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per I promessi sposi (Alessandro Manzoni)
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Raccomandato: Si

Vantaggi Finalmente un romanzo adatto ai bambini di scuola elementare

Svantaggi La trama è banale e non rispecchia appieno l'esigenza di un racconto ad ampio respiro

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difficoltosa87

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La più compiuta realizzazione della nuova concezione della letteratura italiana dell'Ottocento si può trovare nel romanzo manzoniano "I PROMESSI SPOSI". Essa è l'opera che possiede più carica innovatrice nei confronti della tradizione letteraria italiana. Già di per sé scegliere il genere "romanzo" come strumento di espressione letteraria è, nell'Italia del 1821, una decisione coraggiosa, di rottura, dati i pregiudizi retorici e moralistici che gravano sul genere, dalla mentalità classica ritenuto "inferiore", indegno di entrare nel campo della letteratura. Inoltre, Manzoni trova nel romanzo lo strumento ideale per tradurre in atto i princìpi che ispiravano la battaglia romantica per un rinnovamento della cultura romantica in senso moderno, borghese ed europeo. In primo luogo il romanzo risponde perfettamente alla poetica del , dell' e dell', in cui Manzoni sintetizza l'essenza dei princìpi romantici ("l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo"); questa poetica consente di rappresentare la realtà senza le astrazioni e gli artifici convenzionali propri della letteratura classicistica, aristocratica e di corte; si rivolge non solo alla casta chiusa dei letterati, ma a un più vasto pubblico, perché, attraverso la forma narrativa e un linguaggio accessibile, suscita facilmente l'interesse del lettore comune, in genere respinto da tragedie, odi e poemi epici, che trattano argomenti lontani dalla sua esperienza e sono scritti in una lingua ardua e inaccessibile; è anche facile introdurre nella narrazione l'esposizione di idee, precetti, cognizioni varie: in tal modo, data anche la sua relativamente vasta diffusione, il romanzo risponde alle esigenze dell'impegno civile dello scrittore e fornisce il mezzo per comunicare al lettore notizie storiche, ideali politici, princìpi morali, secondo quella concezione educativa e utilitaria della letteratura che i lombardi romantici ereditano dalla precedente generazione illuministica.
In secondo luogo il romanzo, essendo un genere nuovo, ignoto o quasi alla tradizione classica, permette allo scrittore di esprimersi con piena libertà, senza lottare con regole arbitrarie imposte dall'esterno. La principale di queste norme che Manzoni può dissolvere col suo romanzo è la classica "separazione degli stili", secondo cui solo ciò che è nobile ed elevato può essere rappresentato in forme serie e sublimi. Nelle tragedie Manzoni non aveva potuto evitare di seguire tale norma, per il peso della tradizione che esigeva che personaggi della tragedia fossero re o principi. Nel romanzo, invece, egli sceglie di rappresentare una realtà umile, ignorata dalla letteratura classica, o vista solo in una luce comica: violando convenzioni letterarie profondamente radicate, elegge a protagonisti due semplici popolani della campagna lombarda e rappresenta le loro vicende in tutta la loro profonda serietà e tragicità. La rappresentazione seria della realtà quotidiana è il tratto che meglio caratterizza il moderno realismo europeo. Ma la raffigurazione seria e problematica del quotidiano è possibile perché i personaggi sono immersi nella storia, ed acquistano profondità dalla tragicità che in essa è insita. Il personaggio non è più posto su uno sfondo astratto, fuori dal tempo e dallo spazio reali, ma rappresentato in rapporto organico con un dato ambiente e un dato momento, in modo che nessun pensiero, sentimento o gesto si possa comprendere se non riferito a quel preciso terreno storico. Manzoni rappresenta individui dalla personalità unica, inconfondibile e irripetibile, estremamente complessa e mobile, rivelando quella tendenza all'individuale e al concreto che è propria della cultura borghese moderna. Ne deriva il rifiuto di quella idealizzazione del personaggio, che è propria del gusto classico; specie i due protagonisti non cessano di essere due contadini, e della loro condizione conservano la mentalità, il linguaggio, i comportamenti. Il compenetrarsi di tutti questi elementi ne "I PROMESSI SPOSI" fa sì che Manzoni assuma una funzione di incalcolabile portata, quella di iniziatore della moderna tradizione del romanzo realistico in un paese culturalmente arretrato, chiuso nel culto di una grande tradizione ormai esaurita.

Per la sua opera narrativa, Manzoni sceglie la forma del romanzo storico, una forma che in quel momento gode di larga fortuna presso il pubblico europeo, a causa del successo dei romanzi storici dello scozzese Walter Scott. Con "I PROMESSI SPOSI" si propone di offrire un quadro di un'epoca del passato, ricostruendo tutti gli aspetti della società, il costume, la mentalità, le condizioni di vita, i rapporti sociali ed economici. Secondo il modello scottiano, protagonisti non sono le grandi personalità storiche, ma personaggi di cui abitualmente la storia non si occupa. I grandi avvenimenti e gli uomini famosi costituiscono lo sfondo delle vicende vissute da questi personaggi, e compaiono in quanto vengono a incidere sulla loro vita. La storia viene in tal modo vista dal basso, come si riflette sull'esperienza quotidiana della gente comune.
Per tracciare il suo quadro, Manzoni si documenta con lo scrupolo di un autentico storico, leggendo, oltre alle opere storiografiche dell'argomento, cronache del tempo, biografie, testi letterari e religiosi, memorie, raccolte di leggi. Ciò spiega perché Manzoni, pur rifacendosi al modulo di Scott, sia critico verso il romanziere scozzese: gli rimprovera infatti l'eccessiva disinvoltura con cui tratta la storia, romanzandola attraverso l'invenzione. Per Manzoni invece personaggi e fatti storici devono essere affrontati nel modo più rigoroso. Non solo, ma lo scrupolo del lo induce a rendere anche le vicende e i personaggi d'invenzione .

La società di cui Manzoni vuol fornire un quadro nel suo romanzo è quella lombarda del Seicento sotto la dominazione spagnola. É un quadro fortemente polemico, come risulta dallo schema fornito in una lettera a Fauriel (il suo più caro amico amico col quale strinse una profonda amicizia, specie attraverso un fitto scambio di lettere durato diversi anni, quelli del periodo più fecondo della sua attività di scrittore). Manzoni si colloca nel passato con l'atteggiamento dell'illuminista, acutissimo nel cogliere irrazionalità, aberrazioni, pregiudizi ingiustizie. Il Seicento lombardo ai suoi occhi segna il trionfo dell'ingiustizia, dell'arbitrio e della prepotenza da parte del governo, nella condotta politica e nei provvedimenti economici, da parte dell'aristocrazia e delle masse popolari; è il trionfo dell'irrazionalità sulla cultura, nell'opinione comune, nel costume. Ma questa ricostruzione critica del passato ha anche precise valenze politiche riferite alla situazione presente. Nel marzo 1821 si verificano i moti liberali, che Manzoni segue con fervore e speranza, come testimonia l'ode "MARZO 1821". Falliti i moti, il 24 aprile Manzoni inizia la stesura del suo romanzo storico. Nel momento in cui la borghesia progressista comincia la propria rivoluzione nazionale, e subisce una sconfitta e una momentanea battuta d'arresto nella lotta, Manzoni risale al passato per cercare le ragioni dell'arretratezza in cui si trova l'Italia presente, e in tal modo, attraverso la critica della società del Seicento, offre alle nascenti forze borghesi il modello di una società futura da costruire.
Le linee fondamentali di questo modello di società si possono ricavare guardando in controluce il quadro polemico della Lombardia spagnola tracciato nel romanzo. Le esigenze essenziali sono: un saldo potere statale che si opponga alle spinte degli interessi privati e sappia contrastare arbitrii e prevaricazioni, restando immune da connivenze interessate coi gruppi sociali più potenti; una legislazione più razionale ed equa ed un apparato della giustizia che sappia farla osservare, tutelando l'individuo da ogni arbitrio; una politica economica oculata, che sappia rispettare le leggi del mercato e sia in grado di stimolare l'iniziativa dei singoli; un'organizzazione sociale giusta, senza i conflitti che nascono dalla lotta fra le classi, in cui l'aristocrazia ponga ricchezze e potenza al servizio della collettività e dia spontaneamente a chi non ha ciò che essa possiede in abbondanza; in cui le classi inferiori si rassegnino cristianamente alle loro inevitabili miserie e rinuncino a rivendicare i propri diritti con la forza, attendendo il premio nell'altra vita e l'aiuto su questa terra degli aristocratici illuminati e benefici; in cui i ceti medi non siano chiusi nel loro egoismo ma fungano da mediatori tra i potenti e il popolo. Nel sistema dei personaggi del romanzo, don Rodrigo e Gertrude rappresentano la funzione negativa dell'aristocrazia, che viene meno alle sue responsabilità ed usa il suo privilegio in modo oppressivo; il cardinal Federigo, con la sua attività benefica, costituisce il modello positivo, e l'innominato, con la sua conversione, dedicandosi a proteggere i deboli oppressi e a beneficare gli umili, indica il passaggio esemplare della nobiltà dalla funzione negativa a quella positiva. Per quanto riguarda i ceti popolari, l'esempio negativo è fornito dalla folla sediziosa e violenta d Milano, il positivo dalla rassegnazione cristiana di Lucia; Renzo, invece, come l'innominato nei ceti superiori, rappresenta il passaggio dal negativo al positivo, da un atteggiamento ribelle e intemperante a un fiducioso abbandono alla volontà di Di. Per i ceti medi, esempi negativi sono don Abbondio e l'Azzeccagarbugli, esempio positivo fra Cristoforo.
Il modello di una società giusta ma senza i conflitti fra le classi, in cui i privilegiati diano volontariamente a chi non ha e i diseredati soportino pazientemente le loro miserie, secondo Manzoni è proposto dal Vangelo; la predicazione della Chiesa può avere un'efficacia immensa nel condurre alla realizzazione di quell'ideale di società, persuadendo le classi contrapposte a seguire i princìpi sociali del Vangelo. Manzoni è convinto che la religione cattolica sia l'unica vera forza riformatrice, perché agisce alla radice dei mali della società, l'animo umano, e perciò può riuscire là dove le riforme politiche hanno fallito. La visione religiosa porta Manzoni ad avere una concezione tragica e pessimistica della storia, scaturita dal peccato originale. Manzoni è convinto che una ricostituzione della felicità originaria sia preclusa alle forze umane su questa terra; però non per questo ritiene che occorra assumere un atteggiamento di fatalistica rassegnazione di fronte al male sociale: esiste secondo lui un margine per intervenire almeno ad attenuare il male, per cui diviene un dovere per l'uomo agire per contrastare il negativo della società. La società che Manzoni vagheggia dovrà ispirarsi al liberalismo borghese e ai princìpi religiosi del cattolicesimo.

La vicenda prende le mosse da una situazione iniziale di quiete e di serenità: i due sposi promessi, nel loro villaggio sulle rive del lago, vagheggiano un avvenire di tranquilla felicità, segnata dalle gioie domestiche, dalle pratiche religiose e dal lavoro. In realtà questa situazione iniziale di idillio è solo apparente: la condizione dei due giovani è già insediata dal male della storia, rappresentato dal sopruso nobiliare di don Rodrigo. Renzo e Lucia sono quindi inevitabilmente strappati alla loro vita quieta e appartata e immersi traumaticamente nel flusso turbolento della storia. Renzo sperimenta il male nel campo sociale e politico (la sommossa di san Martino, il disfacimento sociale della Milano appestata), Lucia soprattutto nel campo morale. Ma attraverso questa esperienza del negativo si compie anche la loro maturazione. Le vicende dei due giovani disegnano una sorta di "romanzo di formazione".
I percorsi dei due protagonisti sono però diversi, come diversi sono i loro caratteri e le loro funzioni nel racconto. Renzo ha tutte le virtù che per Manzoni sono proprie del popolo contadino; però c'è in lui una componente ribelle, un'insofferenza per ogni forma di sopruso, la convinzione che l'oppresso possa farsi giustizia da sé. Ciò costituisce un pericolo per l'eroe, perché potrebbe portarlo a commettere atti di violenza. Il suo percorso di formazione consiste perciò nel giungere ad abbandonare ogni velleità d'azione e a rassegnarsi totalmente alla volontà di Dio. La formazione si attua attraverso le due esperienze della sommossa e della Milano sconvolta dalla peste: attraverso di esse Renzo arriva a comprendere la vanità delle pretese umane di reintegrare perfettamente la giustizia con l'azione.
Al contrario di Renzo, Lucia sembra possedere sin dall'inizio per dono divino quella consapevolezza della vanità d'azione che Renzo acquista dopo dure prove solo al termine delle sue peripezie. In lei c'è uno spontaneo rifiuto della violenza, un abbandono fiducioso, che non subisce trasformazioni nel corso della vicenda, perché non ha bisogno di imparare nulla. In realtà anche Lucia attraversa un suo percorso di formazione. Anche lei ha inizialmente dei limiti, che deve superare grazie all'esperienza. Lucia, all'aprirsi del racconto, appare prigioniera di una visione ingenuamente idillica della vita, che riposa sul vagheggiamento di un avvenire di gioia e serenità entro i confini ristretti e protettivi della casa e del villaggio, dei monti e del lago, sulla convinzione che una vita e basti a tenere lontani i , che la Provvidenza pensi sempre a preservare i giusti dalla sventura. Attraverso le sue peripezie e le sue sofferenze, arriva alla fine a comprendere che non può esistere l'Eden in terra, che le sventure si abbattono anche su chi è , e che la vita più e più non basta ad evitarle.
Anche Renzo matura un'analoga consapevolezza, insieme a Lucia. Lucia, insieme con Renzo, ha preso coscienza della reale tragicità del vivere in un mondo segnato dalla caduta, dall'incombere costante del male sulla realtà umana. La conquista spirituale è avvenuta grazie alle sventure patite. E attraverso di esse Lucia e Renzo prendono coscienza anche della positività provvidenziale del male. Compare così al termine del romanzo, a raccoglierne il significato ultimo, il concetto della . Nel suo romanzo, Manzoni spesso dissimula nella dizione dimessa dei suoi umili personaggi verità che egli ritiene fondamentali.

Nella conclusione trovata dai due umili protagonisti sono infatti presenti i cardini stessi della visione manzoniana. Innanzitutto il rifiuto dell'idillio, inteso come rappresentazione di una vita quieta e senza scosse, nell'ambito ristretto della sfera domestica. Manzoni ha del reale una visione tragica, che scaturisce dal suo pessimismo religioso. Si può obiettare che al termine del romanzo a Renzo e Lucia tocca una vita tranquilla, prospera e serena: però, a ben vedere, non si tratta affatto di un idillio. Anche se la vita dei due sposi è sostanzialmente felice, ricordandosi dell'esperienza del male da essi vissuta, la loro esistenza è problematizzata dalla consapevolezza della tragicità del vivere, dall'incombere costante del male, che può colpire anche i più innocenti. Per questo la loro vita non è finalizzata a

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I PROMESSI SPOSI
di difficoltosa87 difficoltosa87

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Pagina 1 di 1 | 1 - 5 di 5 commenti
  • ciao00 11/12/2005 16:33
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Ottima recensione del noto romanzo. Ciao--

  • Criticatutto 03/12/2005 00:42
    Ha valutato l'opinione
    Utile

    ciao, mi spiace poichè il mio UTILE abbassa la media dell' opinione... ma sono un amante della sintesi! :D Ma è una tesi universitaria???

  • informa 02/12/2005 21:36
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Eccellente descrizione di un romanzo adatto a tutti, persino ai bambini di scuola elementare! Cordiali saluti da Informa.

  • senorita 02/12/2005 20:48
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Adoro Manzoni......

  • davide-priolo 02/12/2005 20:43
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
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