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Il mio nome è Asher Lev (Chaim Potok)

Opinione

per Il mio nome è Asher Lev (Chaim Potok)
5 Stelle Modeh-ani (Grazie) Cristina!
42 su 42 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi Ebraismo e Arte insieme!

Svantaggi nessuno

Dettagli

Contenuti
Reperibilità libreria
Layout: mediocre
Qualità Materiale mediocre
Prezzo 10,00 €

L'autore

Tiglath_A Dal 28 gen 2004

Fine 2004, inizio 2005... Personalmente non sarebbe potuto finire così male ed iniziare anche... continua

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Chaim Potok, considerato uno dei migliori scrittori di letteratura ebraica contemporanea, è un nome che ho visto tante volte in libreria, che ho sentito associato a quello sicuramente più noto di Isaac B. Singer, che ho sfiorato anni fa quando ci fu una conferenza/incontro a Milano che mancai per puro caso. Non sono mai stato attratto dal “suo mondo”, dal suo raccontare la vita dal punto di vista di un rabbino che ha fatto la guerra di Corea. Scetticismo a priori, migliaia di altri libri ed autori a me più familiari hanno fatto si che solo oggi ci arrivassi. E come? Beh, grazie a Cristina e ad una serata strana.

Quando, nel dopoguerra, le Nord decisero di costruire la Stazione Garibaldi, ci fu il problema di centinaia di piccoli artigiani che occupavano una zona, allora periferica, con i loro laboratori, piccole officine meccaniche, stamperie.
La risoluzione si ebbe costruendo adiacente alla nuova Stazione, poco prima del quartiere Isola, una nuova area costituita da capannoni affiancati, bassi, non più grandi di 200 mq, affacciati gli uni agli altri perpendicolarmente tra due strade, per accogliere l’allora cuore pulsante della vita economica e sociale. Oggi i capannoni sono ancora là, gli artigiani non ci sono più, e non solo in quella zona.
Una sera, ti trovi dopo una birra all’ATM (ex capolinea di bus e tram, trasformato in locale), a girare per i vialetti ed i capannoni di quella piccola zona industriale, oggi per lo più locali notturni poco trend e molto social. Musica dal vivo, un’altra birra, qualche sigaretta, il calcetto in mezzo alla strada. Kandinskij, lo spiritualismo russo. Un pezzo di giornale, una calligrafia chiara, e una stilografica che fa le bizze. Un titolo, con tanto di nome dell’autore e casa editrice.

Il collegamento sono certamente la forma ed il colore di cui parla Kandinskij nel suo “Lo spirituale nell’arte”, perché questo libro raccontato in prima persona da Asher Lev, è la storia di un bambino che scopre di aver il dono della pittura e narra del modo in cui seguirà questo dono.

Questo bambino però non è un comune abitante di Brooklyn degli anni ’50. Lui è ebreo. E’ figlio di uno dei più importanti personaggi della comunità Chaddista di New York, comunità chassidiche dove si vive in un integralismo ebraico che non consente digressioni dalle leggi precostituite, e sono governate in modo assolutista dal capo della comunità (il Rebbe) che è una personalità carismatica ed ha un potere assoluto. Non solo per i Chaddisti, ma il mondo ebraico in generale è tradizionalmente ostile alla rappresentazione figurativa, in fortissima contrapposizione con la tradizione Ortodossa Bizantina e Cristiana/Cattolica.


L’ARTE
La narrazione inizia con Asher da piccolo e si sviluppa nel tempo, con diversi eventi che contribuiscono alla crescita artistica e alla presa di coscienza di un IO-pittore.

“[…] Crebbi incrostrato di grafite e arcobalenato di pastelli. I miei compagni più cari erano Eberhard e Crayola”.

“[…] - la spiaggia è bellissima. Come hai fatto? – Ho usato la sabbia della spiaggia, mamma. La vedi la sabbia? - ”.

“[…] Una domenica mattina, portai la matita e il mio album nel soggiorno e disegnai mia madre seduta sul divano. […] Non volevo usare di nuovo la matita, il disegno appariva incompleto. […] Passai l’estremità bruciata di una sigaretta sul viso di mia madre. Lavorai a lungo. […] I contorni del suo corpo cominciarono a prendere vita”.

Asher cresce, con una mamma come amica ed arriva a comprendere i suoi limiti, dimostrando però una notevole capacità di disegnare con facilità tutto ciò che lo circonda, riuscendo a cogliere di volta in volta la giusta tecnica, limitata al suo mondo di bambino di 8 anni, per ottenere le forme desiderate.
La svolta avviene quando, il Rebbe, contrariamente alla volontà del padre, lo affida all’insegnamento di Jacob Kahn, un anziano artista affermato, che gli insegnerà la storia dell’Arte, guiderà la sua mano con il pensiero di Firenze, di Parigi e Roma, Michelangelo, Monet e Rembrandt, Picasso.

“Ci sono due modi per dipingere il mondo. In tutta la storia dell’arte ci sono solo due modi. Uno – il modo della Grecia e dell’Africa – vede il mondo come un disegno geometrico. L’altro – il modo della Persia, dell’India e della Cina – vede il mondo come un fiore.”


LA FAMIGLIA
Asher è figlio di Aryeh e Rivkeh, entrambi impegnati per volontà del Rebbe nell’aiutare gli Ebrei Russi che in quegli anni venivano perseguitati politicamente da Stalin in Russia, a fuggire in Paesi oltre la cortina. Questo implica viaggi in giro per gli Stati Uniti prima, ed un impegno oltre oceano poi. E in un secondo tempo il loro impegno sarà anche rivolto alla fondazione, in molte capitali europee, di diverse Yeshivah (scuola di studi talmudici).
C’è un profondo conflitto tra il padre ed Asher, dovuto alla pittura, al disegnare. Questo dono è considerato addirittura come Sitra Achra (demoniaca), Aryeh considera la situazione come una maledizione.
La madre di Asher, invece, come spesso accade alle madri, si trova in mezzo ai due, non può sconfessare il marito di fronte al figlio, ma appoggia Asher nella sua scelta perché si rende conto che non c’è conflitto tra il voler disegnare e l’essere un Kibbud ov (onorare il padre) o un buon chaddista.
Ma quando Asher inizia a frequentare il suo maestro, Jacob Kahn, questi lo mette in guardia su ciò che diventerà, se dovesse riuscire a diventare un vero artista:

“[…] - ti farò una domanda. Asher Lev tu stai entrando nel mondo dei gojim (il non ebreo, il gentile). Lo sai questo? – Si – Non solo gojim, ma gojim cristiani- Si – Il Rebbe mi ha chiesto di chiarirti la cosa. Te l’ho chiarita”.
Dove lo porterà questa sua scelta, Asher lo dichiara nella prima pagina, andando poi a ritroso e ritornarvi nell’ultimo capitolo

STILE E CONTENUTI
Potok ha straordinarie doti di narratore, come scrittore in sé e per sé, ma a questo romanzo particolare, dimostra coraggio nelle sue scelte e grandissima libertà intellettuale.
La sua narrazione è fluida e scorrevole, nonostante l’ambientazione in un mondo a noi completamente sconosciuto, nonostante si debba ricorrere al glossario per la prime 20-30 pagine perché l’uso di termini Yiddish è continuo e sistematico. Usa sempre un linguaggio misurato ed attento, preciso. Dalla narrazione dei fatti, più asciutta e circostanziata, passa ai personaggi e alla rappresentazione dell’arte con modi più affabili, entra nell’arte con un linguaggio da artista.
I dialoghi sono sempre pacati, perché non è ammesso venir avvolti dall’ira, ma la visione di Asher della dimensione dell’arte e del mondo assume prima la prospettiva ingenua di bambino (non senza il filtro dei ricordi di adulto, come detto è tutto narrato per mezzo di flashback) e poi quella tecnica del pittore che si interroga del suo ruolo nell’arte, dimentico in entrambi i momenti di aspetti pratici della sua vita.
Potok ha affermato in un intervista:

“La realtà è che ognuno di noi cresce in un piccolo mondo proprio, particolare. Apprendiamo il sistema dei valori di questo mondo. Nell'epoca premoderna questo era tutto ciò che noi avevamo imparato. Si nasceva, si viveva e si moriva all'interno del proprio piccolo mondo particolare. Non si incontrava mai uno straniero in tutta la propria esistenza, e la maggior parte non si spingeva a più di venticinque miglia dal posto in cui era nato. Anche oggi tutti noi nasciamo e cresciamo in un mondo particolare: una famiglia, il vicinato, una tradizione terrena o una tradizione religiosa. NESSUNO DI NOI NASCE SOLO. Tutti nasciamo dentro un rapporto, impariamo i valori all'interno di questi rapporti, però molto presto nelle nostre esistenze cominciamo a conoscere altri modi di vivere l'esistenza. […] Il mondo è pieno di esempi di vite vissute in modo diverso da come viviamo e ci fu insegnato nel nostro piccolo mondo particolare. Noi, dunque, incontriamo queste altre realtà diverse dalla nostra in una grande varietà di modi. Io scrivo di persone che sono nate e cresciute all'interno, nel cuore di uno di questi mondi particolari, eppure ricevo lettere da tutte le parti, siano essi eschimesi piuttosto che cinesi: la dinamica è la stessa...”.

Il nome di questa dinamica lui stesso la definisce “Cultura generale”, quella cultura di cui sono pregne tutte le opere d’arte, indipendentemente dalla loro provenienza, geografica o temporale. Ci sono elementi che sono patrimonio di ogni uomo come ha detto in modo egregio anche Orwell nel racconto “L’impiccagione”.

“[…] Lui e noi eravamo un gruppo di uomini, che camminavano insieme, che vedevano, udivano, percepivano, capivano lo stesso mondo; e fra due minuti uno schianto, e uno di noi non sarebbe più esistito: un cervello in meno, un mondo in meno”.

Curioso poi che Orwell, con l’ultima frase, si ricolleghi nuovamente a Potok, (il quale, non dimentichiamoci, era un rabbino) che nel suo libro cita uno dei passi più famosi del Talmud, il trattato Shanhedrin:

“Chiunque abbia causato la morte anche di una sola anima, per la Torah è come se avesse causato la morte di un mondo intero; e chiunque abbia salvato un’anima è come se avesse salvato un mondo intero”.

Associazioni libere, i letterati mi faranno la pelle, dopo che i religiosi avranno finito, ovviamente...

CONCLUSIONE
Se Kandinskij ha scritto dello spirituale nell’arte, parlando di arte, forme e colori, Potok, parla di spirituale ebraico nella vita di una piccola comunità, ma non disdegna gli spunti offerti dal padre dello spiritualismo russo per fondere i suoi dettami con il proprio personaggio.
C’è un artista in ognuno di noi. Manifesto o represso, clamoroso o più discreto. Ecco, l’incontro tra la vostra anima di artisti e “Il mio nome è Asher Lev” sarà fatale, diretto e pesante come un macigno.
C’è un Figlio in ognuno di noi. Per taluni anche un Padre. Il mondo leggiadro della mamma di Asher, saprà soddisfare entrambe le nature, riportando equilibrio e serenità. Anche se poi, il mondo leggiadro non è, ma questo è un altro problema.

“ - A me non piace il mondo, mamma. Non è leggiadro. Non lo disegnerò leggiadro - ”.

Titolo: Il mio nome è Asher Lev
Titolo originale: My name is Asher Lev
Autore: Chaim Potok
Anno: 1972
Casa Editrice: Garzanti "gli Elefanti"

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Pagina 1 di 9 | 1 - 5 di 45 commenti
  • lorenza2002 21/12/2005 11:13
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Non conoscevo questo autore, ma ho sentito consigliare i suoi libri alla radio, domenica scorsa, e sono rimasta incuriosita… La tua ottima, piacevolissima recensione mi è servita per chiarirmi le idee: davvero interessante! Grazie mille

  • puzzi76 31/05/2005 12:20

    forse un pò troppo prolisso, chi non ha nessuna intenzione di conoscere potok magari rischia di arenarsi dopo le prime righe...lo sto leggendo e poi riferirò...

  • Alienna 23/01/2005 13:17
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    è un autore che non conoscevo, come non ne conosco molto. Non mi resta che ringraziarti per avermi mostrato una strada nuova. Ciao Roby

  • nekochan 07/01/2005 16:58

    Sembra davvero eccezzionale! Una segnalazione preziosa. Grazie a Cristina anche da parte mia.

  • Groudy.Blue 13/12/2004 23:47
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    davvero interesante, grazie per la segnalazione!

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