Nessun ritiro tibetano in programma per il quarantenne Quentin Jerome Tarantino. La baby-pensione invocata da qualcuno affinché la bellezza dell’opera non venga intaccata sembra essere scongiurata dal sogno del regista di Knoxville (Tennessee, Usa) di realizzare il Volume 3 di "Kill Bill", anche se questa volta per l'uscita in sala potrebbero trascorre fino a quindici anni. Nel frattempo la Sposa è giunta al cuore degli uomini malvagi. Avrebbe completato il lavoro vendicativo, cancellato ogni nome dal suo block notes, eliminato ogni singolo membro della Divas (Deadly Viper Assassination Squad). Avrebbe… completato. Condizionale d’obbligo, visto che un'avversaria è stata privata dell'ultimo occhio disponibile ma misteriosamente risparmiata, mollata a dibattersi sanguinante e urlante dentro una roulotte presidiata da uno dei serpenti più velenosi del pianeta. Ma pur sempre viva, per quanto ne sappiamo. Certamente questo l'elemento di sospensione dell'opera, poiché adesso potrebbe esserci qualcun altro in giro assetato di vendetta.
Nel "Volume 2" l'effetto della 'pera' d'adrenalina iniettata allo spettatore nell’ottobre 2003, si stempera in un misto di paura e dolcezza a tratti onirica, ma con bruschi risvegli. La Sposa (Uma Thurman, un’interpretazione complessiva che le assegna un posto di rilievo nella storia del cinema) continua la sua caccia, e dopo il flash-back iniziale (il film comincia esattamente come il primo volume), è proprio Black Mamba, capelli al vento al volante della nuova decappottabile, ad annunciare il proposito di fermarsi solo dopo l’uccisione di Bill (David Carradine). Per farlo passa attraverso lo scontro col killer a riposo ma ancora iper-reattivo Bud (Michael Madsen) e la ‘monoculata’ e spietata Elle Driver (Daril Hannah), due personaggi che sino a questo punto avevamo solo intravisto. II nome di battesimo di Black Mamba viene finalmente svelato (Beatrix) perché non è più solo una donna-annientatrice ma finalmente anche una mamma (seppure in lei una punta di tenerezza si fosse già intuita), nell’incontro con la figlia che credeva morta nel proprio grembo nel giorno del massacro di El Paso durante le prove del matrimonio, bimba rosea e pasciuta, invece, grazie alle cure proprio dell’uomo più odiato al mondo.
I ripetuti e magistrali rimandi al passato, con scorrevolezza incastonano nella trama le parti mancanti della completa raffigurazione della protagonista e del suo legame con le persone che vuole eliminare. Primo fra tutti Bill, ex maestro amante boss dell’eroina tarantiniana, avvolto da un’aura di immortalità ancor dai primi fotogrammi del “Vol. 1”. Allora, ad esempio, conoscemmo anche il mitico forgiatore di spade giapponese Hattori Hanzo, stavolta visitiamo l’eremo del misantropo maestro cinese Pai-Mei (Gordon Liu) in una delle sezioni più affascinanti di quest’opera filmica.
I colori cambiano: dal bianco e nero, al filtrato-sgranato tipo film di kung-fu di quart’ordine, al colore canonico, Tarantino mischia tutto nel mutare delle situazioni, compresa, se necessario, una diversa forma recitativa, un’adeguata musica d’accompagnamento. L’onnivoro filmaker fa proprie e perfeziona le tecniche dei suoi illustri riferimenti, come il pluricitato Leone per lo spaghetti-western, o Kurosawa, Suzuki e Hishii per il kung-fu.
“Kill Bill” – che sarà a Cannes fuori concorso dal 12 di questo mese – è alla fine anche il film per le donne che l’autore di “Pulp Fiction” (1994) desiderava fare da quando – proprio ai tempi del suo primo capolavoro - scoprì in Uma Thurman la sua musa ispiratrice. La storia è una miscela di amore - per il proprio uomo, per il proprio figlio - in cui le donne la fanno da padrone, si guardano negli occhi, si comprendono, si assecondano anche un istante prima di aggredirsi. Come nella scena dell’albergo in cui la Sposa scopre di essere incinta e con la prova costituita dal test di gravidanza dissuade dallo scontro una ‘sicaria’ giapponese. A vincere è l’ancestrale solidarietà femminile per la salvaguardia del cucciolo, come per le leonesse nella savana. Eloquente anche la scena in cui inaspettatamente Beatrix rivede la sua bambina e allo stesso tempo l’odiato Bill, e in pochi secondi trasforma la foga omicida in finzione ludica dedicata alla piccola.
In questo film si ha la più preziosa conferma del genio tarantiniano, in particolare nella cura maniacale della sceneggiatura, quindi del dialogo mai banale. Quentin ci dà l’ebbrezza di farci sentire proprio lì, a chiacchierare coi protagonisti come a sudare, sbavare e sanguinare con loro nei feroci combattimenti, in una pioggia di selezionatissimi brani musicali, uno più rievocativo dell’altro. Il western dei nostri giorni continua. Ogni incontro-scontro fra i protagonisti è basato sul fragilissimo equilibrio di potenza mentale e fisica. Ognuno potrebbe sopraffare il proprio antagonista alla minima distrazione. E' così che Tarantino inchioda i cinefili con costanza, senza far cadere mai la tensione, senza un passaggio di banalità. Ad ogni sequenza della pellicola sai che succederà qualcosa e l'attesa non viene mai delusa.
Il sarcasmo è spesso esilarante in scambi verbali tanto realistici proprio perché puri e semplici. Lui dice a lei, dopo averle sparato in una coscia una freccetta stupefacente:
- “Questo non è un siero della verità come tutti gli altri… Questo non ha alcuna controindicazione… se si eccettua, a volte, un lieve senso di euforia… Stai per caso avvertendo questa euforia?”.
- “No!!!”.
- “… Peccato… “.
Il furore – soprattutto rispetto al primo volume - non sta solamente nell’azione, ma nel rapporto fra i nemici. Tarantino conferma di essere non tanto il maestro della violenza, ma nel mostrare ciò che sta nella mente di chi è violento.
Il regista ex commesso di videoteca non rinuncia neppure al piacere del pugno allo stomaco di chi guarda, come nella claustrofobica sequenza in cui la Sposa viene sepolta viva, angosciante da seguire anche seduti comodamente su una poltrona del Warner Village (sala 3 a piazza della Repubblica/Esedra, Roma-Centro, voto 8,5), confronto con la morte nel quale si può risultare vincenti solo grazie al totale autocontrollo. Quentin ci ricorda in continuazione che non esiste limite alla capacità dell’uomo di superare le difficoltà, se trova in fondo al proprio abisso la volontà. Il regista italo-americano continua a fregarsene dei limiti che la logica del pubblico potrebbe stabilire, e se questa volta (come quando Black Mamba sterminò gli ’88 Crazy’ nella “House of Blue Leaves” di Tokyo) la sua superdonna deve riaffiorare da una tomba in una rievocazione piuttosto esplicita de “L’alba dei morti viventi” o di “Zombie”, beh Tarantino glielo fa fare e, ancora, senza tante storie. “Non sei tu che devi avere paura del legno… è il legno che deve temerti…”.
Tarantino vince anche la scommessa su attori dal passato illustre ma forse sulla via del prepensionamento. Carradine – attore mitizzato dalla serie-tv “Kung Fu” – a sessantasette anni è in assoluto stato di grazia nei panni dello sfuggente imprevedibile letale personaggio di Bill di cui nella prima parte del lungometraggio si ascolta la voce e si vedono appena le mani. Un’ispirazione che di certo deriva dal dichiarato feeling col regista. Ottime prove anche per il presleyano Madsen (già diretto da Tarantino ne “Le Iene”) e per la sirena bionda Hannah.
Questo film è il cinema. Andate a vederlo alla svelta. Ecco… bravi.
26.08.2004 12:52
Finalmente ho visto il Vol 2... proprio ieri sera. Film spettacolare,così come la tua opinioen!
28.05.2004 08:25
Secondo volume visto molto in ritardo. Di conseguenza leggo la tua ottima recensione solo adesso, come ho fatto anche per tutte le altre (brest, abbas, etc..). Non volevo rischiare di vedere il film "con gli occhi di qualcun altro". Eccellenza alla tua recensione. Ciao:)
21.05.2004 14:20
Beh... M'inchino di fronte a tanta bravura nella descrizione di questo film! E va beh!