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Come è cominciato tutto questo? O meglio, quando è stata impressa al sotto-genere un’accelerazione produttiva del tutto imputabile al rinnovato appeal di fiori d’arancio e derivati, che aveva avuto nella deliziosa commedia con Hugh Grant e Andie MacDowell il suo grande momento di rilancio?
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PRODUZIONE: Columbia Tristar| DATA DI USCITA: 09/02/2011| ETA CONSIGLIATA: Tutti| DURATA: 101 min| TITOLO IN LINGUA ORIGINALE: My Best Friend's Wedding| DATI TECNICI: Wide Screen - Dolby Digital 5.1 - Area 2 (Europa/Giappone)| DESCRIZIONE: Nove anni prima, Julianne e Michael avevano deciso, da amanti, di rimanere semplicemente amici, facendo per un patto: se, compiuti ventotto anni, non avessero trovato l'anima gemella, si sarebbero rimessi insieme e sposati. Il momento arrivato e, una notte in albergo, Julianne riceve una telefonata di Michael: lui per la chiama per dirle che ha conosciuto una ragazza e che la domenica successiva si sposeranno...
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i matrimoni. Perché da quando è stata lasciata all*39*altare dal suo fidanzato, famoso attore di soap, anche solo sentire la parola "abito da sposa" le fa veni
Una Opinione di brest su Il matrimonio del mio migliore amico (P.J. Hogan) 13.04.2010
La valutazione di questo autore:
Vantaggi:
La simpatia di Rupert Everett .
Svantaggi:
Nella graziosa inutilità del film non vi è nient'altro da salvare .
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Opinione completa
Julianne (Julia Roberts) aspetta una chiamata dall’ex-amante e amico di sempre Michael (Dermot Mulroney): sono scoccati per entrambi i ventotto anni e, come da promessa reciprocamente stipulata tempo addietro, se a quell’età non avessero ancora trovato l’anima gemella si sarebbero sposati tra loro. Squilla il telefono, e la ragazza sbianca: Michael le racconta che sta sì per sposarsi, ma con la bella smorfiosa Kimmy (Cameron Diaz), e la invita come ospite d’onore al Grande Evento. Julianne si sfoga e si consulta coll’amico gay (e suo editore) George (Rupert Everett), e solennemente decidendo che quel matrimonio non s’ha da fare, parte lancia in resta per mandarlo a monte.
Dal clamoroso (e meritato) successo del british “Quattro matrimoni e un funerale” (Mike Newell, 1994) è proliferato come la folla scoppiettante di una pentola di pop-corn tutto un florilegio di commedie brillanti di ambito matrimoniale, che avessero nel momento della cerimonia l’argomento centrale o addirittura il momento culminante. Se scorriamo velocemente la memoria dei tanti titoli da botteghino, li vediamo un po’ tutti: dal fiacco “Se scappi ti sposo” (1999) al brutto “Prima o poi mi sposo” (2001), dall’inguardabile “La cosa più dolce” (2002) al dissacrante “Due single a nozze” (2005) sino al patinato recentissimo “Sex and the City” (2009), Hollywood ha grattato il barile dell’argomento sin quasi a polverizzarne il fondo. Come è cominciato tutto questo? O meglio, quando è stata impressa al sotto-genere un’accelerazione produttiva del tutto imputabile al rinnovato appeal di fiori d’arancio e derivati, che aveva avuto nella deliziosa commedia con Hugh Grant e Andie MacDowell il suo grande momento di rilancio? Secondo me accadde in occasione del primo caso lampante di wedploitiation (sfruttamento del genere ‘matrimonio’) ad alto budget avente nome “Il matrimonio del mio migliore amico”, e diretto nel 1997 da P.J.Hogan, onesto lavorante australiano specializzatosi in questo tipo di cinema dal corto respiro ma dal rapido rientro finanziario. Pur avendolo visto in compagnia di una fresca fidanzata di allora, e dunque nella disposizione d’animo normalmente più magnanima per giudicare qualunque cosa fosse passata sullo schermo, uscii dal cinema con la solida consapevolezza di aver assistito ad un filmetto insulsello, gradevole in pochi momenti e largamente noioso in quasi tutti gli altri, e questo in spregio ad un cast luccicante e, per quanto avevo avuto modo di vedere, dignitosamente prestatosi alla causa. Ma, a volte, la verità è che alcune cause sono perse in partenza.
Vediamo brevemente perché. Innanzitutto, la simpatia contagiosa di Julia Roberts non andrebbe spesa così sconsideratamente: sono pressoché sicuro che, accettando il ruolo, la stangona georgiana si aspettasse una sceneggiatura migliore e che, resasi conto ormai troppo tardi di quanto questa fosse in realtà deboluccia, abbia (volontariamente o meno) marcato molto i tratti più comici e caricaturali del suo personaggio, che emergono in tutti i goffi tentativi di Julianne di seminare zizzania tra i fidanzati, col risultato di intorbidare la limpidezza malinconica di cui avrebbe goduto naturalmente, visto il suo ruolo di terzo incomodo destinato a veder trionfare un amore non suo. In secondo luogo, il necessario carisma del lead actor di una trama sentimentale-brillante avrebbe dovuto essere reperito in un soggetto ben più dotato del pur volonteroso Dermot Mulroney, rispetto al quale pure il logoro Mr. Big di Carrie Bradshaw fa la figura di un colosso scespiriano: ma insomma, perché mai una incantevole trentenne desiderata da tutto il mondo maschile dovrebbe perdere ostinatamente la testa per un ex-ragazzetto caruccio e nulla più, litigandolo perfino all’altra stella hollywoodiana del momento? Mah, lo squilibrio di appeal tra il maschietto e le due femmine è davvero vistoso, e azzoppa da subito l’andatura della storia, bisognosa di ben altro magnetismo animale. Non si pretendeva Clark Gable o Brad Pitt, ma insomma… In terza istanza, e veniamo al paradosso, l’unico personaggio davvero riuscito di tutto il film (viene da pensare più per merito dell’attore che dello script) è il gay (nel film e nella realtà) Rupert Everett, capace di dominare da mattatore non meno di tre diverse sequenze e scintillando in giro per il resto del film con volteggi auto-ironici e piroette di sorrisi e sottintesi, tutti volti a sostenere con l’affidabile calore dell’amicizia una persona cara e provvisoriamente preda di un’inutile rabbia guastafeste. A causa dell’elemento di spicco di un film altrimenti più incolore, insapore e inodore del vapore acqueo, sono maggiormente evidenti gli squilibri e le povertà d’invenzione del resto della pellicola, come se l’assenza di Everett (dai dialoghi, dalle scene, dalle inquadrature) evidenziasse, rendendola palese, la mediocrità della tessitura di parole e immagini che invece gli autori (oltre al regista, lo screenwriter Ronald Bass, uno che era partito molto bene scrivendo “Rain Man” e “Giardini di pietra”) avrebbero voluto suscitasse un ben più indifferenziato buonumore in tutte le sue parti.
La levigatezza formale della manifattura, a certi livelli, non è più l’unico pregio cui attaccarsi se proprio non si vuole stroncare un film («… vabbé, dài, non è bellissimo, però è fatto molto bene…») ma diviene, almeno nella mia personale visione dell’esperienza dello spettatore in sala, l’ultimo e più grave indizio di mediocrità: proprio in quanto una produzione cinematografica si giova di una qualità esecutiva di primissimo livello, trovo tristemente eloquente che le sue travi portanti (il puro racconto, ovvero il soggetto; la sua forma, ovvero la sceneggiatura) siano caratterizzate da un così pedestre disinteresse per l’originalità, da un lato, e per l’efficacia dei contrappesi psicologici e motivazionali, dall’altro. D’altra parte, è anche vero che una delle funzioni della narratività in generale è quella di dare piacere e conforto a chi è in ascolto: l’esempio classico è quello del bambino che, in cambio di un collaborativo addormentamento, pretende che gli venga raccontata sempre la stessa favola e sempre alla stessa maniera , pena la stizzita correzione in corsa da parte dello stesso bambino, e conseguente allungamento dell’operazione-nanna. C’è senz’altro chi ama sentirsi raccontare sempre le stesse melense romanticherie e sempre con gli stessi sorrisi (quello da dépliant dentistico della Roberts, quello maliziosetto della Diaz, quello lealmente beffardo di Everett), ma credo che la maggior parte di noi, divenuti adulti, sappia (debba?) distinguere tra operetta seriale da istantaneo dimenticatoio, e coraggioso cinema di valore, a qualunque genere i due esemplari appartengano.
Come invecchiano male i film superflui, eh? Li vedete tra i campioni d’incassi di una stagione, o ben posizionati da potenti uffici stampa sulle copertine dei rotocalchi; poi, assai più rapidamente di quanto avreste detto, vi accorgete che sono spariti, rimpiazzati da altri titoli quasi uguali, spesso quasi con gli stessi attori, e sempre immancabilmente sugli stessi innocui argomenti rosa . Sfido chiunque tra voi miei pochi lettori a sostenere di aver amato questo film anche solo a distanza di uno o due anni dalla sua prima visione, cinematografica o televisiva stavolta davvero poco importa: si tratta di una commediola sgasata, e se mi capita di sbatterci contro nel mio occasionale zapping serotino, cambio canale con la velocità della luce (vedo peraltro un voto complessivo molto alto dato al film dai suoi ciao-recensori: stavolta avete preso un abbaglio voi, miei cari). Pur non potendo appiccicarci addosso l’ignominiosa etichetta del film orrendo (infatti, due ciao-stelline anziché una) l’insufficienza che attribuisco a “My Best Friend’s Wedding” è di quelle secche e sferzanti, quindi lo sconsiglio anche a chi si trovasse bloccato davanti alla tv analogica da una brutta influenza fuori stagione: se amate Julia Roberts questo è l’ultimo suo film che dovreste avere fretta di recuperare, se invece siete adoratrici di Dermot Mulroney… scusate, è vero, NON ESISTONO adoratrici di Dermot Mulroney.
Fumo senza arrosto, o meglio ancora vapore acqueo emanato dal radiatore del forno a microonde con cui solo gli impavidi si azzardano ad arroventare il trancio di pizza di due sere prima, “Il matrimonio del mio migliore amico” resta una pietra miliare del divismo superfluo, della scrittura filmica spiritosamente freddina, dello spreco attoriale a piene mani bucate: io e la mia fidanzata di allora ci siamo poi lasciati, e il biglietto d’ingresso in una sala di Padova è l’unica prova documentale di quel lontano giorno insieme, come se anche i film visti in coppia avessero il potere di farci arrivare segnali sul destino di un amore: tra gli altri, anche Rupert Everett e Julia Roberts (non li ringrazierò mai abbastanza) decisero che no, la nostra unione non s’aveva da fare.
SCHEDA IL MATRIMONIO DEL MIO MIGLIORE AMICO (My Best Friend’s Wedding, Usa 1997, 105’). Regia: P.J. Hogan. Soggetto e sceneggiatura: Ronald Bass. Fotografia: László Kovács. Montaggio: Garth Craven, Lisa Fruchtman. Scenografia: Richard Sylbert. Costumi: Jeffrey Kurland. Musiche originali: James Newton Howard. Con Julia Roberts, Dermot Mulroney, Cameron Diaz, Rupert Everett, Philip Bosco, M. Emmeth Walsh, Rachel Griffiths, Carrie Preston, Paul Giamatti. (Voto: 5)
Vantaggi: Molto musicale, l'interpretazione di Rupert Everett Svantaggi: Terrificante se fossi al posto di Kimberly!
Titolo: Il matrimonio del mio migliore amico
Titolo originale: My best friend's wedding
Nazione: USA Anno: 1997
Genere: Commedia
Durata: 105 minuti
Regia: P.J.Hogan Sceneggiatura: Richard Sylbert Fotografia: Laszlo Kovacs Scenografia: Richard ...
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Vantaggi: io penso quando vedo questa pellicola Svantaggi: perchè devono sempre vincere le bionde?!?! Scherzo naturalmente
...Esistono film che non sono capolavori ma che ci appartengono, questo è il mio film. Non è una questione di trama, non una questione di ambiente, è una questione di affinità sentimentali o meglio di terrorismo sentimentale. La trama è piuttosto semplic ...
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Questo film si fa apprezzare come una delle commedie più riuscite
degli ultimi anni,intelligente ed originale,che segna il
rilancio di una brillante Julia Roberts,è stata proprio una
scelta azzeccata quella fatta dal regista P.J. Hogan per
per a ...
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...O quasi ...
... e non deve essere senz'altro facile, quando in ballo ci sono i sentimenti e l'amore per il proprio miglior amico, che a sua volta sta per sposarsi ...
Julia Roberts, Rupert Everett, Cameron Diaz ... un triangolo inedito e perfetto, dove ...
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molto utile
09.10.2001
La Roberts vincente nella vita Valutazione del Prodotto Il matrimonio del mio migliore amico (P.J. Hogan)scritta da
flash975
Vantaggi: Molto divertente Svantaggi: Nessuno
Il matrimonio del mio migliore amico è a parer mio una tra le più belle commedie che Julia Roberts abbia mai interpretato, come di consueto film divertente ma al tempo stesso romantico con musica centrata!
Vediamo come degna rivale della Roberts , Camero ...
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Vantaggi: Il cast, in particolare Svantaggi: Spesso sconclusionato ma?
...Spesso sconclusionato, scrivevo negli svantaggi, relativi alla visione di questo film. Però c?è un ma: io l?ho visto una volta sola, proprio in questi giorni e la sensazione che ho avuto, tra le tante, è che questa sua confusione manifesta, sia stata cercata con cura dal regista, rendendo il lavoro, nel complesso, gradevole, a volte poco credibile, tenero e intrigante, dolce e scorbutico.
Insomma, se il regista de ?Il matrimonio del mio migliore amico?, P.J. HOGAN, aveva voglia di giocare, mischiare e sovrapporre il ?genere? del film, spostandolo continuamente dalla commediola al thriller, per arrivare ad un comico-romantico-sentimentale, devo dire che l?operazione gli riesce, grazie anche ad un cast inattaccabile: Kathy Bates, Dan Aykroyd, il fantasma gentleman, gay a sorpresa, irresistibilmente adorabile di Jonathan Pryce, intorno...
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Vantaggi: Trama, cast, coreografie, musiche Svantaggi: Adatto a un pubblico molto giovane
...TITOLO: Peter Pan
ANNO: 2003
DURATA: 113 minuti circa
ORIGINE: Usa
FORMATO VIDEO: Colore
GENERE: Fantasy, avventura, family
PRODUZIONE: Universal pictures, Columbia pictures, Revolution studios, Red wagon, Warner roadshow studios, Allied stars
DISTRIBUZIONE: Columbia tristar film
REGISTA CON PRINCIPALE FILMOGRAFIA: P.J. Hogan ( Il matrimonio del mio migliore amico, Insieme per caso, Le nozze di Muriel)
ATTORI PRINCIPALI CON SOSTANZIALI FILMOGRAFIE:
--- Jason Isaacs ( 9 vite da donna, Divorcing Jack-la notte di starkey, Dragonheart, Elektra, Fine di una storia, Harry Potter e il calice di fuoco, Harry Potter e la camera dei segreti, Il patriota, Lo smoking, Punto di non ritorno, Sweet november, Windtalkers.....)
--- Jeremy Sumpter ( Frailty-nessuno e' al sicuro, Il ladro di orchidee)
--- Rachel Hurd-Wood (Il...
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Vantaggi: Soggetto, costumi, scenografie, effetti visivi e il bravo Jason Isaacs. Svantaggi: Convenzionalità della rappresentazione, figura di Wendy troppo ambigua e sottile in un film per ragazzi.
...del capitano, giustamente vorrebbe anche tutto il resto.
Indiani, grotte, favolosi tesori e alla fine la scelta di tornare dai genitori, che dopo la paura forse saranno più consapevoli del valore dell'infanzia.
Sono un frequentatore di strutture multisala, e avevo notato l'ingente apparato promozionale di cartelloni tridimensionali, poster, palloncini e manifesti vari allestito negli atri di Warner Villages e Uci Cinemas; tutta questa vistosa e accattivante scenografia preludeva all'uscita nelle sale del nuovo "Peter Pan" del quarantaduenne regista di Brisbane P.J. Hogan (già autore del fiacchissimo "Il matrimonio del mio migliore amico" nel 1997 e da non confondere con il 'crocodile dundee' Paul, anch'egli australiano, ma di 23 anni più vecchio). Il mio inguaribile ottimismo e la mia predisposizione alla fascinazione fanciullesca mi hanno...
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molto utile 01.01.1970
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