La valutazione di questo autore:
| Vantaggi: |
La ricostruzione storica, il cast e il ritmo andante (senza brio) . |
| Svantaggi: |
Malgrado gli sforzi contrari, la superficialità dei caratteri principali e delle loro motivazioni . |
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Sì |
(Achtung: lo scritto si protrae forse più di quanto dovrebbe, e presta il fianco a mie considerazioni personali su storia e politica del XX secolo: nessuno si senta obbligato alla lettura)
La Repubblica Federale Tedesca alla fine degli anni Sessanta fu scossa dal fremito transnazionale dei cosiddetti 'movimenti': in una temperie sociale di aspro conflitto, la frangia più impaziente e vendicativa della contestazione anarchica decise di opporsi alla repressione governativa di manifestazioni ancora prevalentemente pacifiche (contro la guerra americana in Vietnam, o contro il regime dello Scià di Persia) con la clandestinità e la risposta armata.
La
Rote Armee Fraktion , versione tedesca delle nostre BR, nacque dalla fusione di un'anima istintuale e di una visione ideologica: la prima fu incarnata da Andreas Baader (Moritz Bleibtreu), leader carismatico che in realtà si rivelò un rozzo bullo nichilista, la seconda fu invece rispecchiata dalla tragica parabola di Ulrike Meinhof (la mattatrice Martina Gedeck), già giornalista ed esponente del radicalismo di sinistra, che scelse di diventare la coscienza e la stratega politica di quella che la cronaca del tempo fece conoscere col nome di 'Banda Baader Meinhof', a conferma di come la personalità dei protagonisti avesse di gran lunga superato i presupposti politici della loro lotta.
Cinque anni dopo l'arresto dei due capibanda e in pieno dibattimento processuale, la RAF mette a segno, quasi per estrema vendetta, il suo colpo più sanguinoso nel rapimento e uccisione del presidente della Confindustria tedesca ed esponente della CDU (ma anche ex-nazista riciclato) Hanns-Martin Schleyer. L'azione, anche per merito del mastino della polizia antiterrorismo Horst Herold (Bruno Ganz), sarà l'ultima compiuta dai 'giustizieri del popolo': da lì in poi, il piombo di quegli anni si trasmuterà nell'acciaio delle sbarre.
Uli Edel è un regista ex-scomodo (suo "Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" nel 1981) che negli anni e attraverso le macerie dei muri ha mantenuto vivo l'interesse per la 'questione tedesca', quella ferita della cultura e della storia europea che seppe produrre le tragedie più immani e le divisioni più ulceranti nel cuore del Vecchio Continente. Temo che il sessantunenne di Neuenberg am Rhein abbia attraversato fasi non esaltanti della sua carriera, se è vero che negli ultimi quindici anni ha lavorato solo in tv dopo aver (ahilui) firmato quell'indecente obbrobrio di "Body of Evidence" (1993).
Eppure, forse un cineasta impegnato e decaduto era proprio la persona giusta per sedersi dietro la cinepresa e dirigere la sceneggiatura che Bernd Eichinger ("La caduta" nel 2004 e "Profumo - Storia di un assassino" nel 2006) ha tratto dal libro di Stefan Aust, campione di vendite in una Germania giustamente ancora molto consapevole di quale sia il terreno fresco in cui ha affondato le sue nuove unificate radici.
Del resto, negli ultimi anni si sono succeduti diversi film Gemacht in Deutschland di enorme interesse e/o di significativa bellezza (l'esempio più famoso è il premio Oscar "Le vite degli altri", ma menziono volentieri anche la rabbia di "Quattro minuti" e la redenzione de "La rosa bianca"), e "La banda Baader Meinhof" non fa altro che confermare come a Berlino e dintorni il cinema (e chi vi investe finanziandolo) goda di salute ottima e abbondante: non solo le idee sono frequentemente di notevole caratura, ma le risorse con cui le storie vengono ambientate e messe in scena denotano capacità produttive in tutto e per tutto degne di rivaleggiare con quelle della più importante industria cinematografica europea, quella francese, che però preferisce spendere i grandi budget per rivaleggiare con Hollywood sul terreno dei film di cassetta (con risultati artistici, a mio modesto parere, sconfortanti).
Su tre film da me visti (oltre a questo, "Le particelle elementari" e "Le vite degli altri"), per tre volte Martina Gedeck impersona una donna che finisce suicida: strano destino per questa grande attrice dell'odierno cinema europeo, capace di calare nelle forme classiche della sensualità 'da film' il destino di anti-eroine che sembrano scappate piangenti dalle tragedie di Euripide, e la loro psicologia che lega desiderio e morte come raramente mi è capitato di osservare in una singola interprete.
E' proprio la quarantasettenne bavarese la pietra angolare del film, e la cinepresa di Edel indugia sui suoi primi piani con l'intento di adoperare l'espressività di un personaggio-chiave per 'raccontare' il destino di tutti: il suo contraltare è Moritz Bleibtreu, già con lei ne "Le particelle elementari", che ha l'ingrato compito di dare anima e corpo ad un personaggio tuttora enigmatico. Li attorniano un drappello di attori tedeschi della nuova generazione, in cui spiccano le belle e fatali Joanna Wokalek nella parte della disinibita Gudrun Ensslin, storica fidanzata di Baader, e Nadia Uhl nei panni di Brigitte Mohnhaupt, ultima spietata pasionaria della RAF.
Se nel cast e nella (ri-)costruzione drammatica degli eventi il film onora uno standard di fascia medio-alta, con punte di merito nel ritmo, capace di non far pesare le due ore e mezza del minutaggio finale, e nell'efficace regia delle sequenze di sparatorie ed esplosioni (interessante lo schema d'attacco alla scorta di Schleyer, che verrà poi ripetuto dalle BR a via Fani), la consequenzialità del racconto mostra un po' la corda quando, nella sua fase preliminare, deve spiegare il passaggio di alcune teste calde dalla protesta chiassosa al combattimento vero: l'iniziale e complessivo 'pacifismo' del movimento anarchico tedesco (ed europeo) appare un po' troppo disarmato nelle sue premesse e al tempo stesso troppo aggressivo nei suoi slogan, e in quella 'zona grigia' lo spettatore perde un bel po' di contatto con i motivi autentici che spinsero Baader e Meinhof all'estrema risoluzione di una scelta violenta, tanto che la massima chiarezza ideologica si traduce in un testuale 'occhio per occhio, dente per dente' che oltre ad essere poco originale e molto datato (risale infatti all'Antico Testamento) suona anche sveltamente superficiale e solo funzionale allo scorrimento del film. Del resto, è un fatto (triste finché vogliamo, ma altrettanto acclarato e incontestabile) che, anche oggi, coloro che con più virulenza affollano le manifestazioni ostili ad azioni militari Usa sono pressoché insensibili a tutte le altre e più numerose guerre, dichiarate e non, che imbrattano di sangue e coscienza sporca l'abitino inamidato dei grandi consessi internazionali, i quali restano indispensabili politicamente, ma inutili e spesso grotteschi nel loro pomposo dispiegarsi sui teatri di crisi del mondo (vedansi le tante comparsate dei caschi blu dell'Onu in luoghi nei quali migliaia di innocenti vengono massacrati senza che loro muovano un ditino).
Questi pacifisti io li chiamo 'pacifinti' proprio per la loro natura ipocrita da un lato, e faziosamente violenta dall'altro: se ci si ispira a Gandhi non si può inneggiare (faccio un esempio) alla 'resistenza' irachena o ai martiri palestinesi, così come, allora, se si dichiarava autocratico e illiberale il regime della Repubblica Federale Tedesca, poi non si sarebbe dovuti andare in Giordania a farsi addestrare dai guerriglieri islamici direttamente al soldo della Lega Araba, ovvero di un club di monarchie assolute.
Non basta imbracciare il glorioso e indistruttibile Kalashnikov per avere qualcosa in comune con l'Ira, l'Eta o l'Olp: l'epica rivoluzionaria tramonta proprio quando, per ricorrere ad un ultimo esempio, l'epopea di Che Guevara si scontra con la normalizzazione castrista, ma anche nel momento in cui gli sfrontati aspiranti Eroi del Popolo pretendono di accasermarsi in un paese arabo prendendosi tintarelle nudiste sul tetto degli alloggiamenti, facendo gli sboroni del libero amore in faccia a gente il cui adulterio è punito dal codice penale, ovvero dal Corano.
Ancora una volta dunque, pur tentando con alterne fortune di spiegarne le pulsioni o motivazioni, un onesto film di ricostruzione storica giunge alla desolante conclusione che questa gente era accomunata, oltre che dalla solidarietà di branco identica a quella della banda della Magliana, da un accentuatissimo distacco nella percezione della realtà, ascrivendosi dunque, come i brigatisti di Bellocchio in "Buongiorno, notte", alla popolosa categoria dei dissociati mentali.
Il terrorismo, in tutte le sue forme, è un fenomeno forse non così recente, ma è solo nel XX secolo che questa pratica bellica si è giovata del rimbombante pulpito dei mass-media, capaci di diffondere ad un tempo la sua delirante esegesi e un proselitismo equivoco e sanguinario. Persino l'America, ben prima dell'11 settembre 2001, seppe trafficare nel bricolage del terrore-fai-da-te grazie al fanatico survivalista Timothy McVeigh, a segno con un'autobomba che causò 168 morti e quasi mille feriti a Oklahoma City nel 1995 (e giustiziato con iniezione letale sei anni dopo).
Ma è proprio nel Conflitto Mondiale da cui nasce la modernità in cui viviamo che sorse la potenza degli Stati Uniti, e sembrò incenerirsi quella del popolo colpevole di aver dato i natali a Beethoven e Goethe E MALGRADO QUESTO di essersi fatto ipnotizzare da Hitler: al di là del ribollire delle piazze, che sprizzò contestazione disordinata e rovente un po' in tutto il mondo, non è casuale che la protesta sessantottina produsse o esaltò nelle democrazie uscite vincitrici dalla guerra 'solo' ondate culturali (i figli dei fiori a Woodstock, la New Hollywood, il ribellismo del rock inglese, la pop-art di Liechtenstein e Wahrol) mentre nelle due dittature sconfitte, trasformate in democrazie a suon di bombardamenti (Italia e Germania), essa diede anche avvio a vere organizzazioni para-militari che tanto e tanto inutilmente insanguinarono la vita civile di due paesi destinati comunque a diventare parti cruciali di quella che oggi è l'Unione Europea.
I figli del nazismo e del fascismo (intendo dire: una piccolissima percentuale di loro), insofferenti alla distanza tra imprecisi sogni egualitari e realtà storica, e resi strabici da un malinteso ed ereditario senso di colpa, invece di comprendere a fondo la differenza tra chi propugnava il marxismo istituzionale a suon di carri armati e chi invece proponeva il modello completamente diverso in cui essi poterono farsi beffe della corte che li processava, si attorcigliarono nella follia solipsistica della 'lotta armata', ideale proseguimento del pacifismo peloso e ignorante di cui erano inizialmente i vessilliferi.
"The Baader Meinhof Complex" (questo il titolo della distribuzione internazionale) ha almeno questo enorme merito civile per cui si guadagna tranquillamente una sicura sufficienza: ci fa riflettere una volta di più sull'abissale vacuità morale di coloro che ci infersero colpi quasi mortali durante una stagione di cupa follia. Le 'sole' tre stellette anziché le più nobilitanti quattro sono dovute alla persistente sensazione di 'fiction' trascinata in sala proprio dalla struttura cinematograficamente importante del film, che evita di (o semplicemente non riesce a) far uscire le azioni dei protagonisti dalla loro risaputa mitologia (positiva o negativa a seconda del punto di vista), nella quale l'altrimenti più sfaccettato Baader è semplificato in un ottuso 'Scarface' pseudo-comunista, e la tormentata Meinhof è ridotta a un'affascinante ingenua, votata alla psicopatia reclusiva.
Resta comunque un'opera intensa e appassionata, che tutti gli adulti di ieri e oggi dovrebbero vedere, e che dunque consiglio più fervidamente di quanto suggerisca il mio giudizio sintetico.
Nelle celle extra-lusso messe loro a disposizione dal tribunale della Rft (letto a una piazza e mezza, scaffale libreria, tavolo e sedie, radio) affinché potessero difendersi da soli con il massimo della comodità concessa dal garantismo capitalista, ognuno di loro si tolse la vita, alimentando involontariamente la leggenda che fosse stato il governo di Bonn a farli 'suicidare'.
Non trovo migliore metafora per riassumere in un'unica gelida raffigurazione tutti questi combattenti ciechi e sordi, che si scagliarono contro cittadini inermi e istituzioni democraticamente elette in nome di un proletariato oppresso che esisteva solo nella loro testa, e al di là di un Muro che erano pagati per non guardare mai.
SCHEDA
LA BANDA BAADER-MEINHOF (Ger/Fra/Cze 2008, 150'). Regia: Uli Edel. Soggetto: Stefan Aust (dal libro omonimo). Sceneggiatura: Bernd Eichinger, Uli Edel. Fotografia: Rainer Klausmann. Montaggio: Alexander Berner. Scenografia e costumi: Bernd Lepel. Musiche originali: Peter Hinderthür, Florian Tessloff. Con Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Joanna Wokalek, Bruno Ganz, Simon Licht, Jan Josef Liefers, Alexandra Maria Lara, Heino Ferch, Nadja Uhl, Hannah Hertzsprung, Niels-Bruno Schmidt. (Voto: 6.5)
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Sangue sulla Germania
Valutazione del Prodotto La banda Baader Meinhof (U. Edel - Germania 2008) scritta da
Giallo_gugu
Vantaggi: La ricostruzione di un'epoca, la tensione
Svantaggi: L'eccessiva spettacolarizzazione dei crimini della Raf
...Fine anni Sessanta, l'Europa è sconvolta da un vento di cambiamento. I giovani vogliono finalmente prendere il futuro nelle loro mani e per fare questo protestano e si battono contro le società opulente ma illiberali costruite dai loro padri dopo la fine ...
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molto utile
31.10.2008
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troppe cose in troppo poco tempo
Valutazione del Prodotto La banda Baader Meinhof (U. Edel - Germania 2008) scritta da
colica
Vantaggi: attori decenti
Svantaggi: non riesce a coinvolgere
...Il film racconta dieci anni di attività del gruppo terroristico tedesco chiamato RAF. Nonostante una performance piuttosto convincente degli attori, il film non risulta interessante. La regia ha la presunzione di raccontare dieci anni in un paio d'ore, la ...
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29.12.2009
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