Il mio amico Eric - Looking for Eric (K. Loach - Gran Bretagna, Italia, Francia, Belgio 2009)

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Il mio amico Eric - Looking for Eric (K. Loach - Gran Bretagna, Italia, Francia, Belgio 2009)

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... HIS NAME IS KEN Nuntio vobis gaudium magnum : ci voleva l’inizio del secondo decennio del terzo millennio dell’era cristiana per riuscire a vedere un film dell’ateo Ken Loach che mi facesse uscire dal cinema quantomeno soddisfatto per esserci entrato, e non imbarazzato e deluso come mi ... Leggi l'opinione





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DATA DI USCITA: 01/10/2010| ETA CONSIGLIATA:
Tutti| DURATA: 112 min| TITOLO IN LINGUA
ORIGINALE: Looking For Eric| DATI TECNICI: Wide
Screen - Dolby Digital 5.1 - Area 2
(Europa/Giappone)| DESCRIZIONE: La vita di Eric,
il postino, sta andando a rotoli... La famiglia
caotica, i guai con i figli e la betoniera in
giardino non aiutano, certo, ma a tormentare Eric 
soprattutto un segreto che si porta dentro da
trent'anni. Riuscir ad affrontare Lily, la donna
che ha amato e abbandonato da ragazzo? Nonostante
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Il postino sogna sempre due volte
Una Opinione di brest su Il mio amico Eric - Looking for Eric (K. Loach - Gran Bretagna, Italia, Francia, Belgio 2009)
07.01.2010


La valutazione di questo autore:   


Vantaggi: Protagonisti, regia e alcune perle di sceneggiatura .
Svantaggi: Alcuni passaggi troppo automatizzati e confortevoli per il realismo britannico, ma  _ transeat _   .

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Opinione completa

(Svelati alcuni dettagli e snodi del racconto: decidete voi se proseguire nella lettura)

Eric Cantona: - When seagulls follow a trawler, it is because they think sardines will be thrown into the sea.
(Quando i gabbiani seguono un peschereccio, è perché sperano che vengano gettate in mare delle sardine)

Giunto vicino al punto di rottura della propria vita, il cinquantacinquenne postino della periferia di Manchester Eric Bishop (Steve Evets il palindromo nome d’arte del suo interprete, a me completamente sconosciuto) è messo così male che comincia a confidarsi con la gigantografia dell’idolo degli stadi e dio dei tifosi dello United Eric Cantona, che resta imperiosamente a tappezzare le pareti di un’esistenza quasi da rottamare: cosa faresti tu, grande campione, se vivessi con un misero stipendio e due figliastri sfaccendati e ricettatori? Come te la sbrigheresti se avessi una moglie sposata e lasciata troppo presto, e da lei una figlia già grande che ti desse da accudire la sua bambina tua nipote, in cooperazione con la giovane nonna Lily (Stephanie Bishop) che tu ancora ami disperatamente senza averglielo mai detto? Come te la sbrigheresti se uno dei tuoi affidati mezzi delinquenti si mettesse nei guai con un vero pregiudicato, al punto da dovergli nascondere, a casa tua, un’arma da fuoco? Che faresti, campione, se tutti i sogni e le cose belle della tua vita ti si stessero afflosciando davanti agli occhi come sacchi di spazzatura?
Ci sono sempre più scelte di quelle che ci appaiono, mon ami, è la serafica risposta dell’ormai ex-calciatore ma tuttora idolatrato Eric Cantona, che stufo di essere congelato nella bi-dimensione del poster appeso in camera si materializza accanto al suo omonimo disperato, e visibile solo a lui inizia un percorso di coaching psicologico che aiuterà l’inguaiato smistalettere a risalire la china e a riconquistare, a parte il Tempo, tutto ciò che aveva perduto.

HIS NAME IS KEN
Nuntio vobis gaudium magnum : ci voleva l’inizio del secondo decennio del terzo millennio dell’era cristiana per riuscire a vedere un film dell’ateo Ken Loach che mi facesse uscire dal cinema quantomeno soddisfatto per esserci entrato, e non imbarazzato e deluso come mi era accaduto dopo essermi propinato le schematiche buone intenzioni della commedia sentimentale “Un bacio appassionato” (2004) o la didascalia storico-militante del romanzone irish “Il vento che accarezza l’erba” (2006).
Stavolta, finalmente, il ‘compagno’ del Warwickshire mette assieme un film godibile e ruvidamente efficace, simile dunque, nella compattezza e interna coerenza, ai suoi migliori lavori degli anni Novanta il cui esempio più notevole a mio avviso resta il robusto e commovente “My Name is Joe” (1998), prima che il decennio appena trascorso segnalasse un deciso appannamento qualitativo del suo cinema, sedotto dalla tentazione predicatoria anziché rimanere concentrato sulla sincera descrizione sociale da cui peraltro storicamente proviene, e nella quale conferma di saper ritrovare la sua migliore ispirazione.
Per farlo, ed è forse per questo che l’operazione mi ha complessivamente convinto e divertito, l’ormai settantatreenne regista ha lavorato col suo screenwriter di fiducia Paul Laverty ad una sorta di favola socio-calcistica capace di fondere la leggerezza di René Clair con la solida presa empatica del cinema britannico a basso budget, di cui opere popolari e fortunate come “Svegliati, Ned” (1998), “Billy Elliot” (2000), “Calendar Girls” (2003), “Irina Palm” (2007) hanno rappresentato solo alcuni dei tanti casi impostisi al passaparola del pubblico negli ultimi due lustri.

IL POSTINO SOGNA SEMPRE DUE VOLTE
Il fattore di (parziale) distintività è quindi l’introduzione di un elemento quasi alleniano (cioè una rappresentazione mentale che ha i caratteri dell’evento soprannaturale) nel tessuto grezzo della consueta working class che è da sempre al centro della sua ricerca estetica ed ideologica.
Non operai, minatori o manovali delle più diverse provenienze, stavolta, ma i borghesi piccoli piccoli dell’ex-pubblico impiego, lavoratori postali schiavi di un orgoglio quasi perduto e di un pub che resta l’unico luogo da cui ammirare le gesta dei loro beniamini calcistici, visti i costi proibitivi per entrare dal vivo nello stadio dei Red Devils, non a caso soprannominato ‘Teatro dei Sogni’: Eric Bishop proprio ad occhi aperti vive il suo infantile attaccamento all’idolo dei gol impossibili, degli assist di esterno, del kung-fu contro un tifoso avversario che lo insultava, delle conferenze stampa-lampo in cui lasciare ai posteri la stentorea laconicità di frasi memorabili.
Situazione tipica: io tifoso conosco te campione meglio che se fossi mio fratello, ma tu nemmeno sospetti che io esisto. Il ribaltamento di questo assunto induce sì lo script a dilungarsi sulla consueta aneddotica con cui Eric tifoso comune disseta la propria incredulità (quale il gol o momento più bello, con spezzoni originali di prodezze cantoniane), ma poi lo indirizza ad una più sobria conversazione tra un poveraccio e qualcuno che gli dà consigli, naturalmente senza mai dire nulla di clamoroso o stravagante, ma semplicemente suggerendo di usare davvero quella piccola indispensabile riserva di coraggio che ogni uomo porta nascosta nelle pieghe degli anni, negli interstizi delle rughe, nelle ore di sonno perduto, nello stinto autoritratto del Dorian Gray che era da giovane, padrone del mondo, del futuro e delle rockeggianti piste da ballo in cui abbracciò per la prima volta la donna del suo destino.
L’allucinazione curativa che colpisce il povero postino è un riflesso di un altro sogno, così grande da contenerli tutti: riprendersi quel po’ di sé che serve a tornare ad amare la vita.

ALLONSANFAN, ALLA PARTITA (DELLA VITA)
Anche gli hooligans, o chi di loro lo fu nell’epoca pre-Tatcher, può fare un uso intelligente delle proprie competenze di branco e di intimidazione, soprattutto se le rivolge contro banditelli arroganti e consumisti: Loach si concede il lusso di un’amnistia morale all’insegna della svolta alla ‘Full Monty’ e indirizza la vicenda narrata nell’epilogo, semplice e geniale, di una vendetta di gruppo.
Semplice perché salva il potere d’aggregazione della passione calcistica nell’espressione della solidarietà amicale e di classe; geniale (anche se ovviamente non di inedita folgorante originalità, in sé) perché maschera con le gommose fattezze di Cantona tutti gli arruolati alla spedizione punitiva, facendo assomigliare la rappresaglia a fin di bene alla presa di coscienza di massa esibita nel bellissimo fumetto “V per Vendetta” (James McTeigue, 2005), e regalando anche l’immagine, commovente nella sua reiterativa ironia, dello stesso vero Cantona che, per salutare per l’ultima volta il suo ‘assistito’, si toglie la maschera di se stesso e gli sorride con il gesto d’incoraggiamento ‘adesso vai!’.
Allonsanfàn, avanti o popolo alla riscossa (casualmente, la bandiera del Man Utd è rossa): la partita della vita , locuzione retorica abusata per designare l’incontro decisivo di una stagione, viene qui traslata nell’ordinaria ‘struggle for life’, la banale partita doppia del dare e avere quotidiano, in cui i conti devono tornare non solo nel portafogli delle famiglie, ma anche nella restituita dignità e libertà morale dei capifamiglia, coloro che mandano avanti la baracca e quelli che, alla fine, pur non sapendo come fare si rimboccano le maniche per riparare ai guai degli altri.
Come nella Sheffield di “Full Monty-Disoccupati organizzati” (Peter Cattaneo, 1997) anche nella Manchester di Loach alla fine un po’ di immaginazione, mescolata al potere dell’azione collettiva e lievitata con abbondanti dosi di sfacciataggine, si dimostra in grado di risolvere la situazione, permettendosi pure la sciccheria di un lieto fine arioso e semi-aperto, in cui ogni spettatore, ormai sollevato dal felice epilogo degli eventi, può divertirsi a immaginare se e come Eric riuscirà a riprendersi per sempre la sua amata.

“Looking for Eric” (titolo fortunatamente tradotto senza orrori nell’edizione italiana) va consigliato senza riserve a chi ama Loach e/o il calcio e/o Cantona, ma anche con un certo ottimistico slancio agli adulti in cerca di svago lieve e pensoso, senza la consuetudine del perlopiù greve ideologismo che inquina la freschezza di troppi film ‘schierati’ e con la brillantezza un po’ finta ma indubbiamente accattivante di una ricomposizione finale quasi trionfalistica, nel suo minimalismo familiare.
Le quattro stelle del mio ciao-verdetto non debbono essere ritenute distoniche rispetto al voto decimale che attribuisco al film, che non supera il pur decorosissimo 6,5: alcune furbe sveltezze della sceneggiatura contrastano coll’aderenza realistica di cui “Il mio amico Eric” vorrebbe vedersi impregnato, e il fluido schematismo che affronta e risolve il problema centrale della storia denoterebbe un’eccessiva tendenza alla semplificazione narrativa tipica del modello cinematografico americano, che Loach dichiaratamente avversa.
Fatta questa precisazione docimologica (su cui però giustamente talora sono chiamato a rispondere da lettori particolarmente attenti), devo ribadire che il ventunesimo lungometraggio del veterano Loach è meritevole di visione al cinema ancora per un paio di settimane (e poi tra qualche mese nelle rassegne di seconda o terza visione) e in seguito, quando ci passerà, anche nella cornice più dimessa dello schermo tv.

Specchio deformante di un uomo dal suo stesso nome, l’asso di un quindicennio fa regala la sua prestanza fisica e una bellissima faccia da cinema (alcuni ricorderanno un suo piccolo ruolo in “Elizabeth” nel 1998, cui ne hanno fatto seguito circa una decina di altri sino a oggi) ad un film vivo e vitale anche per merito suo, ma soprattutto per le scelte felici di una sceneggiatura finalmente spaziosa ed empatica, che decide perfino di mettergli in mano una tromba per la ‘Marsigliese’ più stonata della storia: eppure, quando lo squillo malfermo di quell’inno esce dall’ottone dello strumento, e fa da sfondo a una sequenza di bambini che giocano per strada, cercando di domare i rimbalzi di un pallone ribelle sulla superficie sconnessa di un prato d’asfalto, io spettatore di tanti film e tantissime partite ho sentito battere forte in gola il tumulto di una commozione repressa, che riconosceva me in quei bambini come in quel postino tifoso, e desiderava riportarmi un’ultima volta nei cortili della mia infanzia, per sognare ancora e ancora il più amato dei miei sogni infranti.

SCHEDA
IL MIO AMICO ERIC (Looking for Eric, Gb/Ita/Fra/Bel/Spa 2009, 116’). Regia e montaggio: Ken Loach. Soggetto e sceneggiatura: Paul Laverty. Fotografia: Barry Ackroyd. Scenografia: Fergus Clegg. Costumi: Julie Ann Horan. Con Steve Evets, Eric Cantona, Stephanie Bishop, Gerard Kearns, Stefan Gumbs, Matthew McNulty, Laura Ainsworth, John Henshaw, Justin Moorhouse, Des Sharples, Greg Cook. (Voto: 6.5)

   
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inno all'amicizia...
Valutazione del Prodotto Il mio amico Eric - Looking for Eric (K. Loach - Gran Bretagna, Italia, Francia, Belgio 2009) scritta da iriloves

Vantaggi: bello ed emozionante
Svantaggi: nessuno

Un film delicato e godibile, il mio amico eric, diretto da un insolito ken loach, alle prese con i grandi sentimenti e con un idolo del calcio e di tutti i tempo eric cantona. Un ken loach pressoché inedito quello che dirige il mio amico eric (looking fo ... Leggi l'Opinione

Gli utenti Ciao hanno valutato questa opinione mediamente molto utile
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13.01.2010

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