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Il deserto dei tartari (Dino Buzzati)

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Il fiore nel deserto

5  31.05.2004 (05.06.2004)

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ambersole

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In media l'opinione è' stata valutata molto utile da 41 utenti Ciao

L'autostima è l'elemento cardine per esprimere se stessi.
In ogni ambito in cui si intrecciano relazioni è basilare vi sia consapevolezza di sè.
Così si eviterà di cadere in manipolazioni o di essere troppo permeabili alle sollecitazioni esterne.
Possedere autostima implica vivere nel presente, dopo aver rielaborato il passato e senza procrastinare il vivere nel futuro.
Espressioni come "un giorno farò, andrò, vivrò" se non sono supportate da un vivere agito ma hanno come matrice precipua il rimandare, il differire la scelta sperando che altri la compiano per noi, significa non avere autostima.
Anche coltivare un sogno o far crescere sogni se non si mettono in moto meccanismi per realizzarli, resta un esercizio sterile che dà un sollievo momentaneo ma poi rifà precipitare nell'illusione virtuale che non cambia realmente la vita.


Il libro
Si potrebbe chiamare "l'attesa", un'attesa che sembra non avere fine.
Eppure dovrà arrivare prima o poi l'evento tanto temuto ma anche tanto desiderato.
Dovrà dare segnali di sè quel fermento che fa sentire vivi e rende pulsante la speranza.
Perché la vita deve avere un senso solo se arriveranno questi tartari?
Perché si deve essere in balìa di un evento esterno?
Perché si deve trovare un perché alla vita, non basta forse, viverla?
Pubblicato nel 1949, "Il deserto dei tartari", è il romanzo che sancì la fama per Dino Buzzati.
Al primo titolo "La fortezza", l'autore optò per questo che meglio fa intuire senza mediazioni, la desolazione in cui si dipana la vita del protagonista Giovanni Drogo.
E' un romanzo fantastico, con una forte componente allegorica.
Giovanni Drogo è tutti noi ogni volta che ci impantaniamo in uno stagno immobile che ci avvolge come un involucro, come se fossimo vivi senza vivere realmente, dove apparentemente ci sentiamo protetti e al sicuro, ma in realtà se ci guardiamo allo specchio scopriamo che non c'è luce nei nostri occhi.
Quando guardiamo l'orizzonte e ci chiediamo: "Cosa ci sarà oltre?" ma poi chiudiamo la finestra e nulla facciamo per andare a vedere cosa ci sarà.
O quando ci diciamo "ma intanto sarà come qui per cui chi me lo fa fare di andarmene?" e via discorrendo.
Penso in questo momento a "La leggenda del pianista sull'oceano" di Baricco e al protagonista Novecento che non riesce ad abbandonare la nave, il suo guscio protettivo, caldo come il liquido amniotico e consegna la sua vita all'inesorabilità della sorte.
Al contempo il mio pensiero va al protagonista de "Le braci" di Marai che aspetta 41 anni e 43 giorni sperando di poter risolvere l'enigma che lo ha fatto vivere perlopiù rinchiuso nel suo castello spaventosamente grande e vuoto, spera di scoprire la verità ma rimarrà solo con la sua illusione.
E come non ricordare "Madama Butterfly" di Giacomo Puccini, che aspetta fedele, per tre lunghi anni, il ritorno di Pinkerton e quando finalmente lui sta arrivando, lei canta l'aria "Un bel dì vedremo":
"Un bel cì vedremo
Levarsi un fil di fumo sull'estremo
Confin del mare.
E poi la nave appare
E poi la nave è bianca.
Entra nel porto, romba il suo saluto.
Vedi? E' venuto!
Io non gli scendo incontro.Io no.Mi metto
là sul ciglio del colle e aspetto, aspetto
gran tempo e non mi pesa
la lunga attesa...."
Ma anche in questo caso l'attesa sarà stata vana perché Pinkerton arriva con un'altra donna.
Ma torniamo a "Il deserto dei tartari", quello che preme all'autore è di rappresentare, attraverso il tormento di Giovanni drogo, la condizione esistenziale dell'uomo: la vita si consuma nell'attesa di un evento in grado di attribuirle un senso, ma tale evento non si realizzerà mai.
Il protagonista, mentre scivola pian piano in una condizione di disperazione e angoscia, scopre la propria ineludibile solitudine e prende atto dell'ineluttabilità del suo destino, pervaso dal dolore e dalla delusione.
Comunque, al contrario, di quel che si potrebbe pensare, leggere questo romanzo potrebbe fungere da stimolo per agire e sbloccare eventuali momenti di impasse.
Giovanni Drogo ci appare all'inizio come un giovane di belle speranze che però viene colto da un senso di inerzia che sfocia nell'abulìa e nella rassegnazione, chiuso in se stesso e del tutto dipendente da eventi esterni: il nemico che prima o poi attaccherà.
Dopo 4 anni di servizio alla fortezza Bastiani è ormai rassegnato a rimanervi fino alla fine della propria carriera militare, ha tentato di farsi trasferire in città, ma un'ingiustizia ha favorito altri a suo discapito.
La sua rassegnazione ha però un ultimo anelito di vita, ammantato di speranza, quando con il binocolo gli par di scorgere il nemico in procinto di costruire una strada che arriverà alla fortezza certamente per attaccarla.
Una labile speranza destinata a restare chimera.
E' del tutto chiaro che la situazione è inverosimile: l'autore non chiarisce dove sia questa fortezza, in quale epoca si svolgano i fatti.
Perché i tartari dovrebbero essere il nemico?
Perché c'è bisogno di un nemico, chiunque esso sia?
A Buzzati non interessa questo, cerca un pretesto in cui collocare la storia di Giovanni Drogo che assume un valore allegorico universale: l'ufficiale che aspetta con ansia di mettersi alla prova in battaglia, rappresenta l'uomo che mentre vive una vita noiosa e priva di fermenti, proietta nel futuro le proprie speranze e i propri sogni di gloria.
Nonostante l'aspetto fantastico della storia Buzzati usa uno stile analitico dal quale sono esenti segni onirici e visionari.
In sostanza Buzzati adotta uno stile con cui potrebbe descrivere la storia di un impiegato, analizza in modo realistico gli stati d'animo e dà indicazioni sugli avvenimenti esterni che segnano il passare del tempo.
Il fantastico di Buzzati è distante da quello di tipo romantico che connotava scrittori come Poe o Hoffmann.
A Buzzati non preme fissare l'attenzione sugli aspetti irrazionali dell'animo umano, sui misteri dell'inconscio e su tutto ciò che pare misterioso.
E' interessato a comprendere tematiche esistenziali: il tempo che se ne va, il senso della vita, il sopraggiungere della fine e in questo ha forti legami con Kafka.
Da questo romanzo è stato tratto un film.
Questa lettura potrebbe rivelarsi terapeutica sotto certi aspetti.
In certi casi difficilmente si proverà rassegnazione, può venire voglia di uscire sotto la pioggia e mettersi a correre in pineta urlando con quanto fiato c'è in corpo.
Fa pensare che non occorre mai lasciare la nostra vita in mano ad eventi esterni che se non accadono ci distruggono.
Essere in balìa degli altri, condiziona la vita e fa sì che non si viva mai come si vorrebbe.
A Giovanni Drogo avrebbe fatto bene una riflessione sulla propria autostima, dalla quale sarebbe scaturita la necessità di un suo irrobustimento, questo gli avrebbe fatto capire che la vita non va sprecata, che occorre darsi una mossa per far "accadere" gli avvenimenti, non subirli passivamente e che magari l'evento tanto atteso sembra più bello solo perché è stato a lungo idealizzato.

Rosanna Benzi era una persona stupenda che ha vissuto buona parte della sua vita in un polmone d'acciaio in un ospedale di Genova.
Ha scritto libri sublimi e dirigeva una rivista il cui intento era aprire gli occhi e liberare dai pregiudizi e non solo nei confronti delle persone disabili.
Mi piace pensare a lei ora, lei che viveva chiusa in una fortezza, il polmone d'acciaio, e che emanava vita come il sole quando scalda forte e viveva la vita anche se era costretta a stare ferma.
"Sono contenta, lasciatemelo dire, orgogliosa. di non essermi fatta sconfiggere.
Non ho rimpianti.
Ripeto che sono felice di aver vissuto questi anni, e sono pronta, con serenità, a vivere gli altri.
Certo non succederà, ma se un giorno tornassi a camminare con le mie gambe, prima di tutto correrei a ringraziare i medici che mi hanno curata, gli amici, le persone che mi sono state vicine.
Poi vorrei viaggiare: vedere Venezia, Firenze, Parigi, Cuba.
Forse un giorno in treno, con la corazza, visiterò Parigi.
E poi vorrei andare da sola sulla spiaggia, in un pomeriggio d'autunno, sul tardi, e fare una lunga camminata sotto la pioggia."

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Commenti su questa Opinione
celtic76

celtic76

29.04.2005 21:33

L'autostima è una grande dote, ma come tutte le doti può rivelarsi un'arma a doppio taglio, che ti fa rovinare, rimpendoti troppo di te...

hiram64

hiram64

27.08.2004 03:09

L'ho letto ed ho visto un vecchio film in bianco e nero...davvero straordinario....complimenti a te.

Settedicoppe

Settedicoppe

10.06.2004 20:11

Adoro Dino Buzzati, però lo preferisco nei suoi racconti brevi (60 racconti, In quel preciso momento,ecc.) piuttosto che nei suoi 2 romanzi che non ho ancora letto :-(

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