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Opinione

per Il nome della rosa (Umberto Eco)
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5 Stelle IL NOME DELLA ROSA
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Vantaggi TRAMA: STESURA TECNICAMENTE PERFETTA - CONTENUTO STORICO

Svantaggi LESSICO - MANCANZA DI TEMATICA UMANA SENSIBILE

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Rock_Betz Dal 3 gen 2008

"Non ho mai lasciato che la scuola interferisse con la mia educazione". Mark Twain (1835 - 1910) continua

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"Il nome della rosa"
Umberto Eco

Qualificare Il nome della rosa essenzialmente un giallo medievale è quanto mai riduttivo per la stessa ragione per cui standardizzare la descrizione d'un'opera svilisce qualsiasi volume cartaceo. Il nome della rosa, obiettivamente, comprende una quantità d'orientamenti stilistici tale da impedire qualsiasi immediata catalogazione.
Umberto Eco (Alessandria 1932) dichiara che per scrivere un libro d'eccelso e valido contenuto, sia necessaria almeno una decina d'anni; bisogno legittimo poiché giustificato dal risultato finale. Il primo romanzo del policromatico professore è oggettivamente un capolavoro. Un'opera eccellente nel suo genere.
Novembre 1327. Il brillante francescano inglese Guglielmo da Baskerville, accompagnato dal sedicenne novizio benedettino Adso, viene chiamato ad illuminare, nonché risolvere, la mortale oscurità che grava su d'un'abbazia situata tra i monti piani piemontesi.
Humus costante, dunque, il ferreo thriller, se non fosse per il fatto che il romanzo penetri con tonica competenza discipline e materiali di variegata sostanza. Non a caso, pur trovandosi dinanzi a digressioni di carattere scientifico, storico, filosofico, sociale, contestualizzati in ambito medievale, l'eloquente metronomo econiano, stuzzicando un'ironica intonazione, manterrà una regolare respirazione legittimando, al contrario, un ritmo scalpitante, temerario, talvolta saccente ma ugualmente saporito.
Io narrante, l'ormai canuto Adso che, dalla svettante abbazia di Melk (Austria), filtrando una vecchiaia prossima al culmine, illustra l'energica avventura vissuta, relazionando puntuale cronaca ed audace confessione.
Il manoscritto comprende il lasso temporale d'un'intensa settimana "assaporata" giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto. Volutamente particolare, nonché contestualmente necessaria, la tecnica narrativa arrangiata in un preciso schema strutturale. Viene, per l'appunto, illustrata la divisione oraria d'un monastero benedettino ( Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro, Compieta) con relative abitudini religiose ed amministrative.
L'inchiostro si diffonderà allagando la pergamena di pertinenti ritratti e serrati vocaboli. Esaurienti descrizioni e pittoriche panoramiche sazieranno l'avidità oculare del lettore, mentre l' oggetto diverrà soggetto.
Testo, pertanto, coinvolgente sin dal preludio.
Protagonista indiscussa l' abbazia, la quale, in prima istanza avrebbe orientato lo stesso titolo del romanzo. L'abbazia del delitto, tuttavia, epiteto decisamente restrittivo, avrebbe raggiunto la trivialità commerciale; con l'intrigante Il nome della rosa, oltre che ingraziarsi l'ipotetico lettore, si sintetizza mirabilmente il variegato contenuto. Al di là dell'ottimo contesto, infatti, mediante perifrasi teologiche ed altri svariati componenti dello scibile, l'opera diviene fomite d'illuminazione, stimoli e reazioni promuoventi moti d'entusiasmo intellettuale e fanciullesca meraviglia. Impossibile non palesare né sospirare ammirazione per l'acume dello scrittore.
La rete intesa da Eco è tecnicamente perfetta. A spalleggiare una notevole ambientazione, accorre un linguaggio perennemente allegorico. Qualsiasi personaggio, oltremodo caratterizzato, rappresenta, oltre che un tassello narrativo largamente indispensabile, un composto tematico utile a depistare o decifrare. La lettura procede frastagliando vicendevolmente precisazioni necessarie alla comprensione del contesto storico-sociale che, infine usurperanno il trono alla spartana definizione di giallo, che, ironicamente, per essere ripreso dovrà subire accurata ricerca e vigile costanza da parte del lettore.
Le varie dissertazioni, invero calzanti, possiedono la capacità di rapire ancor più d'un singolo delitto, d'una morte incomprensibile, d'un pettegolezzo religioso, d'un'avvampante eresia. E sicuramente, la dardeggiante trama non è altro che una scusa per tratteggiare il volto d'un vero e proprio saggio di scibile tendenza, i cui titoli e sottotitoli vengono personificati dalle diverse figure protagoniste del thriller.
L'intertestualità è immane; essa sovrasta la mole cartacea incanalando una risonanza culturale d'immediata penetrazione. Le divergenti stratificazioni, probabilmente, non giungeranno simultaneamente ed all'unisono, tuttavia, se anche solo una di queste riuscirà ad immortalarsi nel lettore, il romanzo rimarrà indelebile.
Benché l'opera si svolga essenzialmente nell'arco d'una settimana - tempo in cui, tuttavia, si verifica anche l'inimmaginabile - Eco, mediante il frequente uso di esaurienti flash-back, riporta una splendida cornice storica propriamente atta a chiarire sottili riferimenti e pertinenti citazioni. Leggendo attentamente, ovvero aguzzandosi laddove è possibile dedurre, anche pagine intrise di storia risulteranno affascinanti.
Il Medioevo, considerato per lo più un periodo d'oscura inclinazione, viene gradualmente scardinato. Illuminato da abili spiegazioni, viene illustrato quell'agonizzante periodo in bilico tra ripresa e declino. Aristocrazia guerriera, clero e servi della gleba caratterizzano una società statica, immobilizzata da una mentalità vessata dall'influsso religioso. Tale disposizione trinitaria avrebbe ricordato, infatti, la Santa Trinità: segno che un volere divino amministra il regno terreno, specchio di quello celeste.
Per l'appunto, incontrastante oggetto d'indagine altri non è che un' industria divina (un'abbazia cluniacense) coordinata da una perfetta rete di monaci singolarmente disposti a seconda di personali competenze ed attitudini. La regola dell' Ora et labora contraddistingue una sinergica fraternità. Tra orazioni ed uffici i confratelli si coadiuvano concretando, appunto, la stessa locuzione latina.
Nella fattispecie, ciò che alimenta la reale sostanza d'un'abbazia è la conservazione della cultura e di tutto ciò che concerne lo scibile - tra cui anche documenti d'autori infedeli e pertanto di contenuto proibito. Amanuensi istruiti prodigano la propria maestria trascrivendo antichi testi. Il loro energico esercizio tende ad accrescere biblioteche dal conoscere enciclopedico; quel sapere, concernente divergenti discipline, che Tommaso d'Aquino (1225 - 1274) tentò d'uniformare nella grandiosa scuola filosofica della Scolastica alfine di conciliare fede e filosofia (l'operato di Aristotele viene così riletto in chiave cristiana).
Ne Il nome della rosa tutto ciò che ruota attorno alla biblioteca, ed in particolare ai monaci che ne assicurano il prestigio, acquista sfumature sinistre. L'ufficio del bibliotecario, l'operato dei religiosi dediti alla copiatura, purtroppo, non detengono un compito fine a se stesso. Troppo appetibile è, infatti, il sapere (soprattutto quello proibito) contenuto in quell'ammasso d'antichissime ed inviolabili pergamene.
Una diversa lussuria, ben lontana da quella carnale, accomuna le morti susseguitesi all'interno dell'abbazia.
Ad attaccare l' angelica stabilità del monastero, inoltre, accorre una risonanza ereticale che la stessa Chiesa pare non esser ancora in grado d'estirpare. Taluni trascorsi, infatti, paiono ancora capaci d'influenzare eventuali seguaci: pressanti insinuazioni coinvolgono monaci dallo sconcertante passato.
Ardente di storia, dunque, l'opera riporta un itinerante inserto a proposito di eretici e movimenti affini. Protagonista dell'accesa diatriba, nonché coinvolgente elemento narrativo, è il defunto Fra' Dolcino (una delle figure dell'Inferno dantesco) che, nato col nome di Davide Tornielli, percorrendo gran parte dell'Italia settentrionale, affiancato dalla compagna Margherita Boninsegna, predicò ideali ascetici ispirati a differenti insegnamenti religiosi, tra cui l'acclamato senso di povertà condotto da San Francesco d'Assisi. L'inciso di Fra' Dolcino non corrisponde ad un abbellimento storico, bensì ad un indirizzamento narrativo che culminerà con l'approfondimento di due monaci dell'abbazia (Remigio e Salvatore) ancora legati al loro maestro, nonché gelosi portatori delle lettere scritte durante il suo peregrinare.
A tal punto, entrerà in scena la temuta Inquisizione, all'epoca affidata all'ordine dei Domenicani. Coloro che presenzieranno tal parentesi narrativa (non totalmente inerente al filone thriller) saranno l'inquisitore Bernardo Gui (1261 - 1331) ed il francescano Michele da Cesena (1270 - 1342) che, totalmente schierati, verranno passionalmente trasportati in un ulteriore dibattito riguardante ideali religiosi (concetto di povertà concretato dal Santo d'Assisi), ereticali (Fra' Dolcino in primis, catari, valdesi, umiliati, fraticelli) nonché lo stesso papa Giovanni XXII (1249 - 1334), detto il banchiere; epiteto, naturalmente esaustivo, indicante l' attitudine economica che permise un futile arricchimento ecclesiastico in odore d' avarizia.
Il motivetto storico spalleggia una monumentale sinfonia narrativa. I protagonisti primari, ovvero Guglielmo ed Adso, non rimarranno al di fuori dei fatti: essi penetreranno il contesto assorbendone e sdrucciolandone ogni singola fibra. In un primo momento, tuttavia, verranno sormontati da una critica situazione apparentemente impossibile. Solo in seguito, mediante infaticabili elucubrazioni e risvolti intellettuali riusciranno a ridurre ai minimi termini l' affascinante intelligenza di colui che, avvalendosi delle debolezze monacali per depistare l'indagine del religioso inglese, armeggia con l'intera abbazia alfine di concretare nonché difendere il proprio personale obiettivo (oscurare definitivamente il trattato d'un filosofo possibilmente fuorviante e pericoloso per il "credente" meno intransigente).
Impossibile, dunque, non soffermarsi riguardo l'allegoria di cui dispone qualsiasi aspetto. Personaggi, scenari, ambientazioni, finale detengono una particolare metafora.
Analizzando le figure che maggiormente influenzano il lettore, dunque, sarà possibile notare come Guglielmo - uno Sherlock Holmes in salsa medievale - impersonifichi il lume della ragione ed il tentativo di conciliare Fede e Filosofia; come Adso rappresenti la fresca curiosità adolescenziale e soprattutto come Bencio (il giovane aiuto bibliotecario) ricordi il greco Prometeo il cui fuoco, in tal caso, viene rappresentato dal sapere proibito che solente l'attira. Non a caso, soccomberà nel tentativo di salvarne la trasmissione. Infine, l'anziano ed onnipresente Jorge da Burgos incarnerà il classico religioso irrimediabilmente invasato: la vessazione che presenta una Chiesa che mal interpreta l'insegnamento di Cristo. Per l'appunto, interessante argomento di discussione tra Guglielmo e Jorge sarà esattamente la teoria - appoggiata dal secondo - secondo la quale Cristo mai rise (benché, come afferma il pronto protagonista, il riso - spontanea espressione umana - contraddistingua l'uomo dalle bestie). Deviante, dunque, per il credente meno rigoroso il secondo libro della Poetica di Aristotele in cui la commedia ed il riflesso che provoca nell' individuo corruttibile rappresenta un potenziale rilassamento che recherebbe una minor disciplina anche negli atteggiamenti più ordinari.
La varietà d'argomentazione del romanzo, dunque, danza assieme ad un originale e virile giallo. L'opera dispone d'un nimbo culturale che completa l'aspetto stilistico del genere. Il thriller, magistralmente sposato alle svariate digressioni, trova una realizzazione tanto esaustiva quanto accattivante.
In altri termini, Eco ci offre un chilometrico periodo in cui la suspense poliziesca sarà la proposizione principale, mentre le diverse altre stratificazioni contenutistiche, culturali, storiche, sociali seguiranno rappresentando subordinate temporali, causali, esplicative/dichiarative, avversative nonché "conclusive".
L'alta qualità ed il successo non si escludono a vicenda, scrive infatti Anthony Burgess nel The Observer. Umberto Eco dona appunto un operato multipartoriale che, se non trasmette temi d'indirizzo etico-umano, incanala un buon ausilio nello studio e nella comprensione d'un periodo storico non facilmente tralasciabile.
Individui arsi al rogo, superstizioni, inappropriata ricchezza, scandali laddove non sarebbe opportuno trovarne, ingiustizie, ottuse mentalità dimostrano come l'uomo sia in grado di tracciarsi il proprio destino progredendo o regredendo.
Non ci siamo ancora svincolati da una società staticamente trinitaria. Impero, religione e popolo, sempre troppo distanti, ancora o detengono il potere con slanci d'armi, o approfittano della propria posizione, o soccombono per forzata povertà.
Fortunatamente, ne Il nome della rosa è stato possibile scovare la mente della mortale oscurità culminando con un incendio purificatore e l'assassino consegnato a quella giustezza che tanto aveva tentato di tutelare a scapito del monastero e del suo stesso sapere per quanto prezioso, arido, sterile e causa di tragedie; oggi, tuttavia, quell'incendio è ancora tanto remoto quanto invisibile.

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Commenti

Avete domande riguardo Il nome della rosa (Umberto Eco)? Domanda
Pagina 1 di 8 | 1 - 5 di 40 commenti
  • bisior 23/08/2010 15:34
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    veramente un analisi esaustiva

  • sajmo 07/02/2010 16:05

    Complimenti! Analisi esaustiva e stile di scrittura perfetto.

  • Katta 31/05/2009 11:29
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Accidenti, un'analisi migliore di questa su Il Nome della Rosa non potevo sperare di leggerla!! Complimenti!!! Finora sono riuscito solo a vedere il film che hanno tratto da questo libro di Eco, però spero prima o poi di poter leggere questo affresco medievale descritto con tanta cura! ^__^

  • manciuria_nightmare 09/02/2009 21:41
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • Asiuletta 27/01/2009 09:58
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Se il libro di Eco sbalordisce per il suo acume, altrettanto si può dire della maestria con cui ne hai parlato. Credo tu abbia un futuro come critico letterario, qualora ti interessi. Sei sorprendente. Quanto al libro... è un capolavoro: peccato che il film di Annaud non sia all'altezza.

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