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Opinione

per Il rogo di Berlino (Helga Schneider)
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4 Stelle Le colpe dei padri
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Svantaggi La Storia negli occhi di un bambino

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ildelaura Dal 9 nov 2002

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Nel 1995, a quasi senssant'anni, Helga Schneider, tedesca di origine e italiana di adozione, scrive un libro per raccontare l'infanzia che probabilmente lei per prima non riesce a comprendere. Lo scrive nella lingua adottiva perché ha bisogno di rievocare un passato nefando (nel senso etimologico del termine, che non si può dire) da cui vuole prendere le distanze il più possibile ma che, facendo parte di lei, non può rinnegare.
Helga Schneider porta nel cuore ferite incancellabili, neppure la scrittura riuscirà a ridarle forse mai più la serenità perduta. Vive un'infanzia orribile, durante il secondo conflitto mondiale, segnata dai bombardamenti, da una vita precaria, priva degli affetti principali e necessari a un bambino per lo sviluppo armonioso della propria stabilità psichica ed emotiva, da anni di privazioni e fame e paura.
Ma per la storia Helga sta in quel momento dalla parte sbagliata: figlia di una fanatica nazista che abbandona la famiglia per arruolarsi nelle SS, affidata col fratellino prima alle cure della nonna paterna e in breve a quelle meno affettuose della nuova compagna del padre, la Schneider racconta la Berlino della guerra, tra l'autunno del 1941 e la primavera del 1947, tra sogno della conquista tedesca del mondo e disfatta totale della razza superiore, tra colpe dei padri e maledizioni della discendenza.

Pochi anni, un cambiamento epocale. Per una bambina nata nel 1937 i ricordi sono senza dubbio straordinariamente nitidi ed è chiara la mediazione di una riflessione e di una rilettura posteriore (per esempio sulla questione ebraica). Occorre tener presente questo che potrebbe costituire un limite stilistico, ma che non toglie valore alla testimonianza di ciò che la popolazione civile della città tedesca subì per mano degli Alleati, soprattutto nell'ultimo anno di guerra.
La Schneider racconta cose incomprensibili ad occhi innocenti con semplicità disarmante e - avendo scritto da adulta - un po' colpevolmente ingenua.
Chi oggi passeggi nella Berlino ricostruita e lucente sotto le architetture svettanti di Renzo Piano e sulle strade eleganti, deve riflettere sul conto che alla ex aspirante capitale del mondo fu fatto pagare. I segni della riunificazione tra due mondi oltre che tra due Europe sono ancora abbastanza evidenti, dai cantieri aperti ai camerieri che sopra i trent'anni non capiscono una parola di inglese.
E' più facile vedere pezzi di Muro e di Germania Est che i resti della Berlino nazista del bunker hitleriano, accuratamente nascosto dalle guide (pare si trovasse sotto l'attuale quartiere delle ambasciate).
Ma i Tedeschi hanno dovuto tributare all'epoca della disfatta più di qualche memoria e a sentire i discorsi di Goebbels disponibili in registrazione sopra il restaurato sito del rifugio sotterraneo della Gestapo vengono i brividi. Pensare che una nazione abbia sognato un tale sogno e ricordare come abbia tentato di realizzarlo non lascia spazio alla pietà per nessuno.

Questo la Schneider sembra non comprenderlo neppure da adulta. La bambina Helga ormai cresciuta ripete in continuazione che le è stata portata via l'infanzia, l'innocenza (vide i Russi stuprare due compagne di rifugio), l'amore materno e paterno, la serenità. Insiste (e giustamente) su particolari assai duri da leggere per noi, generazione figlia di pace: il terrore dei continui bombardamenti, la carenza di acqua e cibo e le malattie, il soffocamento fisico e psichico di una cantina sovraffollata di disperati, il lezzo e l'orrida visione dei cadaveri, degli incendi, le bombe al fosforo, il rischio di morire per procurarsi un po' d'acqua, l'abbrutimento animale di uomini e donne ridotti a niente nel corpo e nello spirito, le prevaricazioni dei vincitori.
Ha la forza, Helga Schneider, di riconoscere che la sua triste vicenda si potrebbe definire fortunata se confrontata a quella degli internati nei campi di sterminio, sui quali tuttavia i Tedeschi sopravvissuti preferiscono stendere un velo di oblio pilatesco (il nonno acquisito dirà che saranno le generazioni future a dover giudicare).

Il limite dell'Autrice - limite sociologico direi, oltre che personale - è forse quello di pensare che i bambini non centrino mai perché sono bambini e le nefandezze di cui la loro nazione e i loro capi si sono macchiati non li riguardano. Il che è vero, naturalmente, ma non sufficiente a salvarli soprattutto dalla considerazione che essi siano "altro" dal popolo cui appartengono e per colpa del quale moltissimi bambini con eguali diritti hanno avuto un trattamento persino peggiore.
Le figure di riferimento per Helga diventano quelle della famiglia della matrigna: il vecchio nonno, e soprattutto la zia, segretaria presso il ministero della propaganda che alla fine del 1944 riesce ad ottenere per i piccoli Schneider e altri parenti di funzionari un breve soggiorno nel bunker del Führer, dove verranno rifocillati e rimessi in sesto dopo mesi e mesi di privazioni.
Il ritorno all'inferno della Berlino ormai alla fine è tuttavia inevitabile: Helga passa i mesi fino al maggio 1945 in una cantina, stipata assieme ad altre famiglie del condominio, tra terrori e quotidiane privazioni, in una promiscuità che toglie ogni ritegno, nell'attesa snervante che oltre ai bombardamenti accada qualcosa. E quando Berlino viene presa dai Russi sembra che all'inferno non ci sia limite.

Poi la guerra finisce, ma non finiscono la fame e l'insicurezza. Helga partirà nel 1947 (secondo il libro, 1948 secondo le biografie) da Berlino per l'Austria, paese di origine del padre, dove ricostruire una vita che dentro però è spezzata per sempre.
Ci sarà un futuro che si chiama Italia, con un marito, un figlio, una vita nuova di zecca e un grumo di ricordi orrendi che non si possono tenere dentro. Ci sarà il tentativo di ritrovare la madre che l'aveva abbandonata ma l'incontro sancisce piuttosto una nuova e definitiva separazione.
Credo che per accostarsi in modo corretto al libro di Helga Schneider occorra spogliarsi di qualche pregiudizio: non sto parlando di un capolavoro letterario, né di un saggio storico ineccepibile, ma di una testimonianza che dovrebbe aiutarci a pensare.
Solo questo.
E non è poco.

Schneider, Helga. Il rogo di Berlino
Milano, Adelphi, 2008 (collana: Gli Adelphi; 123)
9,00 euro

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Commenti

Avete domande riguardo Il rogo di Berlino (Helga Schneider)? Domanda
Pagina 1 di 7 | 1 - 5 di 33 commenti
  • IcedFrigo 28/01/2009 09:13
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Le testimonianze non possono essere che soggettive e spesso all'interno di esse si possono notare inequivocaboli segni di strabismo. Soprattutto su un vissuto tragico ed enorme come possono essere gli eventi epocali e catastrofici di una barbarie come la seconda guerra mondiale. Una testimonianza che finisce quasi sempre per essere egocentrica (la mia fame, i miei lutti, le mie sofferenze...) e poco incline alla percezione di un orizzonte di tragedie che si ponga al di la del proprio campo visivo. Concordo con la tua sommessa assoluzione per questi "peccati" dell'autrice e plaudo ancora una volta ad una recensione davvero eccellente.

  • astrale 12/10/2008 18:24
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Bellissima opinione

  • crotala 03/09/2008 19:40
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Della stessa autrice ti consiglio di leggere, se non l'hai fatto, " LAsciami andare madre edito da adelphi

  • bizantina58 06/08/2008 01:25
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    bravissima

  • opera2007 15/07/2008 10:58
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Sembra veramente interessante. Me lo sono segnato fra i libri da leggere. Grazie per la tua opinione

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