Chi trova un amico, i cocci sono suoi...
15.01.2007
Vantaggi:
Il cast, i dialoghi misurati, il finale in crescendo .
Svantaggi:
Il soggetto senza originalità, le prevedibili (eppur dignitose) svolte della sceneggiatura .
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Sì
 brest
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Cinico antiquario parigino, il solitario François Coste (Daniel Auteuil) viene sfidato pubblicamente dalla socia Catherine (Julie Gayet): scommettiamo che entro la fine del mese non riesci a trovare nessuno che tu possa presentare come tuo migliore amico? In palio il possesso totale di un preziosissimo vaso ellenistico acquistato d'impulso per oltre 200mila euro, e che rischia di mandare in bancarotta lo studio. Ci mancherebbe, bluffa l'altezzoso professionista, di amici ne ho quanti ne voglio. Ma mentre lo dice già sa che dovrà praticamente affittarne uno, pescando tra i residuati di un'infanzia da bambino odioso o nella sua risacca di adulto divorziato con figlia sfuggente a carico. Nei suoi giri per la città sempre più infruttuosi alla ricerca di qualche amicizia presentabile, lo accompagna il tassista nozionista Bruno (Dany Boon), fanatico di giochi a quiz e apparentemente in grado di allacciare rapporti umani cordiali con chiunque gli capiti a tiro. Solitudini complementari, scoperta dell'altro, ammissione del fallimento di una vita i cui cocci, miracolosamente, riescano però a ricomporsi. Che le cose non possano essere più come prima, mica è detto che sia un male. Mi sono preso un grande rischio: tornare nello stesso cinema a vedere un film di un regista che, con la sua opera precedente, mi aveva sbigottito per inconcludente superficialità. Non ho niente di personale contro Patrice Leconte, intendiamoci: è che "Confidenze troppo intime", nel 2004, allettandomi con la presenza di Sandrine Bonnaire, donna che trovo di una sconvolgente sensualità, si era invece rivelato un imbroglio bello e buono travestito da equivoco sentimentale. Invece, a distanza di poco più di due anni, eccomi di nuovo a concedere una chance al Leconte, che oltre ad avere lo stesso cognome di un campione di tennis capace, ai suoi tempi, di orgasmiche traiettorie mancine, è pur sempre il regista autore di cose carine da me viste in tv, come "Il marito della parrucchiera" (1990) e soprattutto "L'uomo del treno" (2002). Daniel Auteuil, lui, un'altra chance rispetto all'ancor più sconcertante "Niente da nascondere" (Michael Haneke, 2005) la meritava a maggior ragione: non solo è il divo sui generis meno bello e più richiesto
Fotografie per Il mio migliore amico (Leconte P. - Francia 2006)
del cinema europeo, ma ha recitato in troppi film che ho apprezzato o amato (dal datato "Un cuore in inverno" all'inquietante "L'avversario" al recentissimo irresistibile "N-Io e Napoleone") per poterlo condannare solo in base a quel titolo infelice, benché coronato da un'acclamazione critica tanto unanime quanto per me ingiustificabile.
Dunque, spinto da motivi diversi ma complementari, eccomi di fronte a questo quieto 'buddy movie' transalpino, che comincia attorno alla tavola di un ristorante (giapponese? Forse mi confondo) e termina su una 'quai' della Senna al tramonto di un giorno e all'alba (forse) di una bella, e vera, amicizia. C'è qualcosa di familiare nella versione cialtronesca di questa fase della carriera di Auteuil, qualcosa che va perfettamente d'accordo coi suoi lineamenti cubisti e col suo sguardo di luciferina intelligenza e solitudine: perfetto, in questo senso, mi è sembrato l'affiancamento a lui del corpaccione buono e del volto allegro da francese triste di Dany Boon, quarantenne caratterista attivo in tv e solo da poco anche al cinema (è annunciato nel cast del prossimo "Asterix" [Fonte: Imdb.com]), che sposa in modo ideale una morfologia da 'grande e gross, ciula e baloss', come direbbero a Milano (oppure 'grande grosso e fregnone' nella lezione romana) al sogno ansioso dell'onnisciente da competizione televisiva, alla bontà semplice del ragazzo grande che va sempre a mangiare dai genitori anziani, alla logorrea da taxi che fa assomigliare la scena dell'incontro tra François e Bruno a quella, molto più compassata e magnetica, dell'incontro tra Max e il procuratore Annie in "Collateral" (Michael Mann, 2004). Già: nelle storie di rapporti umani la chimica degli attori e dei loro personaggi è importante, e qui chi ha curato le audizioni per la parte di Bruno meriterebbe una cassa di champagne, perché è il personaggio dell''antagonista' che svela per contrasto l'immutata efficacia dei trucchi da mestierante del 'divo' Auteuil: se la dialettica (narrativa, psicologica, verbale) tra i due funziona, anche la storia più banale potrà essere vissuta come un intrattenimento decoroso e intelligente. Ebbene, è proprio quello che accade ne "Il mio migliore amico", film in cui ad un soggetto ultra-piatto fa seguito una sceneggiatura decisamente più ricca e stimolante, che accompagna i due 'amici' in un percorso tridimensionale, parte intrecciato e parte parallelo, destinato a farli incontrare nell'epilogo come persone diverse da quelle che erano, appena dopo i titoli di testa, estranee dentro un taxi. Dany Boon centra alla grande il primo personaggio di un certo rilievo della propria carriera, e calamitando dall'inizio la simpatia degli spettatori 'costringe' François/Auteuil in una posizione di svantaggio da cui uscire solo con un colpo di genio; la datata gregaria Élisabeth Bourgine (anche lei proveniente da "Un coeur en hiver") è brava nella parte della discreta Julia, amante di François e unica che riesce a vedere del buono in quel cinico trafficante misantropo; la sbarazzina Julie Durand dà le giuste corde al personaggio di Louise, figlia dell'antiquario e immediatamente colpita dalla diversità d'animo del nuovo amico di papà. Chi vuol essere milionario? Nel momento di più felice scrittura di tutto il film, due rese dei conti hanno luogo contemporaneamente: quella di Bruno con i suoi sogni frustrati di sapiente compulsivo ma bloccato dall'emozione al momento clou, e quella… sempre di Bruno con François, capace di dimostrare al giovanotto la sua conoscenza della storia della pittura espressionista. L'espediente del celebre gioco televisivo è decisamente funzionale: facilita il cortocircuito emotivo del coinvolgimento da parte degli spettatori perché propone una situazione nota e già vissuta a casa, semplifica il meccanismo della crescita della tensione con una piccola forzatura della realtà ispiratrice (la telefonata di aiuto non avviene in diretta, visto che le trasmissioni vanno in onda circa due settimane dopo la registrazione) che però non pregiudica l'economia drammaturgica, e infine riesce a creare anche una salubre suspence perché fino all'ultimo non si può essere certi che la risposta da un milione di euro sia esatta. Chi trova un amico trova un tesoro, o lo perde in frantumi di rancore? Anche qui il tracciato della sceneggiatura, pur implicando l'ineludibile rapidità, tutta cinematografica, con cui i rapporti umani si evolvono, tratta bene gli spettatori nel senso che non tenta di tirarli scemi con colpi di scena implausibili e rococò, ma li conduce alla resa dei conti in maniera onesta, secondo una semplice successione che prima rivaluta la preveggenza disincantata della socia Catherine, poi concede a François la chance per il riscatto suo e di Bruno. Il finale molto riuscito non segna solo la ricomposizione credibile di tutti gli spunti narrativi, ma anche quella tra me e Leconte: come accompagnato da un angioletto ispiratore, prima vengo pilotato su questo film che di norma avrei invece evitato, poi me lo godo quietamente, accarezzato sul polso dalla lenta consapevolezza che "Il mio migliore amico", per fortuna, è un film vedibilissimo, prevedibilotto ma al tempo stesso ben guidato da una regia sobria e recitato con indovinata misura da un cast pressoché perfetto. Il 6,5 del voto finale significa tre ciao-stellette abbondanti, quasi tre e mezza: non posso arrivare alla quarta perché comunque il cabotaggio complessivo dell'operazione "Mon meilleur ami" resta di puro e lieve intrattenimento e non arriva mai nemmeno vicino allo scarto verso l'apologo morale o la farsa cattiva e amara.
Lo dico per esperienza vissuta: potete tranquillamente farvi appoggiare sulla spalla la tempia leggera di questa commedia al camembert. Coloro che (come me) nutrono una motivata diffidenza per la più recente filmografia d'oltralpe avranno modo di ricredersi e parzialmente riconciliarsi con una pellicola che di moscio avrà solo la erre: quelli che invece già per conto proprio adorano tutto ciò che proviene da Parigi e dintorni vedranno confermate le ragioni della loro epidermica preferenza. Gli uni e gli altri passeranno un'oretta e mezza svelta e divertente, assaporando la più imprevedibile variante e commistione dei vecchi adorati banali proverbi sui tesori, sugli amici e sul fare a pezzi oggetti frangibili: chi rompe il tesoro di un amico, nel bene e nel male, molto prima dei cocci può trovare se stesso. SCHEDA IL MIO MIGLIORE AMICO (Mon meilleur ami, Fra 2006, 94'). Regia: Patrice Leconte. Soggetto: Oliver Dazat. Sceneggiatura: Patrice Leconte, Jérôme Tonnerre. Fotografia: Jean-Marie Dreujou. Montaggio: Joëlle Hache. Scenografia: Ivan Maussion. Costumi: Annie Périer Bertaux. Musiche originali: Xavier Demerliac. Con Daniel Auteuil, Dany Boon, Julie Gayet, Julie Durand, Jacques Mathou, Marie Pillet, Élisabeth Bourgine, Henri Garcin, Jacques Spiesser. (Voto: 6.5)
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02.02.2011 16:45
Non avendo ancora visto qualche "filmetto" francese di discreta importanza (come ad esempio "Jules and Jim"), che ne dici se posticipo la veduta di qualche opera contemporanea per cercare prima di capire perchè questi Galli sono considerati una pietra di paragone nellla storia del cinema attraverso i loro classici?
13.12.2007 19:57
Non ti offendi vero se ti utiizzo come un dizionario dei film al contrario ? (prima lo guardo e poi leggo cosa ne pensi...così, per non farmi influenzare) Ciao!
01.02.2007 14:18
mi ci vorrebbe un film così in questi giorni....lo cercherò! tres-bien brest! Rosy