La ricerca della felicità (G. Muccino - USA 2006)

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La ricerca della felicità (G. Muccino - USA 2006)

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... Ammetto di essere in lieve imbarazzo nel riconoscere che, a dispetto della non richiesta astuzia della didascalia iniziale e anche dell'invasivo battage pubblicitario che il film ha avuto da noi, con Muccino che è apparso in ogni possibile talk-show, "La ricerca della felicità" è un bellissimo ... Leggi l'opinione





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1-6 di 121 opinioni    
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Mr. Smith goes to Frisco, e io con lui
Una Opinione di brest su La ricerca della felicità (G. Muccino - USA 2006)
06.02.2007


La valutazione di questo autore:   


Vantaggi: La sceneggiatura a orologeria, un grandioso Will Smith, la regia incalzante di Muccino e una colonna sonora da urlo .
Svantaggi: Le poche sbavature ruffiane, davvero meno invadenti del temuto .

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Opinione completa

San Francisco, 1981. Chris Gardner (Will Smith), fiducioso venditore di scanner per la densometria ossea e padre del tenero cinquenne Christopher (Jaden Smith, suo vero figlio), entra in crisi col lavoro e con la compagna Linda (Thandie Newton), che esasperata dalla precarietà economica se ne va a cercar fortuna a New York.
Chris insegue il sogno di essere assunto in una grossa società di brokeraggio, ma prima deve: a) sostenere uno stage senza stipendio per sei mesi, al termine del quale solo uno dei venti apprendisti sarà confermato e pagato; b) mantenere sé e suo figlio per quel periodo pur sapendo che il tempo per tentare di vendere gli scanner sarà pressoché nullo e dovrà arrangiarsi nei week-end; c) pagare affitti, multe e tasse arretrate che lo faranno sbattere prima fuori di casa e poi addirittura in guardina per una notte; d) correre col fiatone da un appuntamento di lavoro ad un dormitorio per i poveri, da una fermata d'autobus a una mensa pubblica, dalla scuola del figlio a Chinatown al suo ufficio nella city finanziaria.
Ogni uomo, secondo Thomas Jefferson, ha diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Charles Darwin, invece, sostiene che ogni essere vivente ha il diritto di lottare per una sopravvivenza che avverrà solo se gli altri saranno meno tenaci, meno forti, meno determinati di lui.
E nutriranno verso tutto una minor quantità di speranza.

Io invece nutro sempre un'enorme quantità di diffidenza verso tutti quei film che decidano di iniziare con la scritta: <<Tratto da una storia vera>>, o <<Ispirato a una storia vera>>.
Chi se ne frega? Voglio dire, ho pagato per un film, se ti sembra necessario dirmi che però racconta una storia realmente accaduta allora significa che vuoi mettere le mani avanti ('se il film non ti piacerà sono cavoli tuoi, perché la storia è vera') oppure condizionarmi d'anticipo ('occhio che 'sto film deve piacerti perché racconta una storia vera').
Un film e la realtà sono due cose diverse, sono certo che tutti gli spettatori che entrano in un cinema lo sanno. Ciò che conta è, nell'ordine: la RAPPRESENTAZIONE della realtà, che ha il dovere di rendere il film plausibile (fosse anche di fantascienza); la CREDIBILITA' dei ritratti psicologici, che permette ai personaggi di comportarsi in modo comprensibile e funzionale alle premesse; il FUNZIONAMENTO logico delle azioni mostrate, che consente l'immedesimazione e la partecipazione emotiva di chi assiste.
Ammetto di essere in lieve imbarazzo nel riconoscere che, a dispetto della non richiesta astuzia della didascalia iniziale e anche dell'invasivo battage pubblicitario che il film ha avuto da noi, con Muccino che è apparso in ogni possibile talk-show, "La ricerca della felicità" è un bellissimo film che soddisfa appieno i criteri che ho esposto sopra.
La cosa mi ha sorpreso: il film mi incuriosiva per molti motivi (la regia del nostro Muccino, la crescita di Will Smith certificata da una nomination all'Oscar, il boom al botteghino americano), ma non pensavo potesse essere così riuscito.
Il merito, secondo me, va ascritto principalmente alla sceneggiatura che Steve Conrad (già autore dello script di "The Weather Man", che a questo punto rimpiango di essermi fatto sfuggire) ha tratto dalla storia del vero Chris Gardner, prendendosi col permesso dell'interessato alcune 'licenze poetiche' ma facendo anche in modo che il nucleo della sua vicenda venisse esaltato nella direzione più propizia alla sensibilità del regista italiano, ovvero quella dei grandi insegnamenti del neorealismo e di "Ladri di biciclette" in particolare.

Rubik, De Sica, l'evoluzionismo sociale e la poesia del duro e immaginifico mestiere di genitore e padre: sgombro subito il campo dalla tentazione della 'critica socio-americana' e prendo atto che la storia mostrata potrebbe essere usata con la stessa efficacia come argomento per esaltare oppure per massacrare il modello di sviluppo competitivo della società Usa.
Chi avversa il sistema stellostrisciato avrà vita facile nel puntare il dito contro la povertà diffusa e la crudele disuguaglianza tra chi ce la fa e chi no; chi invece approva in generale l'American way of life non potrà non far notare che un mondo in cui un nero non istruito ottiene un lavoro così qualificato solo in virtù della sua intelligenza e della sua volontà, è senz'altro e di gran lunga migliore di altri pattern sociali, in cui, ad esempio, ad una schietta meritocrazia si preferiscono i tarallucci e il vino di un 'volemose bene, teniamo famiglia' che moltiplicato per gli ultimi sessant'anni ha prodotto il paese industrializzato meno evoluto del mondo.
Il cui nome, per i più distratti (e sì che ne ho messe, di virgole) comincia per "It" e finisce per "alia".

Quindi. Se il profilo ideologico conserva il doppio taglio usabile a scelta dai 'pro' e dagli 'anti' significa che la pura dialettica politica si neutralizza sullo sfondo, facendoci intuire che il punto, semplicemente, è un altro.
Come capì perfettamente il Benigni de "La vita è bella", pochi soggetti conservano un appeal così diffuso come le storie di padri e di figli.
Steve Conrad prende la biografia di Gardner e ne enfatizza le tonalità di avventura urbana, avente come protagonisti un ex-ottimista e il frutto del suo ottimismo, che ora con la sua semplice esistenza gli chiede conto di ogni scommessa perduta e di ciascun passo falso inciampato sin lì.
C'è un indimenticabile film di Frank Capra che si intitola "Il signor Smith va a Washington" ("Mr. Smith Goes to Washington", 1939, distribuito da noi dopo la guerra, in un'età dell'oro in cui i traduttori di titoli di film, appunto, traducevano fedelmente i titoli dei film), e in cui un altrettanto inobliabile James Stewart interpreta l'innocenza del popolo americano contrapposta agli intrallazzi dei suoi amministratori.
Siccome non vi è nessuno che come Capra abbia saputo incarnare e diffondere la pretesa 'bontà' dell'America nel mondo e nell'immaginario collettivo globale, e poiché l'impronta stilistica scelta da Muccino rimanda ad un'altra coeva cinematografia piena di umanità ma meno trionfalistica perché uscita dalle rovine materiali e morali di una tragedia nazionale (il conflitto disastroso, la guerra civile lacerante, i suoi tanti osceni epiloghi), ecco che ben due vene auree confluiscono qui in un più ampio fiume di suggestioni e rimandi, la cui reiterazione appena didascalica (le valigie degli scanner come la bici rubata all'attacchino di De Sica, il pupazzetto di Capitan America che viene abbandonato sul selciato dal bambino piangente) senz'altro svolge ANCHE la bieca funzione della luce riflessa in uno specchio per le allodole, ma che SOPRATTUTTO rinverdisce le radici profonde e nobili di chi ha saputo raccontare l'incognita e il dramma dell'esistenza umana usando gli elementi della quotidianità anziché le più facili metafore del cinema di genere (guerra, western, cappa e spada, poliziesco ecc.).

E poi. Io prima sento quello che un film mi dà, e mi fa provare. Solo dopo organizzo i pensieri e cerco di spiegare (prima a me stesso) tutti i perché.
"The Pursuit of Happyness" alla fine mi ha decisamente conquistato e commosso. Perché? Ecco alcuni elementi rintracciati nel blocco di appunti che tengo da qualche parte nella testa, e che si riempie di scarabocchi e rapidi elenchi soprattutto quando una pellicola stimola le mie cine-sinapsi.
Primo perché: Will Smith e la sua prodigiosa interpretazione da ragazzo invecchiato. La sua candidatura all'Oscar mi aveva fatto arricciare il naso, ma ora faccio ammenda e vi dico che l'ex principe di Bel Air cementa il film con una bravura e una partecipazione (fisica, gestuale, facciale) che difficilmente saranno dimenticate, e anche se non dovesse vincere una statuetta placcata oro di cui ormai non ha più veramente bisogno, credo che la sequenza finale di quando esce per strada, tra la folla, dopo che i capi gli hanno comunicato la loro decisione sulla sua assunzione, sia un piccolo capolavoro di recitazione e sceneggiatura davanti al quale sia necessario un piccolo bagno d'umiltà: coraggio, non siamo così sprovveduti o stupidi. Quello che è capace di toccarci dentro, per riuscirci, deve per forza essere riuscito a sintetizzare, in forma di impulso alle nostre sacche lacrimali, un qualcosa di simile alla verità della vita.
Secondo perché: Muccino, qualunque cosa pensiamo del suo presenzialismo pariolino o dell'irresistibile (ma ora tolta chirurgicamente, mi dicono) zeppola del fratello Silvio, ci sa fare. Qui elettrifica la sceneggiatura col fiatone maratoneta di un'incessante corsa a ostacoli, stabilendo col duo di protagonisti una bella sintonia di tempi e piani ravvicinati, che trova nella scena della 'macchina del tempo' il suo acme: Chris & Chris che giocano a schivare dinosauri inesistenti nella desolazione di una fermata undergound conclama l'identità tra coraggio e immaginazione, che rende padre e figlio quasi fratelli nella recita dell'esistenza.
Terzo perché: nel film scorre il sangue denso, il battito fluido e la pulsazione viscerale delle più belle sonorità 'black' che abbiano pervaso una pellicola non musicale da anni a questa parte. Potreste amare o no "Masquerade" di George Benson, oppure "A Father's Day" di Seal, o ancora "Feelin' Alright" di Joe Cocker, o infine "Jesus Children of America" e "Higher Ground" di Stevie Wonder, ma credetemi: quando ho sentito "Bridge Over Troubled Water" di Simon & Garfunkel cantata dalla voce di Roberta Flack, che incornicia una lunga sequenza di padre e figlio stretti uno sull'altro sconfitti dal sonno sui sedili adiacenti di un bus serale, ho potuto quasi passare il palmo della mia mano sulla carta vetrata della musica, traendone un senso di pace e inquietudine fuse insieme.
Il Quarto Perché coinvolgerebbe l'efficace ampiezza del cast multirazziale (sempre brava la dolente Thandie Newton, empatico e rooseveltiano il vecchio James Karen nella parte di Martin Frohm, patron della società), il Quinto la sapiente cucitura del montaggio, il Sesto l'uso complessivamente moderato delle troppo temute escursioni patetiche, inevitabili quando il co-protagonista è un bimbo.
Ma andremmo troppo per le lunghe.

Sappiate solo che "The Pursuit of Happyness" non propina emozioni remote di vicende mai vissute o improbabili. Non bersaglia il Nostro Eroe di proiettili, missili, o 'green shit' di un caccia alieno, ma con l'ineluttabile contabilità delle multe, del fisco, del padrone di casa. Non lo veste con tute spaziali o con la divisa borghese di un agente sotto copertura, ma invece gli misura addosso i panni disordinati di un imbianchino d'emergenza quando deve presentarsi al primo colloquio di accettazione al corso, e gli fa perdere una scarpa quando deve rientrare in ufficio dopo l'ennesimo contrattempo. Non lo fa combattere contro un Nemico Pubblico (lo stato, le istituzioni, l'agenzia delle entrate) ma lo fa dibattere nelle strettezze del servizio pubblico (trasporti, dormitori, mense di solidarietà) e in tutto questo va-e-vieni di incidenti, furti, ritrovamenti, piccole battaglie perse o pareggiate per un pelo, io mi sono dimenticato che per due ore piene non avevo sentito uno sparo, o visto una scena violenta, o sbirciato una nudità qualunque.
Eppure l'inseguimento di una 'y' di troppo mi aveva raccontato durezze, mi aveva mostrato spietatezza e sopportazione, mi aveva fatto guardare, quasi di nascosto, una vera storia d'amore.
Lo consiglio a tutti, indistintamente: sono pure riuscito a far tornare al cinema insieme mamma e papà (152 anni in due), che ne sono tornati entusiasti. Lo raccomando ben sapendo che alcuni, magari con motivi fondati, potranno stroncarlo o ridimensionarlo.
A me, ha toccato il cuore: quando Chris Gardner sfida il maledetto cubo di Rubik (mai riuscito a completare nemmeno una faccia, io, ma ricordo che ovviai scollando e riattaccando i quadratini adesivi: dite che vale?) per impressionare il funzionario che potrebbe ammetterlo allo stage, noi sappiamo che sta improvvisando, che non ha nessuna certezza di riuscire. Lo sappiamo perché il film, intelligentemente, ce lo ha mostrato in una sequenza precedente mentre ci arriva vicino e poi lo lascia lì, davanti ad un televisore dal quale Ronald Reagan tenta di spiegare alla nazione come risolvere l'altro rebus tridimensionale della recessione.
Chris suda, implora ancora un attimo, fa ruotare metodicamente la rapidità delle sue mani abili ma quasi vinte.
E poi ci riesce, a finire il fottuto cubo.

[Martin Frohm] <<Signor Gardner, lei cosa penserebbe se io ammettessi al corso un tizio che si è presentato al colloquio senza camicia?>>
[Chris Gardner] <<Che doveva avere un gran bel paio di pantaloni, signore>>.

SCHEDA
LA RICERCA DELLA FELICITA' (The Pursuit of Happyness, Usa 2006, 117'). Regia: Gabriele Muccino. Soggetto e sceneggiatura: Steve Conrad. Fotografia: Phedon Papamichael. Montaggio: Hughes Winborne. Musiche originali: Andrea Guerra. Scenografia: J. Michael Riva. Costumi: Sharen Davis. Con Will Smith, Jaden Smith, Thandie Newton, Brian Howe, James Karen, Dan Castellaneta. (Voto: 7.5)    
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01.05.2007
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Chris Gardner: la sua storia vera.
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18.02.2007
Una porzione di Felicità
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Svantaggi: Peccato per la banalità di alcuni particolari

...Sorprendente e incalzante ritorno alla regia (ma dall'altra parte dell'oceano) del nostrano Gabriele Muccino. La ricerca della felicità. Un film che racconta la storia vissuta di Chris Gardner, brillante venditore, ma con poca fortuna, nella San Francisco ... Leggi l'Opinione

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