Il curioso caso di Benjamin Button (D. Fincher - USA 2008)

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Il curioso caso di Benjamin Button (D. Fincher - USA 2008)

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Essendo la vita ciò che è

3  25.02.2009

Vantaggi:
La poesia dell'idea di partenza, la love story asincrona e il finale struggente .

Svantaggi:
La cartolineria forrestgumpiana e l'eccessiva diluizione che mina la potenza emotiva della storia .

Consiglio il prodotto: Sì 

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(Scritto lunghetto, però con pochissime vere rivelazioni di trama)

Nella New Orleans del 1918 l’orologiaio cieco monsieur Gateau (Elias Koteas) fabbrica per la grande stazione ferroviaria un quadrante le cui lancette scorrono in direzione opposta al normale; contemporaneamente nasce Benjamin, primogenito di Thomas Button (Jason Flemyng) che vede spirare la moglie nel mettere al mondo un neonato così deforme da spingerlo a correre fuori, nella notte dei festeggiamenti per la vittoria della Prima Guerra Mondiale, e ad abbandonarlo sui gradini di un ospizio gestito dalla dolce Queenie (Taraji P. Hanson): invece di morire subito come le sue condizioni sembravano indicare, il bambino cresce con fattezze da vecchissimo, poi vecchio, poi sempre meno anziano, sino ad abbandonare casa e cercare fortuna nel mondo poco più che ventenne, ma con le fattezze di un uomo sulla sessantina (ecco Brad Pitt truccatissimo, poi sempre meno).
Tra peripezie, invecchiamento al contrario, scoperta del padre e amore eterno per la bambina Daisy che diventa adulta e anziana (Cate Blanchett) mentre lui ringiovanisce sino a tornare bimbo morente tra le braccia di lei, è tracciata la parabola del curioso Beniamino Bottone, cavaliere senza macchia e senza paura risucchiato da una clessidra rovesciata nel mondo di oggi e nei decrepiti sogni di ieri.

Ci sono sodalizi regista-attore che restano nella storia. Sergio Leone-Clint Eastwood. Martin Scorsese-Robert De Niro. Steven Spielberg-Harrison Ford (però, e lo dico a tutti e due, il quarto Indy non me lo dovevate fare). Forse David Fincher vuole fare lo stesso con Brad Pitt, divenuto da sogno proibito di milioni di spettatrici di tutto il mondo uno dei professionisti più pagati e selettivi dell’intero panorama cinematografico americano.
“Se7en” (1995) segnò l’inizio di questo cammino, e il fenomenale “Fight Club” (1999) ne caratterizzò un apice così alto che, con ogni probabilità, i due si diedero appuntamento per altri immancabili successi, negli anni a venire. Del resto, se Fincher ha con alterne fortune vagato nelle lande del thriller (il burlesco “The Game” nel 1997, per me abbastanza deludente, il domestico “Panic Room” nel 2002, bellissimi solo i titoli di testa, il poliziesco “Zodiac” nel 2006, altro mezzo flop a mio modestissimo parere) prima di ri-affidarsi al carisma di Pitt, il quarantacinquenne nativo di Shawnee, Oklahoma, dopo “Fight Club” ha proseguito coerente sull’onda di un ben ponderato successo, infilando negli ultimi dieci anni un’autentica sequela di interpretazioni di rilievo assoluto, o per il botteghino (“Ocean’s Eleven”, “Troy”) o per la critica (“Snatch”, “L’assassinio di Jesse James da parte del codardo Robert Ford”) o per entrambi (“Spy Game”, “Babel”, “Burn After Reading”), ramazzando nel frattempo nominations in parecchie rassegne internazionali (con poche vittorie, ma è il destino dei troppo belli).
Quasi fatale, dunque, un nuovo rendez-vous fincherpittiano sulle coordinate di navigazione del Grande Cinema: meno prevedibile era che ciò accadesse partendo da un bizzarro soggetto di Francis Scott Fitzgerald (ovvero un racconto ambientato almeno mezzo secolo prima rispetto al film) che Eric Roth (già autore di “The

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Teaser americano
Good Shepherd, “Munich”, “Alì” oltre che del celeberrimo “Forrest Gump”) e Robin Swicord (penna di “Memorie di una Geisha”, ma prima anche dell’orrido “Amori e incantesimi”) scelgono di declinare al tono clamorosamente romantico al fine di fare bingo nel cuore del pubblico grazie alla bella chimica tra Brad Pitt e Cate Blanchett, la cui alchimia già si era rivelata molto funzionale in “Babel”.

Lo script di Roth e Swicord manovra un flusso narrativo composito e imponente, usando la tecnica del ‘flash-back da diario’ grazie al personaggio interpretato da Julia Ormond che legge memorie sepolte alla madre in fin di vita, scoprendo solo lì (a New Orleans, proprio mentre nel cielo si avvitano le spire mortali di Katrina) e in quel momento (al termine del cammino terreno di una vecchissima Daisy) tutte le cose determinanti della sua e della propria vita.
La fabula è ciò che accade allo straordinario Benjamin, l’ intreccio è il modo in cui le sue imprese vengono esposte al pubblico usando il tramite della lettura del diario: mentre l’architettura del racconto si svolge per snodi di fluido scorrimento e paragrafi di solida sintassi, ciò che mi rende molto perplesso è il registro dell’intera operazione, ovvero la tonalità del linguaggio attraverso il quale la storia giunge a noi, spettatori dell’anno di grazia 2009. L’ottima fedra76 (invito alla lettura della sua recensione) ha posto la questione in termini che, ora che il film l’ho visto anch’io, mi sento di sottoscrivere in toto: la ragione fondamentale per cui un filmone così pompato risulta sorprendentemente poco originale (del tutto esagerate le 13 nominations agli Academy Awards, e nessuna sorpresa che a tale man bassa di candidature abbiano fatto riscontro solo tre statuette minori) è la sua candida aderenza ad un classico troppo vicino nel tempo per poter ambire alla citazione dotta, o all’omaggio di stampo culturale: un film a volte restituisce l’atmosfera di un quadro o una scuola pittorica (“Barry Lyndon” e i barocchi, “Gladiator” e i pre-raffaelliti), altre volte riproduce l’inappellabile sentenziosità di un romanzo (“Lolita” di Kubrick con Nabokov, “Il Gattopardo” di Visconti con Tomasi di Lampedusa), altre ancora mescola suggestioni provenienti dalla letteratura bassa con squarcianti visioni futuristiche (“Blade Runner” con la sua contaminazione tra hard-boiled e architettura), ma alla fine se un film cita, riecheggia e/o rifà di sana pianta un altro film, è molto meglio che quest’ultimo sia unanimemente considerato un capolavoro, che sia distante nel tempo, e infine che sia stato realizzato secondo codici espressivi che sia utile e interessante aggiornare, arricchire, personalizzare per adeguarli al mutato gusto dei tempi, o alla nuova sensibilità delle persone.
Se poi sei Scorsese puoi anche portarti a casa un Oscar dirigendo un re-make di un film risalente a pochissimi anni prima (“The Departed” è completamente debitore dell’hongkonghese “Infernal Affairs”), se invece sei (pur con tutto il rispetto, eh) David Fincher, faresti meglio a non rifarti così spudoratamente a “Forrest Gump” (Robert Zemeckis, 1994): purtroppo, è esattamente ciò che è accaduto.

Lì il candore appartiene ad un eroe dal cervello ritardato ma dal cuor di leone; qui ad un handicappato di diversa natura, che attraversa ringiovanendo il ventesimo secolo; lì la purezza ha anche il tempo di produrre un eroe di guerra, qui pure (con una sequenza sublimemente irrealistica); lì una love story impossibile genera il frutto di un figlio ‘normale’, e qui anche; lì la morte dell’amata lascia Forrest solo nel mondo ma ormai (a suo modo) adulto, qui l’estinzione di Benjamin lascia una vedova alla resa dei conti con la sua unigenita; lì, soprattutto, il richiamo sfrontato e anacronistico ad un tempo in cui l’America era innocente (l’America non è mai stata innocente, per inciso, ma è così più facile illudersi di esserlo davanti agli spazi del grande Ovest che nei vicoli pietrosi dell’antichissima Europa) era realizzato grazie ad una favola nella quale l’autentica semplicità dell’eroe era già sufficientemente esorbitante e ‘cinematografica’ per reggere da sola il peso del cine-viaggio tra dramma, commedia e una soundtrack da sogno.
Ne “Il curioso caso di Benjamin Button”, invece, la premessa decisamente fantasiosa, e così letteraria nella sua paradossale soavità, predispone ad una serie di eventi successivi che recano impresso il marchio della bontà e dell’amore ad ogni passo, come se il nostro amico BB sia destinato ad aspergere per ogni dove il riflusso concentrico della sua esistenza anti-ciclica, trasformandola in un caleidoscopio nei cui riflessi iridati ammirare estasiati lo scorrere del mondo storico a braccetto con quello geografico: qui il peccato da veniale diventa (quasi) mortale, perché nella seconda parte del film vengono apparecchiati quasi tre quarti d’ora che vedono il Nostro o amoreggiare esoticamente con la sua bella oppure viaggiare nel mondo nella solitudine strafiga che avevo visto essere usata solo in pubblicità, nella preistoria della nostra tv commerciale in cui l’advertising delle sigarette ancora non era vietato, quando il famoso motociclista si accendeva una Lucky Strike ammirando il tramonto dalla terrazza naturale sulla Monument Valley. O forse era il tramonto, a ben vedere, che ammirava lui. Insopportabile, no?
Ecco, purtroppo la ferrea ricetta del super-film da Oscar induce l’inserzione (stavo per scrivere ‘inserimento’, ma è proprio meglio ‘inserzione’) di tante (troppe) sequenze di spettacoloso e imbarazzante cartolinismo, che in sé non hanno nulla - ma proprio nulla - a che vedere con l’anima del film o con la consequenzialità dei cardini narrativi, ma che giustificano i lauti compensi liquidati al direttore della fotografia Carlo Miranda e soprattutto all’ufficio di P.R. della Brad Pitt Inc., che può così contare su una miriade di immagini ‘mitiche’ con cui rimpolpare il già fittissimo book di icone bradpittoresche.
Tale vistosa sbavatura estetica è però l’ impronta digitale del cinema facile, più furbo che sincero, bello ma artificioso e, in ultima analisi, tanto tanto sopravvalutato.
La voce off del protagonista, compassata e distante, è la ciliegina del disincanto su questo tortone nuziale a decine di piani sovrapposti: la sua filosofia snocciolata a commento di questo o quell’episodio ha il suo culmine quando, nel raccontare la concatenazione di coincidenze che portano all’incidente di Daisy (divenuta ballerina classica) a Parigi, chiosa con saggia malinconia «… essendo la vita ciò che è».

Quando una freccia colpisce il bersaglio, e questo bersaglio è il cuore, scatta l’innamoramento: vale per le persone e anche per i film. Ma se vengono scagliate migliaia di frecce verso un unico cuore, il fatto che una raggiunga il suo obbiettivo non è magia, ma pura ovvietà probabilistica.
“The Curious Case of Benjamin Button” agisce proprio così, con una tale quantità di suggestioni riversate verso il pubblico (quasi tutte già viste e quasi tutte ben congegnate) che in un modo o nell’altro è impossibile non sorprendersi in qualche attimo di commozione: ciò vale soprattutto per un finale oggettivamente destinato allo struggimento più poetico e sincero, ed è un peccato che il pubblico arrivi a quel punto più stremato dalla straripante lentezza del minutaggio che coinvolto nel rifulgere di tanta patinata fotogenia.
Vedete, alla fine sono anch’io un bizzarro buontempone: avrei potuto e voluto scrivere questa mia opinione sul film in forma inversa rispetto al solito (subito la scheda e il voto decimale a precedere la conclusione e le raccomandazioni, poi l’analisi di ambientazione e scenografia, quindi quella di sceneggiatura e cast, e infine la breve sinossi della trama), per speculare ironicamente sull’intenzionale cronologia rovesciata delle età del protagonista. Ci ho anche pensato, davvero.
Ma poi. Sinceramente. Una cosa del genere l’avrei fatta se il film mi avesse catturato di più, mi avesse incantato e convinto di più. Ho applicato questa forma di omaggio a “Cinderella Man”, per esempio.
Essendo il cinema ciò che è (dunque con tutti i laccioli produttivi che ingabbiano il genio e lo riducono al guinzaglio del mercato) si può capire che “Il curioso caso di Benjamin Button” sia scaturito così, caramelloso e lungo da succhiare, appiccicoso e dolcissimo, gonfio di saccarosio come le nuvole da luna park dello zucchero filato.
Non è certo un brutto film, alla fine, voglio ricordarlo: piacerà certamente alla maggioranza delle donne per il suo facilissimo sentimentalismo, e forse anche a diversi maschi per un normale (e, in fondo, comprensibile) fenomeno di identificazione con l’uomo che tutte vogliono e che solo Angelina Jolie può avere, dimostrando alla fine di poter essere un’ottima soluzione di compromesso per una (lunga, tenetelo a mente) serata al cinema.
Tuttavia, essendo la vita ciò che è, farà passare nella clessidra dei nostri anni venturi tantissimi film migliori di questo, sino a seppellirne quasi il ricordo. L’innocenza alla lunga stanca, oppure si sporca, si usura e diventa un oggetto di consumo come tanti altri.
Pensateci, la prossima volta che raccoglierete un bottone dalla polvere della strada.

SCHEDA
IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON (The Curious Case of Benjamin Button, Usa 2008, 166’). Regia: David Fincher. Soggetto: Francis Scott Fitzgerald. Sceneggiatura: Eric Roth, Robin Swicord. Fotografia: Claudio Miranda. Montaggio: Kirk Baxter, Angus Wall. Scenografia: Donald Graham Burt. Costumi: Jacqueline West. Musiche originali: Alexandre Desplat. Con Brad Pitt, Cate Blanchett, Julia Ormond, Elias Koteas, Taraji P. Hanson, Peter Donald Badalamenti II, Robert Towers, Tom Everett, Tilda Swinton, Jared Harris, Jason Flemyng. (Voto: 6.5)

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Albes

Albes

18.02.2014 10:32

è vero... il finale è davvero struggente... forse tra i 10 minuti che mi hanno "disturbato" di più al cinema... nel mondo alla rovescia di Benjamin Button vedere che la giovinezza, la fanciullezza, l'infanzia non sono motivo di speranza per il futuro ma rassegnata accettazione della fine mi hanno fatto stare male... sarò troppo sensibile! :-) Eccellente opinione d'annata!

Bugsy

Bugsy

28.07.2010 15:24

Fino ad oggi l'ho schivato, ma visto che TU gli dai 3 stellette è probabile che mi venga la voglia di immergermi in qualche attimo di commozione. Bravo BRESTOLAZZAZZONE!

commissarioMerli

commissarioMerli

04.10.2009 19:52

sicuramente un film interessante visto il tema ma molto lontano dai miei desideri

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