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Vantaggi rilettura del mito di Re Artù, storicizzato alla luce delle scoperte archeologiche
Svantaggi rimango comunque legato al più affascinante mito dell’Artù medievale
Dettagli
| Genere | fantasy |
|---|---|
| Età minima | per tutti |
| Regia | buona |
| Attori | decenti |
| Sceneggiatura | mediocre |
| Colonna Sonora | appropriata |
| Qualità Video (DVD): |
continua
Ricordate Re Artù bardato di armatura e cimiero che lotta insieme ai suoi fidi cavalieri della tavola rotonda seguendo i canoni cavallereschi? E l’etereo Mago Merlino, con lunga barba bianca e cappello a cono, che tanto ricorda il Gandalf de “Il signore degli anelli”? E Ginevra, bella regina che attende al castello che il marito torni dalle sue sempre vittoriose campagne e la cui unica occupazione è decidere se accettare o meno la corte di Lancillotto? Bene, prima dimenticatevi tutto ciò, e poi andate a vedere l’ultima fatica di Antoine Fuqua, dalla quale traspare un Artù completamente diverso rispetto a quanto i romanzi cortesi del periodo medievale ci avevano sempre raccontato. Niente spirito cavalleresco, ma grevi battute da caserma pronunciate da uomini rudi temprati da 15 anni di battaglie all’ultimo sangue, niente bardi che suonano la cetra a corte, ma tamburi che fanno riecheggiare l’imminenza di scontri all’arma bianca, niente epiche battaglie con armature rilucenti, ma scontri corpo a corpo, ricoperti di fango e con le carni tagliuzzate da mille cicatrici, niente castelli turriti ma più modesti accampamenti con case di fango e tetti di paglia o solidi ed impenetrabili “valli”, niente Merlino-Gandalf ma un inzaccherato uomo barbuto più simile ad un aborigeno della Papua Nuova Guinea che allo stereotipo che tutti ci siamo fatti del mago, niente sontuosa Excalibur, ridimensionata a gladio tirata fuori con facilità non dalla roccia ma dalla terra nella quale era conficcata. Questo è il nuovo Artù, anzi Artorius, ufficiale romano a capo di un esercito di Sarmati, inviato oltremanica a tenere a bada gli spietati guerrieri sassoni e che ricorda più Massimo de “Il gladiatore” che il paladino che siamo abituati ad associare nella nostra mente al concetto di “cavaliere della tavola rotonda”.
La trama in breve: il valoroso prefetto mezzo romano e mezzo britannico Lucius Artorius Castus è messo a capo di un piccolo esercito costituito dai temibili cavalieri sarmati, soggiogati da Roma e costretti, per affrancarsi, a prestare servizio per 15 anni in difesa del Vallo di Adriano, che segna i confini del moribondo Impero Romano in terra d’Albione. I cavalieri sopravvissuti a tre lustri di battaglie sono ormai prossimi al “congedo”, ma devono compiere, su richiesta del vescovo Germanius, un’ultima azione quasi suicida per salvare il giovane Alessio, figlio di un nobile romano che vive al di là del Vallo di Adriano e predestinato notabile a Roma, prima che la calata dei Sassoni gli riservi una crudele ed ingloriosa morte. Portata a termine la missione, i cavalieri potrebbero lasciare Roma ai suoi problemi, ma il richiamo del sangue è, per Artorius, troppo forte per lasciare i britanni alla mercé dei sassoni, e così al termine di una sanguinosa battaglia, Artorius si unisce ai britanni, comandati da Merlino, per iniziare una nuova vita come re, al fianco di Ginevra, figlia di Merlino, e iniziando l’epopea di Artù, primo re britannico.L’interessante rilettura del mito di Camelot e di Re Artù ha portato alla realizzazione di un film in fondo più che dignitoso, sebbene alla fin fine non si faccia altro che riprendere e sviluppare uno schema ben consolidato, quello degli arditi cavalieri di ventura obbligati a compiere un’ultima impresa semi-impossibile per guadagnare la libertà, impresa che farà loro aprire gli occhi mostrando ciò che veramente conta nella vita e spingendoli verso scelte che non avrebbero mai fatto prima. E su questo schema si cuciono i nomi di personaggi epici come Artù, Lancillotto, Merlino, Tristano (trattato, chissà perché, davvero solo di sfuggita) rivisitandone le personalità e, a volte, anche il destino, rispetto a quanto universalmente noto dalla saga cortese. Un po’ grezza e fin troppo esasperata la caratterizzazione dei personaggi, dove si distinguono lo spaccone, il timido, il nostalgico… Il mito di Artù, sebbene rivisitato, avrebbe probabilmente meritato qualcosa di meglio.
Da segnalare quantomeno la collocazione storica e gli spunti che vanno oltre il film: il periodo del declino dell’impero romano, da molti storiografi fatto coincidere oltre che con l’avvento del cristianesimo anche con la fusione con le popolazioni barbare, la nascita dell’intolleranza religiosa, nel film crudamente rappresentata, la nascita della Britannia dalle ceneri di Roma e dagli scontri intestini con i Sassoni. Grossolana invece la svista storica di collocare temporalmente le gesta di Artorius alcuni decenni dopo la morte di Pelagius, vescovo “illuminato” al cui insegnamento Artorius si rifarebbe per consolidare la propria fede (ancora una volta a conferma della mia tesi per cui un buon regista dovrebbe avvalersi della consulenza di un ottimo esperto). La svista era facilmente evitabile, anche se questo avrebbe modificato la sceneggiatura poiché sarebbe stato necessario trovare un mentore alternativo per la fede di Artorius. Ma, essendo un film solo parzialmente storico, e molto più prepotentemente di fantasia, al pari delle storie raccontate in pieno medioevo da Chretien de Troyes e, poco più tardi, da Thomas Malory, non sarebbe stato difficile “inventare” qualcosa, o tralasciare questo punto, in fondo tutt’altro che influente nell’economia della narrazione.Slavomir Idziak, cui la vicinanza del grande Kieslowski ha certamente fatto bene, delizia gli occhi dello spettatore con la ormai solita, in questo genere di film, splendida fotografia e con le solite splendide ambientazioni, in questo caso cariche di un verde smeraldo contrapposto al grigio plumbeo e lattiginoso del cielo (gli esterni sono stati girati in Irlanda), con i paesaggi sconfinati, ma anche con gli eserciti composti da migliaia di combattenti, di cui non si riesce ormai più fare a meno, neanche in un periodo storico dove, tranne rarissimi esempi, di eserciti di questa consistenza non si ricorda traccia. La spettacolarità è nel complesso inferiore a molti film ai quali fa il verso: i costumi mutuati dal già citato “Il gladiatore” sono paragonabili a quelli del kolossal, ma non altrettanto particolareggiati, le battaglie sono solo lontanamente confrontabili con quelle, ad esempio, di “Troy” o de “Il signore degli anelli”, l’uso di archi e balestre non regge il confronto, ad esempio, con il recente “Hero”, dove ben altra emozione regala la profusione di saette. Le scene che si lasciano ricordare sono essenzialmente quella relativa allo scontro sul lago ghiacciato, novello Mar Rosso trasposto in terra britannica, che inghiotte gli inseguitori (anche se qui il coraggioso intervento umano viene prima di qualsiasi intervento di natura divina) e alla spettacolare battaglia finale a Mons Badonis (o Badon Hills, per dirla all’anglosassone), nei pressi del Vallo di Adriano, dove il clangore di spade e il sibilare di frecce sopisce qualunque motto.
Pur avendo puntato su una nuova rilettura, storicamente più attendibile, musicalmente parlando non ce la si è sentita di abbandonare completamente una parte della tradizione camelotiana, per cui le musiche celticheggianti di Hans Zimmer, coadiuvato dalla voce dei Clannad Moya Brennan, fanno da cornice anche alle gesta dell’Artorius romano, oltre che dell’Artù che sceglie di rimanere a dar manforte ai britanni.Il cast è nel complesso accettabile; più che dignitose le interpretazioni del “prelato” Ivano Marescotti-Germanius, che, pur nel tempo limitato in cui compare sullo schermo, riesce a rendersi odioso allo spettatore, della “virago” Keira Knightley-Ginevra, che supplisce con una buona presenza scenica a dei dialoghi tutt’altro che impeccabili, e del cattivissimo capo sassone Stellan Skarsgaard, il cui viso non lascia trasparire altre emozioni che l’odio e la ferocia. Lasciano invece più di una perplessità le performance del legnoso Clive Owen-Artù e di Ioan Grufudd-Lancillotto (bruttino, anzichenò; altra grossa differenza rispetto al romanzo cortese). Inafferenti allo svolgimento le insipide interpretazioni di Stephen Dillane-Merlino e dei cavalieri “di contorno”.
Personalmente, preferisco rimanere nell’ignoranza, e tra le due riletture, quella fantasiosa di Chretien de Troyes e di Malory e quella più “storically correct” di Fuqua, propendo senza dubbio per la prima. Viva il cavaliere Artù, il Merlino con la barba bianca e l’Excalibur tirata fuori dalla roccia!
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gategate 23/01/2007 10:30
Non ne avevo letto bene; tutto sommato, tu non lo "distruggi", ma nemmeno gridi al capolavoro. Lo devo vedere, attenderà ancora.. :-) L'opi mi sembra ottima, quindi ripasso per valutare.
kaky 15/08/2006 00:41
L'opinione è pure ben scritta, ma mi riesce difficile anche solo lontanamente capire da cosa è stata ispirata se non da un oscuro lato mentale.. e poi Ioan bruttino? Oh mamma, mi sento di avere gusti grotteschi :D Mi spiace ma non la trovo veritiera di quello che realmente rappresenta il film: una rivisitazione storica non una bella storiella per bambini.
celtic76 04/01/2006 21:20
Ila55it 28/05/2005 10:52
Bella l opi
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Antoine Fuqua Keira Knightley;Ray Winstone;Stellan Skarsgard;Clive Owen;Ioan Gruffudd;Stephen Dillane. |
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regia di Antoine Fuqua con Clive Owen; Stephen Dillane; Keira Knightley; Ioan Gruffudd; Stellan Skarsgard; Ray Winstone |
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Che Lancillotto nel film sia poco carino ok, ma che Clive Owen sia "legnoso" proprio no!!! :D