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Opinione

per Kill Bill Vol. 2 (Q.Tarantino)
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5 Stelle L'im-pulp-abile morale di Quentin
69 su 69 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi Vol. 1 e 2 assieme: due opi al prezzo di una, quindi meno da leggere nel totale

Svantaggi opi lunghetta

Dettagli

Genere fantasy
Età minima per tutti
Regia ottima
Attori geniali
Sceneggiatura buona
Colonna Sonora appropriata
Qualità Video (DVD):
continua

L'autore

Abbas Dal 4 lug 2000

Chiedo scusa agli amici di ciao se, in questo periodo, la mia presenza nel sito sarà quantomeno... continua

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Sarò ciò che volete voi ma preferisco di gran lunga le vissute, consapevoli sale demodé a quelle fredde e multiple dei Warner Village.
Per l’ansia di vedere Kill Bill vol.1 non feci alcun calcolo di questo tipo, vinsi ogni resistenza e fu così che mi ritrovai accanto due sedicenni. Risultato: per buona parte della proiezione si ingozzarono di nachos e popcorn, degnandosi di alzare gli occhi ogni tanto e intervallando la mangiatoria con rumorose sorsate di coca. Mi stizzii alquanto.
Sbagliavo. A pensarci bene, potevano vantare più diritti loro di assistere al film del sottoscritto.
L’affermazione potrà sembrare perfino paradossale ma contiene più di un fondo di verità.

Quentin Tarantino ha conformato la sua ultima opera con l’identico spirito che muove gli adolescenti dell’era post-moderna nell’utilizzare i supporti tecnologici a disposizione. Svezzati a merendine, telecomando e playstation, il loro divertimento consiste nell’iterazione del gioco e del videoclip. Il dvd consente di selezionare e di rivedere a salto le scene più ‘forti’, fruendo di un lungometraggio in singoli frammenti destrutturati. In questo modo, un giovane appassionato può crearsi un pantheon di miti, di eroi, di scene madri. La liason con i fumetti della Marvel (i ‘Fantastici quattro’, ecc.), con i manga e le anime, con i videogames costituiscono una realtà multimediale ampia e coerente. Vero o non vero che sia, immagino i due giovani amici davanti al computer darsi di gomito nello spulciare, tra la ventina di action movie in dvx scaricati di fresco, le sequenze più toste. La citazione diventa ignaro paradigma di se stessa. Non sanno, probabilmente, di John Woo, di Tsui Hark e del cinema honkonghese. Forse hanno sentito nominare Bruce Lee (non sarà il padre di Brandon-il corvo?). Per il momento, si limitano ad assorbire senza discrimini le immagini ipercommercializzate dei meno ispirati epigoni.
Ne è perfettamente cosciente Tarantino. Che è stato adolescente 20-25 anni fa, quando sul divano di casa si ingozzava di cornflakes e Kung-Fu filmico in vhs e telefilmico (do you remember David Carradine?!), di muffin e Charlie’s Angels.

Kill Bill stravolge la logica della lineare progressione temporale. I continui rimandi di spazio ed epoca ci conducono in una dimensione del tutto interna al medium. Perché di questo si tratta: cinema su cinema o, più correttamente, cinema su audiovisivo. Sì, deve essere chiaro: Tarantino prende tutto il materiale immagazzinato nell’archivio mnemonico di un divoratore di immagini suo pari e se ne serve senza ritegno. Non sarebbe un’operazione originale. Alcuni lo hanno preceduto, molti seguito, imitato. Pochissimi, Lynch, Cronenberg, Ferrara, non si accontentano di riprodurre l’effetto ma sono capaci di piegare i generi alla loro volontà. Lo stesso vale per Tarantino che, però, in quella ristretta cerchia, maggiormente corre il rischio di avvitamento su se stesso.

Kill Bill è figlio legittimo dei precedenti Reservoir Dogs – Le iene, Pulp fiction, Jakie Brown. Con le prime due pellicole, il regista americano ottenne lo status di ‘cult’. Per alcuni, la sua poetica sembrava già talmente sviscerata da ritenersi esaurita. Lo splatter, il gore, il pulp nelle sue capaci mani divennero termini nobilitati e familiari. La violenza della società (per esempio ne Un giorno di ordinaria follia - Joel Schumacher, 1993) e lo spreco di globuli rossi (Henry piogga di sangue - John McNaughton, 1990) venivano esorcizzati nel grottesco di situazioni e dialoghi nonsense, nella ludica circolarità della sceneggiatura. Tarantino si muove in quelle acque con la naturalezza di un delfino e, come tale, si ritrova talmente a suo agio da irridere finanche se stesso, come a dire: ora vi stupisco, forse vi emoziono ma non prendetemi troppo sul serio, mi raccomando, si tratta di pura finzione. Insomma, il primo a dare di gomito allo spettatore è proprio lui. (Essendo il suo un discorso prettamente diegetico ai media, sarebbe da mangiarsi le mani al pensiero che, ancora sconosciuto ideatore di Natural Born killers, i grandi burattinai gli abbiano preferito Oliver Stone).

Sia come sia, con Jakie Brown (1998) è lo stesso filmaker a sentire l’esigenza di cambiare registro. Dopo l’insuccesso dell’episodio di Four Room, tenta la strada della crime story più raffinata e dai tempi dilatati. Meno azione e più scavo psicologico dei personaggi. Non convince del tutto, specie gli ultras del Tarantino prima maniera. Segue un relativamente lungo periodo di silenzio.

The Bride, dopo quattro anni di coma, si risveglia sempre cattivissima e ancor più incavolata. Quentin esce dal letargo più tonico e tarantiniano di prima. Kill Bill vol. 1 è la quintessenza del suo cinema d’esordio elevato all’ennesima potenza. Adrenalitico e visivamente travolgente. Sfacciato nei riferimenti, abnorme, anzi gargantuesco (questo aggettivo incontra, giusto?).

Nella seconda parte, l’ambientazione si sposta dal Giappone al deserto americano. Tutti ci aspettavamo di proseguire la folle corsa ed invece i ritmi, le inquadrature, la tensione sono improvvisamente da western fordiano e da spaghetti-western alla Sergio Leone. Il respiro lo accomuna a Jakie Brown. Il gioco continua, su altri versanti. Il misterioso e invisibile Bill compare inopinatamente subito, tanto per dire che aria tiri. L’incontro con La sposa (i passi alternati dei due, l’ostilità del campo/controcampo) preannuncia la resa dei conti finale. Tarantino mette in pista tutti i trucchi: abbandonato il Giappone devia in Cina, con tanto di ganci e funi per far volare i lottatori o tenerli in equilibrio sulla katana. Esilarante. Usa lo split screen (sdoppiamento di immagini sullo schermo) alla Hitchkock/De Palma. Sconfina nella resurrezione zombie. Ritorna ai monologhi interminabili, fuori luogo, gustosissimi. Nel corso del colloquio chiarificatore e prima dello scontro definitivo, Bill letteralmente spara il siero della verità all’adorata nemica, poi si impegna in una disquisizione dottissima su Superman e l’uomo ragno. E, in precedenza, Ellen elencava all'agonizzante fratello del boss le caratteristiche del serpente ricavate da internet. Da sbellicarsi dalle risa. Se vi lasciate afferrare, Quentin potrebbe portarvi ovunque.

Tarantino ama scrivere le sceneggiature. Ciò è un bene e un male. E’ un bene, perché non dimentica di mettere lo script al servizio delle riprese. Con ogni probabilità, mentre butta giù idee su carta, in linea di massima, starà già pensando alla messa in scena. E’ un male, forse, perché non sempre convince fino in fondo. Al di là degli ininfluenti buchi lasciati aperti, si può ricevere l’impressione di un corpo generosissimo su di uno scheletro fin troppo esile. Vol. 1 e vol. 2 sono intimamente legati ma scientemente distinti. Emerge una nota di incoerenza. The Bride persegue con agghiacciante determinazione la vendetta. E’ un super eroe immortale, in tutta la prima parte privo di umano spessore psicologico. Lei – come tutti gli altri, in effetti - è una macchina da guerra programmata per uccidere (e il termine sembra perfino riduttivo). Però, c’è un plot da portare a buon fine. Nel secondo round si scopre a sorpresa che i sanguinari protagonisti sono capaci di avvertire sentimenti profondi. In versione grottesca, andrebbe pure bene, invece si scade leggermente nel sentimentalismo: tra i due antagonisti c’è stato purissimo trasporto. E’ una piccola nota stonata, ancor di più pensando al soggetto maschile. Tutto il gigantesco massacro nasce, fondamentalmente, da un equivoco (solo una donna può far scoppiare il cuore ad un uomo. E solo le donne, verrebbe da aggiungere, sono capaci di far fuori i loro maestri: l’insopprimibile maschilismo del nostro rientra, strisciante, dalla finestra sia pure in versione dimessa e rassegnata all'inevitabile sconfitta?) La conclusione, invece, è perfettamente in linea. Dopo il colpo ferale e i cinque lenti, fantastici passi, i sentimenti vengono azzerati con una perfida trovata.

Distesa sul pavimento del bagno, Beatrix singhiozza: è travolta dai sensi di colpa per tutte le morti provocate? Rimpiange l’amante? No, un po’ a ‘tradimento’, mormora: grazie! Il suo è, dunque, un pianto liberatorio che scioglie la tensione accumulata. Non c’è ombra del benché minimo tentennamento etico. Nella selva di immagini e pulsioni di Kill Bill non c’è spazio per abbandoni dell’anima e, tantomeno, per rigurgiti morali.

Hanno diritto di cittadinanza solo gli istinti primari. E quello che più imperioso si impone, prima ancora della stessa sopravvivenza, è l’istinto protettivo del proprio cucciolo. Con i miei occhi ho visto una mansueta gattina trasfigurarsi in arma letale a difesa dei suoi piccoli e mettere in fuga un pastore tedesco. Quel grumo di denti, artigli, occhi, tendini mi impressionò (e la ‘feroce’ superiorità delle donne, per l'ex ragazzo prodigio di Knoxville, sta anche nella solidarietà di specie che il richiamo alla maternità suscita, come evidenziato bene in un paio di episodi, uno per volume).

Nella sequenza di chiusura, infatti, la voce off parla di giungla, leonessa e di equilibrio ristabilito. The Bride e la figlia abbracciate (anche lei ha già rimosso la memoria del padre?) seraficamente guardano un cartoon in tv e, in maniera tutt’altro che rassicurante, ci sorridono. In quel mondo eroico-fumettistico e asettico, il futuro è super-donna.

La recitazione è perfetta in ogni componente. Scontate menzioni per Uma, David, Derryl e il serpente Black Mamba. Da condannare al riformatorio la doppiatrice della bimba.

Avete dubbi che Kill Bill non sia grande cinema? Sottoponetevi a questo piccolo test. L’assenza di immagini è, teoricamente, la negazione stessa di questa forma d’arte. Quando Beatrix si trova dentro la bara interrata e spegne la torcia elettrica, (s)compare il più lungo buio che io ricordi. Bene: chi, anche per un solo battito di ciglia, sia riuscito a distogliere lo sguardo dallo schermo, alzi la mano. Nessuno, ne ero certo.

Voto: 9.

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Commenti

Avete domande riguardo Kill Bill Vol. 2 (Q.Tarantino)? Domanda
Pagina 1 di 16 | 1 - 5 di 78 commenti
  • apo1971 13/08/2009 15:36
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Complimenti davvero per la tue acute osservazioni e per come le hai esposte....mi hanno fatto molto riflettere!

  • SupalovaCry 22/09/2007 18:36
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    il 2 è troppo bello!pensare ke non volevo guardarlo! poi mi ha convinto il mio ragazzo e mi sono ciucciata anche l'uno..cmq preferisco il 2,davvero bello..bella anche la tua opinione...ciao

  • mily999 10/09/2007 10:52
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    Opinione molto poetica. Però chi non avesse visto il film riuscirà a capirci qualcosa? Molto utile

  • kandara 08/09/2007 08:21
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Forte differenza tra i due, vere le cose che dici e godinilissimo il tuo stile e la concentrazione (e correttezza) del pensiero. Vedo che sei stato visitato da uno della gang di ragazzi zappers, fanalino di coda dei commenti che tu hai avuto. Praticamente una scritta sul muro. Ciao, Luciano

  • Emiliga 08/08/2007 15:21
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Ottima opinione e ottimo film! SPETTACOLARE!!

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