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La vita poco rosa di una bimba semi-trovatella, allevata da una prostituta di buon cuore (Emmanuelle Seigner) e poi da un padre reduce contorsionista (Jean Paul Rouve): la piccola Édith vagola nelle periferie parigine vivendo d'espedienti e della propria voce di cantante di strada, sino a che, ormai giovane donna (Marion Cotillard), viene notata dall'impresario di café chantant Louis Leplée (Gérard Depardieu) che la fa esordire dinanzi ad un pubblico vero e agli addetti ai lavori. Il suo talento ribelle, faticosamente plasmato dal severo maestro Louis Barrier (Pascal Greggory), darà luogo al fenomeno di costume più 'francese' del ventesimo secolo, ma anche ad un'icona tragica sempre attraversata dal graffio violento del dolore. Abbracciata dall'America, nostalgica della sua Parigi perduta, l'invecchiato malato passerotto Edith tornerà a tramontare in Provenza sognando i ricordi, i trionfi, gli eventi di una vita veloce e crudele. E il pugile rubacuori Marcel Cerdan (Jean-Pierre Martins), l'amore della sua vita, che arriva da lei quel giorno invece di sparire col suo aeroplano nell'oceano. Quando chiude gli occhi per l'ultima volta è l'undici ottobre 1963, e quella raggrinzita vecchietta se ne svanisce dal mondo senza nemmeno aver compiuto quarantotto anni.
La 'biopic' musicale è un genere molto sfruttato dal cinema americano, che anche di recente ha saputo sfornare titoli molto premiati come "Ray" (Taylor Hackford 2004), "Walk The Line - Quando l'amore brucia l'anima" (James Mangold 2005), "Dreamgirls" (Bill Condon 2006): ero decisamente curioso di vedere come questa particolare tipologia di cinema 'cantato' venisse declinato alla biò-épique, al revisionismo francofono dei miti europei dei nostri dopoguerra, alla misura cinguettante ma al tempo stesso nostalgica e amara di uno stile artistico (nella composizione musicale, nel tono vocale e nell'interpretazione) così lontano dai pilastri americani di rock, rhythm & blues, soul e pop. Al comando delle operazioni si mette il quarantenne parigino Oliver Dahan, che dopo una gavetta televisiva nemmeno troppo lunga si vide affidare, nel 2004, il sostanzioso budget de "I fiumi di porpora 2 - Gli angeli dell'apocalisse", film la cui bruttezza invereconda ancora aleggia nei peggiori ricordi di parecchi ex-ottimisti spettatori di cinema. Questo precedente non mi condizionava: io avevo visto solo il primo dei due fiumi purpurei (diretto da Mathieu Kassovitz) e non mi era neanche dispiaciuto, mentre delle nefandezze del secondo ero stato solo informato da terzi, o dalla stampa.
Marion Cotillard l'avevo invece vista da poco nella commediola sentimentale "Un'ottima annata" (2006), diretta da Ridley Scott mentre era in vacanza nel sud della Francia. In quel romanzetto rosa a bassa gradazione alcolica, la trentaduenne parigina
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veniva esaltata nella sua bellezza castana e sofisticheggiante, come sensuale metafora dell'incanto della vecchia europa contrapposto al machismo azionario di matrice britannico-americana, incarnato dal ruvido irresistibile Russell Crowe. Ecco, ne "La vie en rose" la Cotillard esibisce un'insospettata coraggiosa duttilità interpretativa, trasformandosi da icona di una graziosità patinata in scricciolo da marciapiede, in orfana clochard canterina, in stella dello spettacolo aggrappata al proprio disordinato talento come a una fune sospesa nel vuoto. Quasi non la riconosciamo strizzata nelle spallucce impaurite rachitiche di una figlia del secolo nata dal ventre di una metropoli popolosa e indifferente: a momenti viene il sospetto che il nome e il cognome uguali non segnalino altro che una bizzarra omonimia, e che quella ragazzina mai completamente cresciuta nei suoi vestitini da marinaretta, nei suoi severi tailleur di scena, nelle sue vestaglie da esiliata di lusso e vecchia precoce non possa, non possa proprio essere la deliziosa francesina già intravista in "Big Fish" di Tim Burton (2004) e definitivamente esposta alla generalizzata adorazione maschile nella porosa soap opera di Ridley Scott, dell'inverno scorso. Dunque, onore al merito. Marion Cotillard riesce anche, in qualche scena, a cantare con la propria voce anziché essere doppiata (come in molte più occasioni) dalle cristalline registrazioni della vera Edith Piaf, che intona alcuni dei suoi più famosi successi mentre l'attrice cha la interpreta riproduce morfologicamente la sua fisicità racchiusa, la sua postura ingobbita e la sua personalità faticosa che spuntava dalla scena come un tronco d'ulivo dalla terra. La protagonista, le canzoni, la voce del passerotto Edith, le note delle musiche come udibile monumento di un'epoca. Le cose belle del film si fermano qui.E' con rammarico, infatti, che mi tocca informarvi di una pressoché completa assenza di vero cinema da questa lussuosa co-produzione anglo-francese aiutata da capitali e manodopera reperiti nella Repubblica Ceca (sempre più sfruttata dal cinema contemporaneo per l'adattabilità del centro storico di Praga nel sembrare, con pochi ritocchi, una qualunque città europea di cento anni fa): la mia speranza è stata disattesa, e l'elenco delle pecche de "La vie en rose" è ben più lungo di quello dei pregi. Il titolo italiano è, 'encore une fois', superfluamente inesatto. Quello originale è "La Môme", corrispondente al nomignolo confidenziale con cui era chiamata Édith, il cui cognome era già d'arte e non autentico, perché il precedente Gassion era stato mutato nella parola che l'argot parigino usa per il passero, piaf. Spaventati dall'inusuale nick francofono di dubbia pronuncia (secondo loro), i distributori nostrani scelgono allora un altro titolo, optando per quello di una delle più famose canzoni dell'artista, che però non verrà mai eseguita nel film. Insomma, per evitare un titolo in lingua originale ne usano un altro, sempre nella stessa lingua, solo perché viene ritenuto - a insindacabile giudizio di questi analisti dell'antropologia culturale - più evocativo e pregnante. Un po' come se un immaginario film italiano avente come protagonista il calciatore Christian Vieri e intitolato col suo conclamato soprannome "Bobo" venisse distribuito in Francia con il titolo "Beh, dai, so' contento, eh eh…", in omaggio al più frequente intercalare dell'attuale centravanti di riserva dell'Atalanta Bergamasca Calcio. Ma il titolo è il minore dei problemi, e per giunta, come abbiamo visto, nemmeno imputabile agli autori del film in sé: gli intoppi emotivi sono ben altri, e alla fine impediscono di 'entrare' nelle pieghe e nelle piaghe di una vita semi-dissoluta, di una corsa quasi parallela a quella dei decenni più sanguinosi e cruciali del secolo breve, di un'arte, quella della canzone popolare, che trasmutò nelle orecchie e nella mente delle persone grazie al talento di un'unica interprete epocale.
Come troppo spesso accade con le biografie, il desiderio di raccontare il più possibile inamida lo scorrimento degli eventi, attutisce il loro impatto drammatico e impone un'andatura sempre troppo galoppante che sfianca lo spettatore senza dargli il tempo di soffermarsi sui momenti-cardine della specifica esistenza raccontata. "La vie en rose" è una conferma flagrante di questa impostazione compilativa, e aggrava le sue già precarie potenzialità con una corsa ai quattro cantoni di flash-backs e flash-forwards, alternando, dopo un prologo lunghetto sugli anni di Édith prima bimba poi adolescente, da una parte la fanciullezza brada della ragazza inconsapevole del proprio valore (vissuta a Parigi nei bistrot, nell'indigenza e nella promiscuità) che viene scoperta come un fiore tra l'immondizia dal talent-scout Leplée (Gerard Dépardieu); dall'altra la conclamata malata celebrità della Piaf stella d'oltreoceano, musa del pubblico e degli intellettuali; dall'altra ancora il palcoscenico della Fine, lo sdraio del giardinetto di Grasse, le premure dell'ultima amica sul letto di morte. Il percorso è tortuoso nella sua configurazione, ma frullato a velocità supersonica nel suo svolgimento: mi sono perso in tutti e quattro questi romanzi, nel fogliettone dickensiano dell'incipit, nel racconto esistenzialista di periferia, nel dramma capotiano del jet-set da Grande Mela e pure nel crepuscolo alla Dorian Gray che sancisce e inquina l'epilogo. Obnubilato e sommerso, ho però la certezza che alcune cose importantissime non siano state spiegate: come muore Leplée? Dal film sembra che in qualche modo Édith fosse coinvolta ma non si capisce come. Come s'innamorano il passerotto e il campione? Il film ce li mostra già amanti newyorkesi, come se il solo dato di fatto dovesse bastare alla psicologia dei personaggi, o alla curiosità drammaturgica del pubblico. Un po' celebrazione di una leggenda, un po' ritratto di una donna che - come ebbe a dire giustamente Eldon Tyrell nel 2019 - per aver brillato con il doppio dello splendore dovette rassegnarsi a bruciare in metà tempo, "La vie en rose" è pigramente fuggita via da tutta la mia dispiegata buona volontà di conoscerla e capirla, facendomi passare gli ultimi sessanta minuti dei poderosissimi 140 totali nella speranza che ci fossero più canzoni, più siparietti musicati, più melodie zampettanti che mi aiutassero a trascorrere il tempo, perché davvero se basta una strofa della sua voce per capire perché la cantante Piaf divenne un Mito, non sono bastate due ore di costosa biografia filmata per farmi comprendere e accettare le ragioni, le aspirazioni, le motivazioni profonde che portarono l'essere umano Piaf a essere ciò che fu.
<<Non ! Rien de rien / Non ! Je ne regrette rien / Ni le bien qu'on m'a fait / Ni le mal tout ça m'est bien égal !>>
Diversamente dal piccolo anatroccolo ribelle divenuta cigno dell'immaginario collettivo francofono e non solo, io ho più di qualcosa da rimpiangere: che Dahan abbia voluto mischiare e mischiare i tarocchi senza sosta, quasi volesse vederli aumentare di numero, o cambiare verdetto; che l'isterico va-e-vieni tra diversi e diversamente lontani passati abbia così tanto annacquato la stretta emozionale da impedirmi addirittura di godere veramente dei pezzi cantati; che l'azzardo di una roulette biografica tanto pomposa nell'allestimento quanto tisica nel respiro si sia conclusa con una sorta di nulla di fatto, come se la pallina esausta, indecisa nel donarsi ad una casella rossa (la passione, le viscere, l'istinto vorace e incompreso) o ad una nera (la ricostruzione ambientale, il rigore filologico, il tracciato biografico), alla fine abbia incespicato nell'imprevedibile stallo dello Zero, evento statisticamente remoto visto che vanta solo una possibilità su 37 di accadere. Eppure, ciò che sembrava impossibile o almeno molto improbabile (fare un film noioso ed esangue servendosi di una delle vite più emblematiche e 'romantiche' del ventesimo secolo), è avvenuto.
Rien de rien ne va plus, mesdames et messieurs. Vorrei dirlo a bassa voce e senza sembrare arrogante: il Passerotto sublime meritava un epitaffio ben più vicino alla sua grandezza, alla bellezza della sua anima, alla sventura della sua sorte di angelo senz'ali.
SCHEDA LA VIE EN ROSE (La Môme, Fra/Gb/Rep. Ceca 2006, 140'). Regia: Oliver Dahan. Soggetto e sceneggiatura: Oliver Dahan e Isabelle Sobelman. Fotografia: Tetsuo Nagata. Montaggio: Richard Marizy. Scenografia: Olivier Raoux. Costumi: Marit Allen. Musiche originali: Christopher Gunning. Con Marion Cotillard, Sylvie Testud, Emmanuelle Seigner, Gérard Depardieu, Jean-Pierre Martins, Manon Chevalier, Pauline Burlet, Catherine Allégret. (Voto: 5.5)
Non fa per me caro Stefano, ma questa tua recensione è imperdibile arricchita come è da una famosa citazione del "lontano" 2019 (a proposito, togli quella doppia erre ad Eldon Tyrell, dovevi proprio avere la mente obnubilata per storpiare malamente il nome di un un grande genio).
Eccellente, come sempre, la tua opinione. Neanche a me sono piaciuti i flashback, ma il film è stato talmente osannato in Francia (l'ho visto durante il mio soggiorno a Lille), che non poteva non piacermi...
aspettavo con trepidazione questa pellicola, speravo di emozionarmi almeno un po' ( per farlo mi basta ascoltare 30 secondi una qualsiasi canzone del passero) ma invece noia noia noia
29.04.2011 10:59
Non fa per me caro Stefano, ma questa tua recensione è imperdibile arricchita come è da una famosa citazione del "lontano" 2019 (a proposito, togli quella doppia erre ad Eldon Tyrell, dovevi proprio avere la mente obnubilata per storpiare malamente il nome di un un grande genio).
29.12.2007 12:49
Eccellente, come sempre, la tua opinione. Neanche a me sono piaciuti i flashback, ma il film è stato talmente osannato in Francia (l'ho visto durante il mio soggiorno a Lille), che non poteva non piacermi...
30.08.2007 10:53
aspettavo con trepidazione questa pellicola, speravo di emozionarmi almeno un po' ( per farlo mi basta ascoltare 30 secondi una qualsiasi canzone del passero) ma invece noia noia noia