Il maestro post-coloniale, e il futuro
17.10.2008
Vantaggi:
L'estremo realismo, la costante tregua armata, la missione impossibile di un insegnante .
Svantaggi:
Nel docu - drama l'atmosfera è sempre tesa, e lascia un senso di poca speranza .
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Sì
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In un istituto d'istruzione secondaria della periferia parigina, la buona volontà del prof di lettere François (François Bégaudeau) è alle prese con l'intricatissimo mosaico etnico-culturale-psicocomportamentale di un paio di dozzine di ragazzi di quattordici anni i quali manifestano tutti - ma proprio tutti - i sintomi della moderna incontrollabilità degli adolescenti, aggravati dall'asfalto metropolitano dei sobborghi razzisti in cui questi cuccioli di uomo spuntano come funghi avvelenati. Un caso particolarmente grave di indisciplina porta il maliano Suleymane (Franck Keïta) davanti alla corte marziale della scuola, e François di fronte alla propria necessaria corresponsabilità. Nelle quattro mura di una classe come tante nascono mille domande, destinate a collidere tra loro, o con risposte assai meno numerose. Caso letterario del 2006 in Francia, "La classe-Entre les murs", scritto dall'ex-insegnante e ora critico cinematografico dei 'Cahiers du Cinéma' e scrittore François Bégaudeau, è stato tramutato in film dal bravo Laurent Cantet, regista da sempre attento allo svolgersi dei fenomeni sociali ("Risorse umane" nel 1999, "A tempo pieno" nel 2001, "Verso sud" nel 2005) e un po' a sorpresa ha sbaragliato la concorrenza a Cannes aggiudicandosi la Palma d'Oro, con giuria presieduta da Sean Penn. Ho avuto modo di sfogliare il libro, recentemente pubblicato in Italia da Einaudi, bazzicandone abusivamente alcune pagine davanti ad uno scaffale della Feltrinelli: per stile e contenuti, mi è parso somigliare molto alle migliori opere di Domenico Starnone, due delle quali in particolare divennero anch'esse film ("La scuola" di Daniele Luchetti nel 1995 e "Auguri, professore!" di Riccardo Milani nel 1997, sempre con Silvio Orlando nella parte dell'insegnante). La differenza più cruciale è che, mentre Starnone è stato trasposto con la fedeltà del tono leggero e comico (si ride amaro, ma pur sempre si ride), di cui Orlando rimane maschera pulcinelliana di esemplare efficacia, Cantet 'interpreta' il materiale di Bégaudeau utilizzando proprio l'autore come protagonista, e il suo corpo e la sua morfologia come tramite per traslare la commedia da 'Io speriamo che me la cavo' in salsa francofona verso il docu-drama sociale a metà tra il pessimismo civile del neo-realismo italiano e l'appello plurale alla comunione dei diversi, tipico dell'utopia mondialista e politicamente corretta in voga oggi nel campo dei progressisti moderati. Anziché un ritratto picaresco, casinaro e lieve ne esce allora una radiografia concitata, aguzza e per niente rassicurante sullo stato del mondo degli adulti prossimi venturi.
Film sociale, film corale: nella scelta di filmare veri professori e veri alunni di una vera scuola media della vera banlieue di una vera moderna metropoli del presente e del futuro, il regista scrive il manifesto ideologico e il libretto d'istruzioni di una Babele post-coloniale, in cui l'eroismo del pedagogo si schianta contro i muri portanti della struttura scolastica pubblica, ma anche contro i tramezzi interni delle separazioni razziali e culturali eretti dagli alunni stessi, e in tutta questa costrizione edilizia di ignoranza, buona volontà, schematismo istituzionale e personale desiderio di far apprendere ai giovani il mestiere di cittadino, emerge l'impresa immane e fisicamente impossibile di beneficiare allo stesso modo tutti gli alunni, di portarli avanti assieme senza strappi e disomogeneità. A tal proposito, un esercizio molto utile per me è stato quello di 'fare l'appello' a questa classe di ventiquattro adolescenti, trascrivendo integralmente tutti i loro nomi nella scheda, assieme a quelli degli altri personaggi (veri docenti e dirigenti, veri bidelli, veri genitori). Non solo la lista è lunghissima, ma ho dovuto fare attenzione a ricopiare per bene ogni nome proprio e cognome perché, molto semplicemente, erano quasi tutti africani, asiatici, magrebini o d'oltremare. Se ho fatto tutta questa fatica semplicemente nello scriverli, cosa dev'essere avere a che fare con i loro proprietari in carne ed ossa, cinque giorni la settimana, per nove mesi l'anno? Di solito penso e dico che il mestiere più difficile del mondo è essere genitori (non lo affermo per esperienza diretta, ma per come vedo crescere i bambini e ragazzi d'oggi). Sono più o meno sempre di questa idea, ma "La classe" me ne ha suggerito un degno corollario: il mestiere pagato più difficile del mondo è quello dell'insegnante. Infatti, se padri e madri devono affrontare lo sviluppo di coloro che si rivelano spesso alieni sfuggenti nel recinto della famiglia, è il professore (specialmente di alunni tra i 12 e i 16 anni) che li deve gestire come comunità, con tutte le complicate interazioni che la vita di gruppo o branco attiva e scatena nel ribollire di venti o trenta teste (paia di occhi, e paia di mani) conchiuse nel quadrangolo murale di un'aula. La cinepresa 16mm (dogmaticamente a spalla e senza sottofondi musicali di alcun tipo) concentra la focalizzazione del suo sguardo implacabile su François, sulle armi che usa per entrare in contatto con gli studenti (l'ironia, la sveltezza di fratello maggiore, la sapienza nell'incassare battutine e allusioni) ma anche sulla sua solitudine di argine inadeguato a contenere l'insofferente protervia di un popolo frammentato e senza memoria, quasi del tutto brado nella percezione di un'autorità che, pur operativamente necessaria, sembra preferire la ritirata strategica all'alternativa di sembrare razzista o sarkozyana. Un bel dilemma: i prof sono soldati mandati a combattere senz'armi, come il Padre Gabriel di "The Mission", e per riuscire a trasmettere qualcosa ai ragazzi sono costretti a percorrere il sentiero obliquo e sdrucciolevole della familiarità, che però li frega se solo scappa loro una parolina di troppo, che gli allievi sono sin troppo bravi a rivoltargli contro nelle apposite sedi disciplinari. Un brutto dilemma: la scuola, in quanto funzione basilare nella formazione della civiltà e del civismo, esige un egualitarismo irrintracciabile nella realtà, e dovrebbe inculcare informazioni utili alla vita (la lingua francese, in questo caso) ma anche principi di fondo su cui costruire una comune identità morale e umana (la lettura de 'Il diario di Anna Frank'); invece, i ragazzi di oggi 'parlano' meglio con le foto di un telefono cellulare e ti spiazzano raccontandoti di essersi appassionati alla lettura casuale di qualcosa che tu ti guardavi bene dal suggerir loro. Insomma, da qualunque lato lo si guardi, il labirinto della classe (luogo fisico ma anche steccato sociale, di istruzione, di reddito, di provenienza etnica ex-imperiale) è un groviglio di equivoci, un nodo a volte scorsoio di piccoli grandi ri(s)catti, destinato ad aggrovigliarsi ben più probabilmente che a sciogliersi, malgrado o forse proprio per la benintenzionata energia degli educatori, che vogliono sì essere moderni, ma anche sopravvivere in tanto illusoriamente regolamentato caos.
I ragazzi e le ragazze, bardati con tutti i marchi multinazionali del consumismo griffato o taroccato, emanano un desiderio quasi carnale di insegnare se stessi a noi, e in cambio purtroppo rifiutano (chi in maniera spaccona e conclamata, chi in silenzio e a tradimento) di apprendere il mondo, le nozioni e le gerarchie degli adulti. Nel bellissimo esercizio degli autoritratti, ognuno definisce la propria identità più quando elenca ciò che non gli piace che quando snocciola le cose che ama, come se l'imprinting del conflitto competitivo che dalla strada sale sino all'aula scolpisca l'auto-percezione e la consapevolezza in modo assai più adeguato e incisivo di quanto non riescano a fare i remoti sforzi pedagogici di uno Stato inclusivo e burocrate. Il cinema, con mia grande sorpresa, era pieno. Un cinema italiano pieno per una proiezione di un film francese dichiaratamente d'essai. Poi, origliando i commenti all'uscita, ho capito. Insegnanti. Docenti di cattedra o precari, professori di scuole pubbliche o private, maestri di giovani belve anche loro. Il passaparola professionale doveva aver reclutato tutti per l'appuntamento con un'opera semi-fictional nella quale, mi è parso di capire, si sono riconosciuti moltissimo, anche se la stratificazione multietnica in Italia ancora non è arrivata al livello di quella francese. Dunque, sì: se siete insegnanti di qualunque ordine e grado non dovreste perdervi "La classe-Entre les murs"; se invece non lo siete, beh, non dovreste lasciarvelo sfuggire comunque. Genitori o prossimi ad esserlo, ex-alunni ora adulti, persino veri allievi attualmente in forza ai ranghi scolastici dei licei (chi frequenta le medie credo invece sia un ancora un po' acerbo per questo film): il film di Cantet e le interpretazioni di Bégaudeau e dei ragazzi valgono una Palma d'Oro alla buona volontà e all'Autoritratto di Adesso, anche se, vi avviso, non ci sarà propriamente molto da divertirsi.
Quando un alunno è espulso da una scuola, il ministero della Pubblica Istruzione francese tranquillizza i genitori: vostro figlio sarà ri-scolarizzato quanto prima in un diverso istituto. Ma quando una nazione (che chiamiamo per comodità Europa) è espulsa dalla mente e dal cuore dei suoi ex-sudditi, che finiranno col popolarla in numero ben maggiore dei suoi abitanti originari, come e dove può essere ri-collocata? Tratteniamoci da una risposta goliardica e istintiva, e lasciamo che sia il futuro a darcela: ora come ora, preferisco non saperla. SCHEDA LA CLASSE (La classe-Entre les murs, Fra 2008, 128'). Regia: Laurent Cantet. Soggetto: François Bégaudeau (dal suo libro omonimo, edito in Italia da Einaudi). Sceneggiatura: François Bégaudeau, Laurent Cantet, Robin Campillo. Fotografia: Pierre Milon. Montaggio: Robin Campillo. Scenografia: Sabine Barthélémy, Hélène Bellanger. Costumi: Marie Le Garrec. Con François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja Rachidi, Juliette Demaille, Dalla Doucoure, Arthur Fogel, Damien Gomes, Louise Grinberg, Qifei Huang, Chien-wei Huang, Franck Keïta, Henriette Kasaruhanda, Lucie Landrevie, Agame Malembo-Emene, Rabah Naït Oufella, Carl Nanor, Esmeralda Ouertani, Bourak Özylmaz, Eva Paradiso, Angélica Sancio, Boubacar Touré, Justine Wu, Samantha Soupirot, Atouma Dioumassy, Nitany Gueyes, Vincent Caire, Oliver Dupeyron, Patrick Dureuil, Frédéric Faujas, Dorothée Guilbot, Cécile Lagarde, Anne Langlois, Yvette Mournetas, Vincent Robert, Anne Wallimann-Charpentier, Fatoumata Kanté, Abdoul Drahamane Sissoko, Adeline Fogel, Sezer Özylmaz, Wenlong Huang, Cheick Baba Doumbia, Marie-Antoinette Sorrente, Silma Aktar, Aline Zimierski, Stéphane Longour, Oliver Pasquier, Julie Athenol, Céline Spang, Marie-Laure Bulliard, Robert Demaille, Lingfeng Huang, Khalid Amrabt, Jean-Michel Simonet. (Voto: 7)
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16.10.2010 00:32
Il docu-dramma non mi è dispiaciuto , però "La scuola " di Daniele Luchetti lo trovo superiore. E non solo e non tanto per l'elemento puramente intrattenitivo (si ride , amaro , ma si ride come ben dici) , ma perchè più propositivo , più possibilista , più sfaccettato (soprattutto il parco docenti che nel film francese è un pò troppo standardizzato ed uniforme). Qui il senso di scoramento finale è senza appello e deprimente. Si , scopriamo con stupore che la sgallettata ha letto "La Repubblica" di Platone di sua spontanea volontà (e qui il prof rimane senza fiato per un attimo), ma che ha capito ? Poco o niente , sa solo che è fico perchè si fanno delle domande , ma lei? Che domande si è posta ? Niente , silenzio. Ma la mazzata finale eccola , esce per ultima dalla classe un alunna ,tra le meno integrate e brillanti , e che dice? "Io non ho imparato nulla prof durante l'anno" , e non lo dice con rabbia , ma con tristezza, "io prof , non so a cosa serva tutto questo" . Ma si , una cosa l'ha capita . le superiori dopo le medie non le vuole fare......e dall'altra parte solo frasi di circostanza , meglio farsi una partita a calcio , che ci puoi fare caro Francois?
27.03.2009 10:22
Ottima recensione, anche se a me questo film non è piaciuto per niente
07.02.2009 22:40
scusami, il giudizio è partito prima che potessi finire... fare l'insegnante credo che sia un mestiere davvero difficile... soprattuto se, come accade da noi si sceglie di farlo perchè si pensa (superficialmente) che si tratti di un posto di lavoro sicuro (quando diventi insegnante di ruolo, naturalmente) e che ti lascia tanto tempo libero (cosa che hai davvero, se lavori in maniera superficiale)... è invece una sfida continua... e la nostra avventura multietnica è appena agli inizi...