IL DESERTO DEI TARTARI (D. Buzzati)
23.07.2007
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/
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 borel
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Questo libro, che è il più famoso di Buzzati - anche se a qualcuno è apparso meno convincente di altri "sul piano della tensione drammatica e della tecnica gialla" -, porta in primo piano, con una varia tonalità lirica, l'attenzione psicologica e la forza allusiva del paesaggio. Qui, anzi, il paesaggio ha il valore di vero protagonista, di essere che agisce in modo determinante sulla psiche e sull'azione dell'uomo. In una regione alpestre e lontana, dagli aspetti spettrali e lunari, un giovane ufficiale, il tenente Giovanni Drogo, ha preso servizio nella Fortezza Bastiani, davanti al deserto dei tartari, e lì attende l'arrivo del nemico. Quando, dopo alcuni mesi di servizio in quella località disagiata e pericolosa, potrebbe tornare nella città, rinunzia al trasferimento, attratto dal fascino delle montagne, e dal mistero del deserto, che dai piedi della fortezza si perde verso il Nord; ma anche la nuova vita, nel silenzio e nell'attesa degli eventi, lo avvince con un fascino malioso e inquietante ad un tempo. Passano così lunghe stagioni. Consumata una licenza in città, Drogo torna al fronte con la sensazione che la giovinezza gli sia definitivamente fuggita, ma sempre attratto dal mistero del deserto e dell'attesa dell'evento. Pochi uomini sentono questo fascino misterioso; i più, uno dopo l'altro, lasciano la fortezza. Pochi anche quei pochi si separano e scompaiono; sicchè, quando l'evento si profila all'orizzonte, Drogo è solo, con nessuno dei vecchi compagni d'un tempo: e coi suoi cinquantaquattro anni ed una malattia inesorabile è gia vecchio. Eppure vuol rimanere lassù, fino al giorno della battaglia. Ma il comandante della fortezza lo fa allontanare e condurre in carrozza giù, nella valle, mentre giovani ufficiali si avviano verso la lotta e la gloria: quella lotta e quella gloria che Drogo aveva atteso invano per trent'anni. A poco a poco il vecchio soldato sente che l'aspetta ora un'altra e più decisiva lotta, e un'altra gloria: l'incontro con la Morte. E questa Morte egli sa affrontare con dignità, da pari a pari, con l'onore delle armi.Il significato allegorico e il valore morale sono evidenti: la vita dell'uomo è una lunga, snervante attesa di qualcosa di magico, che poi sfuggirà dalle mani; la vita è solitudine, è ripiegamento angoscioso, è succedersi di fantasmi irreali, di miraggi inafferrabili. Ma l'isolamento, come la stessa infelicità, è ciò che più affina l'uomo e lo nobilita in un affascinante mistero. In queste e tante altre concezioni, che sono all'origine del romanzo, si potrebbero ritrovare motivi d'ispirazione cristiana: ma vi è, soprattutto, una visione esistenzialista senza nulla di quella speranza ultraterrena ed eterna che conforta il dolore cristiano. C'è piuttosto il pessimismo dell'uomo contemporaneo, sperduto di fronte all'infinito misterioso del cosmo: un pessimismo che la magia del paesaggio rende più vasto e pensoso, e a cui il vigore penetrante del racconto dà una forte accentuazione poetica. E c'è anche non poco che accosta il nostro grande scrittore a certi surrealisti stranieri, quali Edgar Pe e Ernest Hoffmann; mentre certe pagine del "Deserto dei Tartari ", là dove i temi del mistero e del dolore, dell'inquietudine e della solitudine, del terrore cosmico e del destino inesorabile sono più marcati, non sarebbe inopportuno avvicinarle - sia pure con le dovute riserve - a quelle di un Franz Kafka. Un capolavoro!Ciao@tutti, BOREL
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22.10.2007 20:05
Pur non avendolo letto credo che sia uno di quei libri che non possono mancare nella biblioteca di ognuno ;-)
26.07.2007 17:24
un bel libro e una bella descrizione
24.07.2007 10:50
dovrei averlo a casa... ottima opinione