Il mondo perduto: Jurassic Park (Steven Spielberg)

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Il mondo perduto: Jurassic Park (Steven Spielberg)

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... Il problema è che certi fenomeni da baraccone tendono ad essere pericolosamente suscettibili. The moneymaker was back : Steven Spielberg nella sua versione volutamente più commerciale e dollarosa tornò sul luogo del delitto sperando di sfruttare il filone giurassico e spremerne altri soldi ... Leggi l'opinione





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1-6 di 10 opinioni    
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Sequel primo film l'aveste lasciato stare...
Una Opinione di brest su Il mondo perduto: Jurassic Park (Steven Spielberg)
29.04.2010


La valutazione di questo autore:   


Vantaggi: Il Thrillerosaurus ha sempre il suo fascino .
Svantaggi: Il Remakeraptor, nella versione Sequeldattilus Rex, può annoiare, e molto .

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Opinione completa

Non era proprio finita, dopotutto: l’idea del miliardario John Hammond (Richard Attenborough) di fondere la resurrezione dei dinosauri con un moderno parco divertimenti, fragorosamente fallita quattro anni prima, ha lasciato dietro di sé uno strascico di rovine, ma soprattutto… altri lucertoloni cattivi.
Accade che, in una seconda isola mai menzionata nell’episodio precedente, prosperi una comunità di allosauri particolarmente famelici, e puntualmente ecco una balda squadra di umani che si propone di prelevarli al fine di animare un altro dino-park a San Diego, in barba a tutti gli anatemi che un pentitissimo Hammond lancia sullo scellerato progetto, ben conscio che fu lui a darvi origine.
La studiosa Sarah Harding (Julianne Moore) è inviata sul posto a monitorare la situazione, ma il suo fidanzato di lungo corso Ian Malcolm (Jeff Goldblum) la scongiura di non partire perché «Non tornerete in cinque o sei giorni, ma in cinque o sei PEZZI».
Quando la donna (che ovviamente non darà retta al suo compagno) risulterà intrappolata in una nuova isola della morte, ecco che il matematico riluttante dovrà fare armi e bagagli per salvarla: ma attenzione, immemori della lezione di King Kong di solo sessantun anni prima, altri americani si metteranno in casa un gigantesco esemplare di un’altra era, trascinandolo in catene come fenomeno di un ricchissimo baraccone.
Il problema è che certi fenomeni da baraccone tendono ad essere pericolosamente suscettibili.

The moneymaker was back : Steven Spielberg nella sua versione volutamente più commerciale e dollarosa tornò sul luogo del delitto sperando di sfruttare il filone giurassico e spremerne altri soldi più o meno sicuri, dopo che il primo (e tanto, tanto migliore) “Jurassic Park” aveva fatto registrare nel 1993 incassi iperbolici e generale entusiasmo per la rivalutazione dell’azione avventurosa tutta emozione, fantasia ed effetti speciali.
E’ noto come il regista di Cincinnati, Ohio, alterni i suoi Grandi Capolavori (per chi faccia fatica a rammemorarli: “Incontri ravvicinati del terzo tipo” nel 1977, “Il colore viola” nel 1985, “Schindler’s List” nel 1993, “Amistad” nel 1997, “Salvate il soldato Ryan” nel 1998, “Munich” nel 2005) con opere di più corto respiro e più sicuro profitto, che servono proprio a finanziare i progetti meno facili e di maggior ambizione (capita pure che film progettati come di agevole disimpegno si rivelino poi capolavori quali “I predatori dell’arca perduta” o “E.T.”, ma ciò non fa che rafforzare la teoria sul valore assoluto di questo cineasta): il giochetto, dal punto di vista puramente monetario, funzionò anche con “Il mondo perduto-Jurassic Park” il quale, pur non avvicinando il sensazionale rendimento del suo antecedente (oltre 900 milioni di dollari incassati nel mondo, con saldo attivo del 1200%) seppe generare comunque un giro d’affari che, solo limitandoci agli ingressi al cinema nel mondo, superò i 600 milioni di biglietti verdi (+ 800% rispetto alle spese di produzione) (fonte delle cifre: www.imdb.com).
Se sul versante monetario si può senza dubbio parlare di un successo, dal punto di vista della qualità del film, invece, il saldo fu pesantemente negativo, tanto che la direzione del terzo e ultimo episodio della saga (uscito al cinema nel 2001) fu affidato al comprimario di lusso Joe Johnston, e a mio avviso risultò anche un pelo meglio del n. 2.
Mi sanguina sempre un pochino il cuore quando devo bocciare un film di Spielberg, ma stavolta proprio non potevo esimermi.

David Koepp ritorna al lavoro sulle pagine di Michael Chricton, e purtroppo è costretto anche lui a rimestare più o meno stancamente nel pentolone delle suggestioni riscaldate di quattro anni prima, i cui additivi non potevano risultare altrettanto coinvolgenti per ovvia assenza della barocca meraviglia, la quale aveva colpito duro nel ’93 sotto forma di dinosauri straordinariamente realistici nella loro interazione con l’ambiente e con l’uomo, e che meno di un lustro più tardi era destinata ad essere rimpiazzata dall’inevasa curiosità di qualcosa di nuovo.
Peraltro, benché ci sia più retorica e opportunismo che verità nel logoro detto squadra che vince non si cambia , qui il cast dei protagonisti è un po’ troppo stravolto per conservare l’appeal del capitolo iniziale: via il paleontologo Sam Neill e la sua giovane fidanzata Laura Dern, via la coppia di scatenati nipotini di Hammond, restano lo scettico Jeff Goldblum e il barbuto visionario a collegare l’incubo del primo film a questo, e malgrado la loro benintenzionata fatica, il risultato ne risente. In modo analogo, patisce anche l’utilizzo di Julianne Moore nel genere ‘azione’, ambito narrativo in cui la rossa di Fayetteville, North Carolina, avrebbe confermato di lì a poco la sua scarsa fortuna interpretando il flop scottiano “Hannibal” (2000, il fatto che a me piacque decisamente non sposta la sua percezione consolidata tra critici e spettatori), per poi ritornare sui più consoni registri del dramma familiare perlopiù nella parte della madre e moglie abbandonata/abbandonante, per la quale sembra invece tagliata su misura.

Non trovate in me un nemico dell’industrializzazione del cinema, lo sapete: anzi, sono certo che la scuola americana, nel suo schietto rifiuto dell’autorialità fine a se stessa, contribuisca all’arte cinematografica molto più della scuola europea, che da sempre è solita specchiarsi nell’elitario narcisismo di troppi film pagati dai contribuenti.
Tuttavia, se l’industria deve funzionare, è obbligata a ricorrere alla serialità (dei soggetti, dei personaggi, delle situazioni) come garanzia della continuità degli incassi, e questo processo molto raramente giova al livello delle pellicole proposte: dopo una trilogia leggendaria (“Guerre stellari, “L’impero colpisce ancora”, Il ritorno dello Jedi”) George Lucas ne ha fabbricata un’altra, molto più ricca produttivamente e molto meno emozionante per coloro che per ragioni anagrafiche sono in grado di fare i debiti confronti; dopo la trilogia di Indiana Jones lo stesso Spielberg si è buttato a caccia di denaro fresco sfornando un debolissimo quarto episodio, che ancora mi duole dopo quasi due anni; non parliamo poi dei vari Harrypotter, Spiderman, X-Men, Transformers, F4 e compagnia fantasticheggiante, al cui cospetto si tiene almeno due spanne sopra la saga del Signore degli Anelli di Peter Jackson, pensata dall’inizio come un unicum svolto in tre capitoli.
Voglio essere ancora più chiaro: mi va bene Hollywood e la sua modalità di costruire sogni di cartapesta per la larga massa degli spettatori terracquei, ma a questo patto. Che loro possano fare tutti i sequel-prequel-remake che vogliono, e che io possa dire, ogni volta che lo credo vero, che alcuni di essi sono, sinceramente, brutto cinema.

‘Brutto cinema’ significa, per me, cinema di greve superfluità, di scarsa o nulla emozione, di copia-e-incolla creativo attuato in vista di un unico scopo: attrarre in sala i patiti di dinosauri (dunque, potenzialmente ogni maschio dai 9 a 99 anni) e chi avesse amato il primo indovinato blockbuster.
Sequel primo ottimo pezzo di cinema fantastico ed effervescente l’aveste lasciato dov’era, cari signori della Amblin Entertainment, avreste evitato di regalarmi un pomeriggio di noia stupefatta; sequel film fosse stato unico e irripetuto ora non sarebbe ricordato come il segmento iniziale di una trilogia complessivamente mediocre; sequel pensiero fisso di ricavare dollari sonanti da qualunque possibile interstizio dell’attenzione del pubblico fosse stato direzionato su un soggetto diverso, o su un progetto più fresco e coraggioso, ora forse invece dell’ennesimo ‘Dino-Meal’ da McDonald avremmo a disposizione miniature di avventure più belle, più divertenti di questa.
Invece, il fatale destino del ‘sequel’ colpì immancabile, e molti ne furono comunque irretiti e catturati, dando così ragione proprio agli stessi aridi contabili che avevano messo in cantiere il più classico dei film mungi-pubblico.

Io fui tra quel pubblico, ma dovetti ammettere che “The Lost World: Jurassic Park” conservava, più che l’impronta nobiliare di sir Arthur Conan Doyle, quella fangosa di un cammino già percorso troppo meglio e troppo poco tempo prima dallo stesso branco di predatori, assetati di sangue come tigri del Bengala ma anche strategicamente acuti come Rommel (unica bella sequenza, l’attacco combinato nell’erba altissima di una prateria notturna) e soprattutto allergico sino allo stragismo a quell’altro genere di esseri darwinianamente inferiori che si ostinano a gironzolare loro attorno tutti indaffarati con arnesi da caccia, reti, pesanti fuoristrada e addizionatrici da ragioniere.
Esseri piccoli, egoisti, disorganizzati e privi di naturale saggezza, che si conviene chiamare umani .
Mettiamoci nei panni di un velociraptor con la bava alla bocca: come dargli torto?

SCHEDA
IL MONDO PERDUTO - JURASSIC PARK (The Lost World: Jurassic Park, Usa 1997, 129’). Regia: Steven Spielberg. Soggetto: Michael Crichton (romanzo omonimo). Sceneggiatura: David Koepp. Fotografia: Janusz Kaminski. Montaggio: Michael Khan. Scenografia e costumi: Rick Carter. Musiche originali: John Williams. Con Jeff Goldblum, Julianne Moore, Pete Postlethwaite, Richard Attenborough, Vince Vaughn, Arliss Howard, Vanessa Lee Chester, Peter Stormare. (Voto: 5.5)


   
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