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Opinione

per La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005)
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3 Stelle Un misantropop a Burtonland Opinioni con immagini
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Raccomandato: Si

Vantaggi La solita ineguagliabile creatività cine-pittorica di Tim Burton; Johnny Depp che fa il mattocchio malinconico; la scioglievolezza di una favola stavolta più per bambini che per adulti.

Svantaggi La sceneggiatura con poche e facili strizzatine d'occhio; gli stacchetti musical degli Oompa-Loompa che già alla seconda uscita si fanno mal sopportare; la scelta di ovviare con l'espediente del parco tematico alla gracilità della storia.

Dettagli

Genere fantasy
Età minima per tutti
Regia buona
Attori decenti
Sceneggiatura mediocre
Colonna Sonora appropriata
Qualità Video (DVD):
continua

L'autore

brest Dal 7 feb 2001

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Nella grande città il piccolo Charlie Bucket (Freddie Highmore, già visto in "Neverland") vive con la famiglia in una catapecchia obliqua e scricchiolante: papà, mamma (Helena Bonham-Carter, che è poi la donna di Burton) e poker di nonni eternamente a letto (il più vispo dei quali è il David Kelly di "Svegliati, Ned") condividono con lo sveglio ragazzino il miracoloso tepore di una felicità modestica (modesta+domestica), per nulla condizionata da una dickensiana paradossale povertà.
Quando Charlie vince una visita alla misteriosa e ormai mitica Fabbrica di Cioccolato del misantropo genio dolciario Willy Wonka (Johnny Depp) inizierà per lui un viaggio straordinario e bizzarro, nella mente ancor prima che nell'officina di un infantile edipico demiurgo, così ansioso di regalare eredità, business e segreti industriali a quel bambino che più di ogni altro avrà dimostrato di meritarli, e tutto forse solo in cambio di un pranzo nel tepore appetitoso di quella crudele dolce prigione che è la famiglia.

Se anche Tim Burton si arrampica sull'albero della cuccagna del remake, rimuginavo tra me e me inoltrandomi tra le poltroncine del cinema in cerca della mia quinta fila, forse dovremmo preoccuparci tutti: il quarantottenne di Burbank, California, titolare di una delle filmografie più golose e proteiformi della Hollywood-bene (ossia di grandi incassi), già ci aveva provato con "Planet Of The Apes" nel 2001, con esiti di sostanziale superfluità.
Per uno che ha infilato gemme splendenti di originalità e specifica diversità artistica (dal gotico classico di "Batman" a quello sociale di "Edward Mani di Forbice", dal cinema ai pupazzi animati, dall'horror al grottesco, dal cavaliere decapitato di "Sleepy Hollow" ai marziani sghignazzanti di "Mars Attacks!", dall'ironica filologia di "Ed Wood" alla favola generazionale di "Big Fish"), evidentemente scorrere sui binari segnati da qualche grande classico del passato non è il massimo in termini di ispirazione e scatenamento della creatività: il pompato blockbuster fantascientifico sugli scimpanzé dominanti su una Terra parallela mi era sembrato tutto sommato una lussuosa scimmiottatura, ma stavolta l'antecedente di riferimento era nientemeno che una pietra miliare della letteratura (prima) e del cinema (poi) per ragazzi.

Diretto dal mestierante televisivo Mel Stuart e uscito nel 1971, "Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato" resta ancora oggi uno zuccheroso mattoncino con cui molti adulti di adesso ricordano di aver costruito i propri sogni di bambini: malgrado la fattura perlopiù artigianale e l'ingenuità degli effetti speciali, chi lo ha visto ne racconta con una meraviglia e una nostalgia che la dicono lunga sulla capacità delle favole (dei loro sapori, colori, suoni) di depositarsi in uno strato profondissimo della nostra coscienza dal quale nasceranno i criteri che da lì in poi assoceremo alle più elementari sensazioni di piacere, benessere e conforto. Per conferma, sono disponibili su questo sito una dozzina di opinioni (quasi 5 stellette di valutazione media) sul film che aveva in un bislacco Gene Wilder il sapido, iperglicemico mattatore.

Nel titolo originale del libro di Roald Dahl, Tim Burton restituisce la fabbrica di cioccolato al suo destinatario iniziale e finale, il prode intelligente Charlie, paradigma del 'bravo bambino' che stravince il confronto con i 'mostri' (l'obeso ingordo, la stra-viziata, la 'vincente', il 'genio') con cui si trova a condividere la visita guidata in un luogo rimasto inaccessibile al mondo per anni e anni.
Nei caseggiati che attorniano l'edificio industriale, ma ancor più nella fabbrica stessa, il regista ha modo di sfogare tutta la sua lussureggiante creatività, e qui l'aggiornamento del film del '71 trova terreno favorevole ad una cosmologia da acquolina in bocca, che fonde come burro di cacao Disney, Magritte, Dalì, Piranesi, più tutto l'Lsd dei sogni pop smaltati con i colori di Sgt. Pepper: gialli come sottomarini, blu come i fiori di Quenau, rosa come le giacche di Elton John, verdi come soffice erba fluorescente.

Imperatore solitario di questo regno indigesto e fantasmagorico è Willy Depp, ovvero l'Ambiguo Caronte.
Spiego: Johnny Depp ruba a Gene Wilder il personaggio di Willy Wonka e lo riveste con una corporeità esangue da poeta maledetto, come un innesto della vispa malinconia di Sbirulino sui lineamenti classici di George Best. L'effetto è bizzarro: da un lato veniamo urtati (urtati, più che sedotti) dalla vena effeminata della cipria, delle mossette, delle ciglia da viado d'alto bordo, che sbucano dalla tesa del cilindro posto lievemente di sbieco; dall'altro ci diverte e intenerisce la versione 'barbie' dell'ennesimo Peter Pan miliardario e isolazionista, affascinante nella carta argentata della confezione ma, dentro, solo soletto come un bambino auto-orfano di papà integralista odontoiatrico (nella fattispecie, un caricaturale Christopher Lee, ma sappiamo quanto Tim ami riesumare vecchi mostri sacri); in definitiva, questo traghettatore metà 'uomo in frac' di Modugno metà groupie di Freddie Mercury ci stordisce senza conquistarci, e ci fa tristezza più di quanto ci faccia riflettere.

Forse consapevole della complessiva ambiguità estetica del protagonista (peccato che la leggerezza di tocco del giocherellone Depp sia parzialmente compromessa dalle esigenze di un copione che lo vuole quasi ermafrodito), ecco che Burton tenta la rimonta sul versante della machinery ludica e onirica, e poiché la storia parla di una visita ad un mondo nascosto e meraviglioso, il film si tramuta presto in un parco tematico che, seguendo il filone delle prelibatezze e delle bizzarrie del cioccolato e dei dolci, ci porta per mano lungo un percorso a ostacoli, pieno di montagne russe, trappole, sorprese: sensazionale la nave vichinga disegnata sulle fattezze di un ippocampo (rosa shocking, ma che ve lo dico a fare…), scontato ma incantevole il fiume di cioccolato fuso, francamente insopportabili i plotoni dei canterini Oompa-Loompa (repliche computerizzate dell'attore Deep Roy), sorta di incrocio tra Al Bano e i playmobil, che avrebbero la funzione di infaticabili operai della fabbrica ma anche quella, veramente non richiesta, di coro greco all'insegna di siparietti musical che già al secondo giro sanno di stucchevole da un chilometro di distanza.
Alice nel Paese delle Meraviglie, Hansel e Gretel, Disneyworld da un trilione di calorie; Burtonland è un'attrazione immaginosa e ripetitiva (sfortunatamente la lunga sequenza dell'ascensore trasparente ricorda in modo troppo sospetto la scena della 'creazione dei mondi' che ho visto da poco in "Guida galattica per autostoppisti"), molto suadente alla vista e più lunga di quello che avremmo detto nella nostra percezione dello scorrere del tempo, indizio quest'ultimo di un film non esattamente indimenticabile.

Sublime leccornia per gli occhi, "Charlie e la fabbrica di cioccolato" non si può sconsigliare (è pur sempre un film di Tim Burton), ma occorrono molte prudenti guarnizioni di buon senso per goderlo appieno: la favola, contrariamente alle consuetudini del regista, è davvero rivolta molto più ai bambini che agli adulti, e occorre saperlo in anticipo per non essere poi stupiti dalla puerilità dell'assunto 'morale'.
L'esilità dell'impianto e dell'intreccio che faticosamente vi si dipana (una semplice sequenza di reiterazioni, ovvero la versione cinematografica di una filastrocca facilmente memorizzabile) è perfetta per divertire tutte le creature dai sei ai dieci anni; il cosiddetto 'contenuto' si risolve abbastanza sbrigativamente in un 'capitalismo spiegato ai Pòkemon', ovvero a quella generazione di bimbi e ragazzi totalmente avvezzi alla fruizione delle più sfrenate assurdità visive ma per i quali è ancora oscuro il legame tra avidità e ricchezza; la pedanteria deamicisiana della cantilena pedagogica (i bimbi viziati, presuntuosi e ingordi falliscono insieme ai loro inetti genitori, mentre trionferà la purezza del nostro eroe leale e curioso con allegato nonnetto) invece potrà stufare anche i piccoli, ben più scafati di quando noi trenta-quarantenni avevamo la loro età; tutti gli altri, siano essi genitori, badanti, zii acquisiti o semplici avventori, in mancanza di una storia davvero avvincente e di una sceneggiatura adulta, dovranno accontentarsi della 'solita' debordante ricchezza dell'astuccio di miniature del Burton scenografo, strapieno di idee, capricci e trovate da Luna Park dei sogni.

Tra tutte le sue giostre multicolori, io una nuvola di zucchero filato me la sono sbafata ma, proprio come accade con questo illusorio dolciume, alla fine la sensazione di bontà si è rivelata molto superiore alla sostanza: coccolando il palato senza riempire il pancino non si va molto lontano.
La prossima volta, Tim, meglio un bel Toblerone. Grazie.

SCHEDA
LA FABBRICA DI CIOCCOLATO (Charlie and the Chocolate Factory, Usa 2005, 115'). Regia: Tim Burton. Soggetto: Roald Dahl (dal proprio romanzo). Sceneggiatura: John August. Fotografia: Philippe Rousselot. Montaggio: Chris Lebenzon. Scenografia: Alex McDowell. Costumi: Alan McCosky, Gabriella Pescucci. Musiche originali: Danny Elfman. Con Johnny Depp, Freddie Highmore, David Kelly, Helena Bonham Carter, Noah Taylor, Missi Pyle, James Fox, Deep Roy. (Voto: 6)

Immagini

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Locandina americana
di brest brest

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Avete domande riguardo La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005)? Domanda
Pagina 1 di 14 | 1 - 5 di 66 commenti
  • apo1971 18/06/2010 18:22
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Mamma mia quante smielate chicche tutte nella stessa recensione , devo prendere appuntamento con il dentista. Io ho visto solo l'originale (che non mi è piaciuto , ma l'ho visto da adulto..... diciamo così) , a questo remake gli darò un'occhiata appena posso maestro ....... è pur sempre un film di Tim Burton come dice lei.

  • sabbiaevento 03/03/2009 20:21
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    Una di quelle tue godibilissime opinioni ricche di spunti ironici. Ti dirò in ogni caso che concordo su tutto. Anche se io il film l'ho visto isolo n TV (sento il tuo urlo di dolore...) ho avuto le stesse impressioni e reazioni. Ivi compresa quella di fastidio per il trucco di Depp...

  • delfinabizantina 13/05/2008 09:45
    Ha valutato l'opinione
    Eccellente

    adesso mi rendo conto che probabilmente io non ho mai visto un film di Tim Burton! A parte Batman

  • MIDNIGHTBLUES 04/08/2006 10:22

    eccellente recensione, come da cosuetudine. Il film ancora non l'ho visto per i contunui "ostracismi" della mia compagna. La versiona degli anni 70 mi aveva affascinato e spaventato. Prima o poi vedrò anche questo. ciao ciao

  • cezsec 18/04/2006 11:04
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
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