Svantaggi la foto del che sulla locandina
molto utile
Regia
Sceneggiatura
Colonna Sonora
Genere
Età minima

"Un viaggio... realizzazione del sogno di crescere"

Di solito le opinioni sui film mi piace scriverle di getto, subito dopo essere uscito dalla sala (almeno quanto prima). In questo modo, quindi senza pensarci troppo su, si dovrebbe riuscire meglio a trasferire su carta (ops… sul web) le emozioni ed i pensieri che mi ha suscitato il film. Il buon Petrarca si starà forse rigirando nella tomba, lui che era così scrupoloso nel labor limae (con questo non voglio minimamente paragonarmi al maestro), ma credo che scrivere nel pieno della “tempesta” sia meglio – anche se è più facile commettere qualche errore – e forse si riesce a trasmettere le proprie sensazioni più fedelmente.
Stavolta però ho trovato delle difficoltà a mettermi davanti al pc per parlare de “I diari della motocicletta” e c’ho voluto pensare un po’ prima di commentarlo, il perché in fin dei conti è presto detto: dato che ritengo sia più semplice evidenziare i difetti in modo oggettivo che parlare dei pregi senza scadere in eccessive e a volte fuorvianti glorificazioni, ho preferito aspettare una settimana per vedere cosa mi era rimasto di un film semplice ma non banale, allegro ma lontano dall’essere stupido, abbastanza lungo e riflessivo ma non pesante.
I diari della motocicletta sono andato a vederlo dopo diverso tempo dalla sua uscita, vuoi perché non è stato tanto pubblicizzato (in altre parole non sapevo niente di questo film), vuoi perché avevo paura di assistere ad una commemorazione politicizzata di un personaggio che ha fatto la storia dell’ultimo secolo ed è tra i “miti” più conosciuti. Pur apprezzando e stimando l’uomo, non mi piacciono le mitizzazioni… ero quindi un po’ titubante, forse confuso dalla classica icona del Che presente sulla locandina… ma poi mi sono fatto convincere dai commenti più che positivi di amici e sono andato a vederlo.
Per chi non l’avesse visto – e diciamo subito che consiglio vivamente di colmare questa lacuna – questa è la storia di un’avventura nel senso più personale del termine. Senza strabilianti eccessi, viene narrato il viaggio di due giovani argentini – Ernesto Guevara, 23 anni studente in medicina ad un passo dalla laurea, e Alberto Granado, biochimico di 29 anni – alla scoperta della vera America Latina, quella interna, quella lontana dai fasti delle belle ville e della bella vita, quell’America Latina divisa ma così legata dalle sue radici, dalla sua disperazione, dalla sua povertà.
Il viaggio inizia nel gennaio del 1952, siamo a Buenos Aires, sotto casa Guevara – famiglia benestante e molto unita – i due amici salgono su una sgangherata Norton 500 del ’39, ribattezzata “la poderosa”, nel più classico stile giovanile che tende a enfatizzare goliardicamente ogni cosa, ogni strumento che sia utile all’impresa: la Poderosa ovviamente non partirà al primo colpo. Il viaggio tanto sognato e atteso non è così semplice come forse può apparire e se ne intuisce la pericolosità dal gesto di un padre che in disparte dà la sua pistola al figlio, sottolineando così la fiducia che ripone nel ragazzo ma al contempo anche la difficoltà di un’avventura complessa sia nella praticità sia per la consapevolezza dell’inevitabile crescita umana. Inizia così il viaggio che porterà i due a percorrere migliaia di chilometri, con un lento e progressivo allontanamento dalla “civiltà” (quella per noi più normale) che si manifesta nel cambiamento della geografia dei luoghi attraversati e vissuti, attraverso le persone incontrate, attraverso il progressivo cambiamento delle prospettive prima esterne e poi interne. Le peripezie e le difficoltà incontrate sul cammino (la perdita della tenda, la mancanza di soldi, la rottura ed il conseguente abbandono de “la poderosa”) non riescono a fermare né a scalfire la volontà di proseguire la scoperta di un continente, molto probabilmente, diverso da quello che si aspettavano. Arrivano così alle maestose rovine di Machu Picchu dove inizia a prendere corpo nei due giovani la consapevolezza di un’eredità culturale “di popolo” straordinaria, ed è qui, non a caso, che Ernesto pronuncia, quasi sotto tono, alcune parole che denotano la crescita interiore: “nessuna rivoluzione si può combattere senza armi”, il cui significato non può essere solo quello letterale, ma ha una connotazione ben più ampia e dev’essere inserito nel contesto della crescita di un ragazzo di 24 anni che si allontana dalle sicurezze della società in cui ha sempre vissuto una volta a contatto con la realtà. Ma è probabilmente nella colonia dei lebbrosi, ai bordi del Rio delle Amazzoni peruviano, dove il fiume divide i sani dai malati (materialmente e ideologicamente), che i due iniziano ad interrogarsi sul valore del progresso che lascia indietro i deboli per compiere i suoi fini economici. Ed è qui che i due giovani diventano uomini, quegli uomini che saranno per tutta la vita. Ed è qui che Ernesto, per la prima volta, fa un discorso da “Che”, ad un piccolo campione di popoli latino è vero, ma è qui che si ha veramente la prima impressione che il ragazzo conosciuto fino ad ora diventerà il personaggio noto a tutti.

Non a caso ho enfatizzato solo nelle ultime righe scritte che stiamo parlando di Che Guevara. La bellezza del film, a mio parere, sta proprio in questo: se non si sapesse dall’inizio (e dalla locandina) che uno dei due ragazzi è il Che, il film non perderebbe niente della sua bellezza. Che si narri l’avventura di uno dei personaggi più famosi del secolo (piaccia o meno) può solo aumentare l’interesse per un’avventura in fin dei conti romantica, che narra il viaggio di due ragazzi, della loro amicizia (con contrasti, ma senza rancori per i piccoli dissapori… insomma vera), del loro diventare uomini grazie alle esperienze vissute, fatte di persone incontrate, di luoghi visitati, di circostanze affrontate…

Concludo con due consigli:
1. vedetelo senza remore, i “diari della motocicletta” è un film bellissimo, che con una semplicità disarmante riesce a toccare il cuore e nutrire l’animo;
2. seguite, per quanto sia possibile, le orme di due ragazzi che si sono messi in viaggio, abbandonando le comodità loro concesse per affrontare un sogno… probabilmente proverete l’ebbrezza di viaggiare in un modo nuovo… poco importa se poi non vivrete mirabolanti avventure, poco importa se poi non scriverete diari che diventeranno film o se poi non diventerete degli eroi per qualcuno… avrete comunque aperto la vostra mente grazie a delle esperienze personalmente irripetibili che vi avranno fatto vivere la “vostra” avventura.

{opinione personale da me pubblicata anche altrove}

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Commenti su questa Opinione

  • veruska pubblicata 05/03/2005
    E' stato sicuramente il film della scorsa stagione che mi è piaciuto di più
  • vipvip1 pubblicata 12/07/2004
    Un modo di scrivere assolutamente coinvolgente. I miei complimenti per come hai saputo raccontare le emozioni provate. Ciao. Vincenzo.
  • MoonAndSea pubblicata 12/07/2004
    Complimenti splendida opinione :)
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