L’amicizia. La storia di un’amicizia che nemmeno la più grande tragedia può scalfire. Questo il contenuto di un libercolo, “L’amico ritrovato”, che si legge in poche ore, tutto d’un fiato. Ne avevo già letto di sfuggita alcuni passi ai tempi del liceo, passi che erano andati poi nel dimenticatoio, luogo dal quale uscirono nel momento in cui un mio ex compagno di classe mi regalò il libro per la mia laurea. Vinto dalla curiosità di sapere come la vicenda andasse a finire, decisi di leggerlo da capo. Ne sono rimasto estasiato.
Hans Schwartz è un ragazzo di 16 anni, di famiglia ebraica ma residente in Germania, a Stoccarda, da oltre due secoli, e frequenta il liceo Karl Alexander Gymnasium. Privo di amici, conduce una vita sostanzialmente agiata e tranquilla ma avara di qualunque motivazione vera che lo spinga a mettersi in qualche modo in mostra sia a scuola sia in famiglia, nella quale mal sopporta anche i piccoli segni d’affetto che sua madre gli riserva. Quel giorno però, tutto cambiò…per sempre. Il giorno in cui a scuola arrivò un nuovo studente: Konradin Von Hohenfels. Solo il nome della sua famiglia incuteva immediatamente timore e rispetto nei confronti di una casata entrata nella storia tedesca per via dei numerosi eroi caduti per la nazione che essa annoverava tra le proprie fila. Hans ne fu istantaneamente affascinato e, come afferma lui stesso, non per il fatto che Konradin fosse un Von (ve ne erano gia tanti nella sua classe fregiantesi di titoli ben più altisonanti di quello di conte), ma per il suo portamento, la sua eleganza in qualunque situazione, il suo stile che nettamente lo distinguevano dagli altri. Egli doveva diventare suo amico! Ma come? Come avvicinarlo? Così tanto sembrava fuori della portata di chiunque altro. E per questo se ne rimaneva solo:
“Hohenfels , tuttavia, non sembrava soffrire del fatto di essere lasciato a se stesso. Forse ci era abituato. Eppure non dava mai l’impressione di essere orgoglioso, vanitoso, o animato dal desiderio di differenziarsi dagli altri, anche se, al contrario di noi, era sempre estremamente gentile, sorrideva quando qualcuno gli rivolgeva la parola e teneva aperta la porta per far passare quelli che volevano uscire. Ciò nonostante i ragazzi avevano paura di lui.”
La curiosità di Hans però ebbe la meglio sul timore iniziale e fu così che egli cercò di farsi notare da Konradin con piccoli gesti, non eclatanti ma continui, come portare a scuola alcune delle monete che collezionava o rispondere in modo partecipe alle lezioni (cosa che fino ad allora si era ben guardato dal fare), finché un giorno, proprio di ritorno dalle lezioni, i due, incrociandosi, si salutarono, rompendo in questo modo il muro di timidezza che attorniava entrambi. La loro amicizia ebbe inizio e nulla avrebbe potuto separarli. E così fu per mesi e mesi: assieme trascorsero intere giornate a parlare, leggere poesie, passeggiare, discutere di religione, destino, senso della vita e via discorrendo; “questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli come Mussolini ed Hitler”. Frequenti erano le viste di ognuno alla casa dell’altro, ma mentre Konradin conobbe subito i genitori di Hans, questi al contrario non vide mai la famiglia dell’amico: un’apparente coincidenza che si ripeteva con preoccupante puntualità. Inizialmente tutto ciò non preoccupò Hans e neppure risvegliarono la sua attenzione altri particolari (una foto di Hitler vista di sfuggita nella camera da letto dei genitori di Konradin), ma quando, una sera a teatro, Konradin in compagnia dei genitori, pur avendolo visto, lo ignorò deliberatamente, amari sospetti si fecero strada nella mente di Hans che, alla prima occasione utile, chiese dirette spiegazioni all’amico.
“E venne il giorno in cui non rimase più spazio per i dubbi. […]”
“ ‘Senti un po’, Konradin, […] credi che non mi sia accorto che le uniche volte che in cui mi hai invitato a casa tua i tuoi genitori non c’erano? […] Ho bisogno di sapere come stanno le cose. Non voglio perdere la tua amicizia, lo sai… Ero solo prima del tuo arrivo e tornerei ad esserlo se tu mi respingessi, ma non posso sopportare l’idea che ti vergogni di me al punto da non volermi presentare ai tuoi genitori. […].’
‘D’accordo. Vuoi la verità e l’avrai. […] la ragione non è quella che pensi, non mi vergogno di te. Essa è molto più semplice più sgradevole. Mia madre appartiene ad un’importante famiglia polacca di origine reale e odia gli ebrei. Per secoli e secoli la gente come lei ha ritenuto gli ebrei indegni di qualsiasi considerazione, inferiori ai servi, la feccia della terra, […] è gelosa di te perché tu, un ebreo, hai saputo conquistare l’affetto di suo figlio. […] E poi ti teme. E’ convinta che tu sia al servizio del giudaismo internazionale, che per lei è come il comunismo. Mi crede vittima delle tue infernali macchinazioni[…]. Mio caro Hans, accettami come sono stato fatto da Dio e da circostanze indipendenti dalla mia volontà. […] Il fatto è che non sopporto l’idea di ferirti ma non è facile essere all’altezza del tuo concetto di amicizia.’”
Ecco…l’inizio della fine… la prova che qualcosa aveva incominciato ad incrinarsi, che nulla sarebbe stato più lo stesso…la politica ed il razzismo, come fulmini a ciel sereno, irruppero nella vita di due ragazzi che di colpo si trovarono catapultati di fronte allo scorrere della storia. Un fiume in piena che li separò per sempre e che ora, mentre Hans racconta la propria vicenda a distanza di anni, si riversa come sale su vecchie ferite che si riaprono.
La situazione per Hans si era fatta insostenibile, la crudeltà e la durezza del nazismo erano arrivate sin dentro le mura della scuola e prima che fosse troppo tardi fu costretto a lasciare la Germania per gli Stati Uniti. E la partenza fu colorata di rosso, il rosso della ferita che si aprì nel cuore di Hans nell’apprendere, da una lettera di Konradin, che anche l’amico pareva ormai aver abbracciato la causa di Hitler. Ora tutto era perduto.
Apparso nel 1971 negli Stati Uniti e poi pubblicato in molti altri paesi, “L’amico ritrovato” riscosse ovunque un’ovazione dalla critica e fu a più riprese esaltato da moltissimi quotidiani di rilievo: New Yorker, The Sunday Express, The Financial Times…
Scritto con un linguaggio semplice e diretto, questo libercolo non può che colpire dritto al cuore: il suo concetto di amicizia, i sacrifici che essa comporta, la amarezze che spesso dispensa sono tutti elementi centrali nell’opera e la rendono un capolavoro senza tempo. Vorrei comunque scusarmi con voi per essermi così dilungato sulla trama e sulla citazione dei dialoghi, ma credo che null’altro meglio delle stesse parole dei protagonisti potessero riportare il profondo senso di tristezza e, contemporaneamente, di speranza che pervade il libro.
Dichiarò, l’autore, Uhlman, poco prima di morire: “Si può sopravvivere con un solo libro”; di certo “L’amico ritrovato” lo ha consegnato all’immortalità, un’immortalità nata con “un ragazzo che venne a sedersi alla mia sinistra in un posto vuoto…”, come scriverà egli stesso nella propria autobiografia (!).
Prima di concludere, vorrei però rivelarvi il significato del titolo di libro che altrimenti sembra del tutto ingiustificato. Vi riporto i fatti, a voi il giudizio.
Quando Hans ricorda i fatti ivi narrati sono trascorsi oramai trent’anni, “ più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti – giorni ed anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito”; fu raggiunto in quei giorni da una richiesta di fondi proveniente dalla sua ex scuola superiore, missiva sulla quale erano riportati i nomi degli ex allievi morti durante la guerra. Dopo una forte incertezza iniziale, lesse i nomi riportati evitando di soffermarsi sui cognomi inizianti per H; infine dopo giorni di ansia, vinto dal desiderio di sapere, lesse:
“Von Hohenfels, Konradin, implicato nel complotto per uccidere Hitler. Giustiziato.”
L'ho letto, è davvero toccante! Ormai è un classico!