Opinione su "Juan Muñoz"

pubblicata 09/11/2009 | violante10
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""CHE CI FACCIO QUI?"- La realtà allucinatoria di MUNOZ"

Juan Muñoz- scultura in bronzo

Juan Muñoz- scultura in bronzo

Prendo spunto dall’opinione su Madrid, in cui accennavo ad un artista ammirato al Reina Sofia, lo spagnolo Juan Munoz, nella superlativa Retrospettiva a lui dedicata su un intero piano e credo ora rientrata alla Tate Gallery di Londra. Devo dire che accennarlo non mi soddisfaceva…e condividere l’esperienza, mi sembra rendergli un po’ di quella giustizia che non a tutti gli artisti tocca! Parto dalla considerazione che, già al solo nome, tutti levano tanto di cappello davanti a un Picasso o a un Dalì (e diamo pure a Cesare quel che è di Cesare!), mentre altri artisti, seppur geniali, restano come nomi leggiucchiabili negli elenchi, o come scarabocchi impraticabili alla sola lettura se magari hanno pure la cedilia come Munoz (sulla “n”, ma io al pc non riuscirò mai a trovarla…).

L’ARTISTA
Senza indagare troppo sul tema della FORTUNA, la stessa breve vita (muore a 48 anni, per attacco cardiaco, nel 2001) probabilmente non ha concesso a Munoz quella risonanza a più ampio raggio che magari avrebbe acquistato nel tempo! Comunque ben altro che uno sconosciuto per il mondo dell’Arte e per gli appassionati del settore poiché, dopo aver frequentato Architettura a Madrid (dettaglio importante in quanto nei suoi lavori il richiamo architettonico sarà sempre presente),e negli anni ’70 il Croydon College di Londra e la Central School of Art and Design, si attesta come artista di tutto rispetto sulla scena internazionale, trasferitosi pure negli USA e avendo vinto una borsa di studio al Pratt Centre di New York. In Spagna, seppure già nel 1984 avesse esposto alla Galleria Fernando Vijande, il primo riconoscimento ufficiale lo otterrà solo nel 1992, con una rilevante esposizione privata dedicatagli dall’Istituto Valenciano di Arte Moderna.

MA PERCHE’ PARLARE DI MUNOZ?
Percorrere i corridoi del Reina Sofia, come percorrere sue ulteriori esposizioni, risponderebbe alla domanda: le sue opere colpiscono!

L’ILLUSIONISTA E L’ARCHITETTO
Faccio la sua scoperta, poiché di lui avevo visto solo qualcosa sui libri, dall’ultimo piano del museo quando, affacciandomi da una finestra (non foss'altro che per nascondere uno sbadiglio strappatomi dall’esposizione di arte libanese a sfondo politico in cui mi trovavo...) vedo una grossa terrazza, qualche piano più giù, disseminata di creature strane, scure, bombolose, che sembrano passeggiare e parlarsi, gesticolare. L’assenza momentanea di figure umane e il contrasto con lo sfondo chiaro del terrazzo, quasi bianco sotto il sole, mi portano a sospettare di essermi persa lo scoop dello sbarco degli Ufo a Madrid e del loro aperitivo sul balcone…anche se, devo dire, non me li aspettavo così bulbosi…senza gambe...e con al loro posto una specie di pesante calotta, come quei pupazzi che oscillano e non cadono mai! Detto fatto, archiviata l’Arte libanese (o cattivamente: dimenticata!), punto verso le scale per passare alla scoperta del fenomeno allucinatorio ai piani di sotto.

Abbattere le barriere delle pareti da percorrere, o della scultura come oggetto a sé stante da scorrere avanzando nelle sale, sembra lo scopo principale di Munoz, questo è quanto mi colpisce subito. Lo spazio espositivo muta, per diventare un gioco continuo di camere magiche, e di scatole nella scatola, a cui l’osservatore non sta di fronte, ma completamente dentro. L’impressione è quella di aver messo un piede in fallo e… zaccc…finiti chissà dove, ma sicuramente non in una realtà che ci appartiene.
Troppo simile il meccanismo in cui cado, per non riandare con la mente alla forma artistica degli “happenings” di Segall e Kaprov, ossia a quelle istallazioni estemporanee a cui lo spettatore partecipava, spesso seguendo un percorso, senza sapere cosa aspettarsi. Nessuno vi fa riferimento, nemmeno il piccolo foglio informativo, ma il meccanismo per creare quel “deplacement” è palese, e se Munoz l’ha adoperato in maniera più discreta e meno estemporanea, è indubbio che ne abbia preso spunto da quegli artisti più o meno contemporanei o che ci sia stato un certo tipo di contaminazione.

Tutti intorno hanno un’aria sorpresa, divertita, e il primo impatto è questo senso di “DIVERTIMENTO”, che però a me fa riflettere! Piccoli balconi vuoti in ferro battuto, ringhiere e passamano, fissati alle pareti; scale a chiocciola che non portano da nessuna parte; ridotti ascensori bloccati a mezz’altezza non potrebbero lasciare indifferenti e non suscitare allegria, e di certo la stranezza in cui siamo tirati per il braccio inizialmente fa sorridere, ma poi provoca quel distacco e quella difficoltà (diciamo pure disagio) che l’artista presagisce nell’osservatore di fronte a quella che chiamerà “OTHERNESS”, (ossia, se possiamo tradurre così, ”altruità”, o senso del diverso).
Da questo, nel suo intento, sarebbe scaturita poi inconsapevolmente la sensazione di SOLITUDINE dello spettatore, e conseguente AGITAZIONE, di fronte all’opera d’arte (sebbene magari circondato da numerose persone), e più in generale dell’uomo nella propria vita.

Spettacolo da circo, o illusionismo di un mago, gli ingredienti si mescolano per creare insieme senso del divertimento e spiazzamento. SHOW e HORROR si miscelano in un’unica combinazione. Autodefinitosi “ un mago che inganna il pubblico grazie alla creazione di realtà fittizie ”, sembra aver pregustato dietro ogni trucco l’idea di quello spaesamento, e non mi stupirei se fosse fermo a godersi lo spettacolo dietro l’immensa tenda nera, tela trompe l’oeil sempre opera sua, in fondo alla sala.
Meno giocherellone però di quello che si potrebbe pensare, il suo occhio da quella tenda indagherebbe clinico, come in precedenza la mano che aveva creato il trucco era stata quella esatta di un ARCHITETTO più che quella di un ILLUSIONISTA.
(La prima opera che a mio avviso esprime questo in maniera perfetta è "The Wasteland", che fu anche la sua prima istallazione a larga scala. Entrando in questa stanza troverete un pavimento con un disegno geometrico che richiama l’architettura romana ed in fondo, seduta su una mensola, una piccola figura in bronzo, compìta, riservata, con i piedi penzolanti dal ripiano. Il pavimento catapulta immediatamente nel palcoscenico dell’opera e contemporaneamente stabilisce una distanza enorme con la scultura, che così riservata nell’angolo, provoca una sensazione di distacco, ma anche di grande aspettativa).

ISTALLAZIONI
Capito questo, inizio a pensare che va da sé che tutto abbia un senso, che se c’è una nana davanti a un grande tavolo o davanti allo specchio ( "Susy In the mirror" ), era proprio una nana che doveva esserci! Che se la folla di cinesi che ride, parla, a gruppi e non, in una sala ( "Many times" ) è leggermente più bassa della norma, non è un caso…Allora ecco che, seguendo la sua ottica deformata, prendono senso le sculture bombolose sul terrazzo come ballerine paradossalmente impedite nel movimento e nello stesso tempo “in eterno movimento” poiché alla ricerca di se stesse nello spazio (opere del periodo 1989-1991); le scale a chiocciola (e poi gli ascensori) come strutture architettoniche familiari che, rappresentando uno spazio di transizione, riescono a fissare il momento della salita e della discesa in un’unica figura; i nani (i fantocci e in generale le sue creature ridotte) come gli espedienti che meglio riescono a creare quella distanza voluta, fisica ed emotiva, tra spettatore e figura poichè immediatamente sentiti come “otherness”; la folla tutta uguale di cinesi (una delle opere più famose, che accennavo prima, “Many Times”) come trucco per isolarci tramite la moltitudine di una cultura diversa dalla nostra, eppure senza spaventare anzi, grazie all’altezza leggermente ridotta delle sculture, facendoci sentire quasi compiaciuti di quella estraneità.

Fare un resoconto delle opere qui è pressocchè impossibile (non vi preoccupate...). Tra le tante degne di nota, menzionerei anche “The hanging figures” (figure appese) e “ Ventriloquist looking at a double interior” (ventriloquo che guarda un doppio interno).

"The hanging figures", di cui al Reina Sofia hanno allestito una figura nel vuoto centrale della scalinata che porta ai diversi piani (prendendo a mio parere i classici 2 piccioni con una fava…dato l’amore di Munoz per la scala a chiocciola e la possibilità così di guardare la scultura sia dall’alto che dal basso!) mostra un uomo appeso nel vuoto per i denti. Qui è’ evidentissimo il mix show-horror. Infatti se la prima ispirazione è quella di un dipinto di Degas in cui vi è un acrobata del circo appeso per i denti, la sensazione al vederla è anche ambiguamente grottesca poichè richiama le impiccagioni, e il rimando finale di Munoz è quello alle esecuzioni spagnole dipinte da Goya.
"Ventriloquist" invece allestisce un fantoccio seduto su un bancone che guarda 2 tele con scene enigmatiche. Muove la bocca grazie ad un congegno meccanico, ma senza voce, perché manca il ventriloquo che lo anima. Fantasticamente assurda!
In quest’opera compaiono anche per la prima volta le bellissime tele dipinte, che mostrano l’abilità dell’artista non solo nel campo della scultura. In tutto 40 disegni impermeabili , gesso bianco su fondo nero, che ritraggono degli interni con pochi pezzi di arredamento. Anche questi, come le sculture, a metà tra set di palcoscenici e spazi drammatici. Per Munoz, capaci di emozionare creando la sensazione o che sia successo qualcosa o che stia per succedere, e comunque che ci siamo persi qualcosa, essendo noi o in ritardo o in anticipo…

Vi grazio dal resto…ma le opere interessanti, per un motivo o per l’altro, sono veramente tante, tutte con la loro peculiarità. E vi capiterà di passare davanti a due amici che conversano seduti su una panchina appesa alla parete ( "Two seated on the wall" ), davanti a un palcoscenico con un nano nel gabbiotto del suggeritore ( "the Prompter" ) o in stanze con leggeri suoni o rumori di sottofondo che ripetono ossessivamente stralci di frasi captate da discorsi per strada, o in quella da me chiamata scherzosamente "la camera del topo" per la caratteristica di essere completamente buia con un solo buco illuminato in basso (un’inquadratura da cartone Disney, in cui voi potreste sentirvi Tom, ma Gerry non verrà mai fuori dal piano della vostra immaginazione!)

Vabbè, so che alcuni me li sono persi al titolo, so che tanti me li sono persi a metà, ma per quei fieri prodi che hanno avuto il fegato di arrivare fino in fondo…tutto stò “popò” di roba per dire che se vi trovate a tiro una mostra di Munoz vale davvero la pena non perdersela (…ci mancherebbe che a questo punto ve lo sconsigliassi pure ;-)!)…e quando siete lì, diffidate delle apparenze gente, diffidate!

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Commenti su questa Opinione

  • Cri58 pubblicata 15/06/2010
    Ripassata..come promesso
  • Cri58 pubblicata 14/06/2010
    Davvero un artista particolare...ripasso per la tua eccellente opi...ciao
  • 48mietta pubblicata 11/05/2010
    non lo conoscevo, grazie per le informazioni, ciao
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