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Le avventure di Sherlock Holmes (Arthur Conan Doyle)

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Quando un personaggio acquista vita propria...

4  09.08.2003

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Molti,è il re degli investigatori

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Pochi, a volte il linguaggio è un pò datato .  .

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E’ già successo, recentemente, che io abbia parlato della controversa relazione che lega tra loro, in letteratura, un autore e il personaggio che gli ha dato la fama. E il caso più emblematico di questo rapporto di amore-odio, nell’ambito della letteratura poliziesca è rappresentato da Sir Arthur Conan Doyle e il suo celeberrimo detective, Sherlock Holmes…

Arthur Conan Doyle era nato il 22 Maggio del 1859 ad Edimburgo da una famiglia di origine irlandese che vantava nobili natali, ma, allo stato attuale delle cose, disponeva di una ridotta disponibilità economica, sicché, terminate le scuole dell’obbligo presso i gesuiti, il giovane Arthur dovette adattarsi a lavori di ogni tipo, prima per aiutare suo padre Charles, architetto titolare di un modesto impiego statale ai Lavori Pubblici, a mandare avanti la numerosa famiglia che comprendeva, oltre a lui, altri sei fratelli, e poi per pagarsi, almeno in parte, gli studi, presso la facoltà di Medicina dell’Università di Edimburgo, dove si era iscritto nel 1876 e si laureerà nel 1885. In questi anni, diviso tra i molteplici impegni di studio e lavoro, tuttavia, il giovane Conan Doyle riesce a trovare il tempo di appassionarsi alla letteratura, i suoi autori preferiti sono Sir Walter Scott con il suo “Ivanhoe” e Edgar Allan Poe e i suoi racconti polizieschi. Durante gli anni accademici, Conan Doyle aveva avuto come insegnante, tra gli altri, un celebre medico, il professor Joseph Bell, che, ritroverà, anche nell’ambulatorio dell’ospedale della sua città, divenendone quindi prima assistente e poi amico personale, durante il periodo di tirocinio che il giovane dottore compie, prima di imbarcarsi, nel 1880, su una baleniera, per la sua prima esperienza di lavoro vero e proprio, come medico di bordo che lo porterà a navigare per alcuni mesi sull’Oceano Atlantico, toccando poi le coste dell’Africa.

Tornato in patria e alla professione, Conan Doyle apre un ambulatorio medico a Southsea, un sobborgo di Portsmouth, senza troppa fortuna in verità, dal momento che il lavoro all’ambulatorio è così esiguo da lasciargli un considerevole numero di ore libere, che il giovane medico, memore delle letture che l’avevano così appassionato negli anni dell’infanzia, dedica all’invenzione e alla stesura di racconti polizieschi. Il suoi modelli d’ispirazione sono Auguste Dupin, l’acutissimo e stravagante investigatore creato dalla penna di Edgar Allan Poe e il Dottor Joseph Bell, il suo ex-insegnante del quale lo aveva sempre lasciato stupito e ammirato l’abilità quasi diabolica con cui riusciva a ricavare informazioni precisissime su qualsiasi persona si trovasse di fronte, grazie a uno sviluppato senso d’osservazione, abbinato a una logicità ferrea che permettevano quindi, al Dottor Bell di esprimere, in un lasso di tempo estremamente ridotto, diagnosi esatte al millesimo, frutto di un accurato quanto geniale processo di deduzioni. Conan Doyle pensa quindi di applicare alla risoluzione degli enigmi polizieschi ispirati ai racconti di Poe il metodo “scientifico” del Dottor Bell, convinto che da queste premesse possa nascere il personaggio di un investigatore ancora più strabiliante di Dupin, destinato a diventare sia l’idolo di centinaia di lettori che il trampolino di lancio ideale verso la gloria letteraria, obiettivo ormai palese di un giovane dottore che, come scritto in una lettera alla madre di quel periodo, pensava ormai “di poter diventare qualcosa di più che un semplice medico di bordo”.

Nel 1887 Conan Doyle da alle stampe il suo primo romanzo poliziesco, intitolato “Uno studio in rosso”. Nelle prime pagine del libro, facciamo la conoscenza del dottor John Watson, un medico militare appena tornato in patria, a Londra, reduce da una campagna in Afghanistan, dove ha rimediato la grave ferita che l’ha costretto a farsi rimpatriare. Ora, il primo pensiero del dottor Watson è quello di trovare un alloggio decente nella metropoli londinese a buon prezzo e, quindi, dopo aver sentito la proposta, fattagli da un suo vecchio amico, di un appartamento in Baker Street, il cui affitto sarebbe stato da dividere con un coinquilino, il reduce si lascia condurre senza esitazioni all’abitazione di quello che dovrebbe essere il suo futuro compagno di appartamento, un individuo un po’ bizzarro che risponde al nome di Sherlock Holmes. Appena si trova di fronte ad Holmes(un uomo di altezza notevole, con un naso aquilino e la fronte larga), Watson ha la sorpresa di sentirsi dire “Vedo che è appena tornato dall’Afghanistan”, senza che lui abbia spiccicato nemmeno una parola. Prima che il medico abbia modo di riaversi dalla sorpresa, Holmes accetta l’idea e così i due si ritrovano a dividere lo stesso appartamento, affidati alle cure della padrona di casa, la signora Hudson. Watson è incuriosito dal suo coinquilino dai modi quantomeno stravaganti(a giornate di febbrile attività nel suo laboratorio Holmes alterna periodi di ozio assoluto) e dalle conoscenze ora lacunose ora immense(sa tutto di Chimica e Fisica, nulla di Letteratura o Astronomia), ma è anche intimorito da una personalità così eccentrica al punto che non osa chiedergli direttamente cosa faccia esattamente nella vita, finchè, un giorno, nel corso di una discussione, Holmes gli rivela di essere una sorta di “consulente investigativo”, che fornisce le sue conoscenze e il suo acume alla polizia per la risoluzione di casi particolarmente difficili, per i quali un normale poliziotto non basta……..

Il successo di “Uno studio in rosso” è buono, al punto da permettere a Conan Doyle di lasciare del tutto la professione medica per dedicarsi interamente alla letteratura: ”Il segno dei quattro”, secondo romanzo con protagonista Sherlock Holmes, è pubblicato nel 1890 e incontra un favore di pubblico senza eguali nella storia della letteratura poliziesca, con vendite record in Inghilterra e negli Stati Uniti. Da questo momento in poi, Holmes e Watson entrano nell’immaginario collettivo di centinaia di lettori, regalando al loro creatore la popolarità che cercava e che Conan Doyle pensa di sfruttare per conquistare fama e credibilità anche in altri campi, che ritiene più nobili della letteratura poliziesca come il romanzo storico(“La compagnia bianca” del 1891 e “Le avventure del colonnello Gerard” del 1896) oppure il giornalismo(memorabili i suoi reportage della guerra anglo-boera del 1902, per il quale fu insignito del titolo di Baronetto e quelli sulla prima Guerra mondiale del 1914).

Tuttavia, nonostante l’indubbio valore di queste sua altre opere, nessuna di loro aveva mai eguagliato il successo di pubblico dei racconti con protagonista Sherlock Holmes e Conan Doyle continuava ad essere identificato dalla totalità dei suoi lettori esclusivamente come il creatore del celebre detective, la cui fama ormai era di gran lunga superiore a quella del suo inventore, che iniziava quindi a temere di essere ormai marchiato a vita come autore di racconti polizieschi, mentre erano ben altri i meriti per cui sperava di entrare nella storia della Letteratura. Sempre più prigioniero della fama del suo personaggio, sempre più oberato di pressanti richieste dal suo editore per dare nuove avventure al pubblico dei lettori di Sherlock Holmes, alla fine Conan Doyle optò per una soluzione estrema, la più radicale possibile, in modo da recidere ogni legame tra se e la sua ormai troppo ingombrante creatura.

Nel 1896 Conan Doyle consegnò al suo editore un racconto dall’emblematico titolo “Il problema finale”. Sin dalle parole d’esordio del dottor Watson, dai tempi di “Uno studio in rosso” biografo ufficiale del detective, capiamo che il suo sarà un racconto tragico, quello dell’ultima inchiesta di Sherlock Holmes: dopo aver ricevuto delle minacce da parte del Prof. Moriarty, geniale matematico divenuto il capo di una organizzazione criminale, Holmes aveva dato vita a un duello infinito con quest’ultimo, che lo aveva costretto a giocare d’astuzia e a evitare di coinvolgere in qualsiasi modo il suo vecchio compagno di avventure, al cui tuttavia ora si vede costretto a chiedere aiuto, per debellare in qualsiasi modo la minaccia di Moriarty, anche a costo della sua stessa vita. Le vicende del racconto portano i due, infine, sulle Alpi Svizzere, dove si svolge il duello mortale tra Holmes e il suo avversario: dopo una colluttazione i due precipitano entrambi in una cascata e al dottor Watson, giunto sul posto in un secondo momento, non resta che esprimere il suo più profondo cordoglio per “l’uomo migliore che l’umanità abbia mai avuto”.

Con la pubblicazione di “Il problema finale”, Conan Doyle pensava di aver chiuso i conti per sempre con il suo personaggio, nei confronti del quale provava ormai una forma acuta di idiosincrasia, acuita anche dal suo crescente interesse per le scienze occulte(da questo hobby nasceranno nel 1922 “I racconti del mistero e del terrore”, omaggio alla narrativa del maestro di sempre Edgar Allan Poe) che lo allontanava inesorabilmente dal suo eroe, sempre così freddo e razionale. Lo scrittore però non aveva tenuto in debita considerazione la reazione di un pubblico per il quale Sherlock Holmes aveva assunto ormai la statura di leggenda. E le leggende sono immortali. Quindi, all’editore e all’autore stesso arrivarono centinaia e centinaia di lettere di protesa da parte di lettori furibondi e per niente disposti ad accettare la prematura scomparsa del loro eroe. Lo scrittore prese tempo, provò a glissare sulla questione ma, alla fine, costretto anche dallo scarso interesse che il pubblico dimostrava per le altre sue opere, tornò sui suoi passi e dalla sua penna uscirono nuovamente dei racconti con protagonista l’infallibile investigatore, prova lampante che tra i due era lui il più forte.

Dopo la pubblicazione de “Il ritorno di Sherlock Holmes”(1901), Conan Doyle riprese anche a farne il protagonista dei suoi romanzi, con l’uscita di quello che è forse il più famoso dei libri del detective, “Il mastino dei Baskerville”(1902) in cui Holmes e Watson si trovano ad affrontare una sinistra leggenda, una maledizione che sembra incombere, implacabile ed inesorabile, su una famiglia di nobili scozzesi, destinati a perire, uno dopo l’altro sotto i colpi di una figura mostruosa che assume le sembianze di un enorme mastino che di notte appare ululando, terrorizzando gli abitanti del luogo. In seguito vennero dati alle stampe l’ultimo romanzo della serie, intitolato “La valle della paura”(1903) e una nuova serie di racconti, riuniti poi in varie raccolte, ultime tappe di una carriera che ebbe termine definitivamente con la morte di Conan Doyle nel 1930.

Una carriera letteraria quantomeno ricca ed eterogenea, dunque, con un “corpus” di opere anche di notevole valore, eppure segnata irrimediabilmente da un solo personaggio, il cui ascendente presso il pubblico era talmente forte da condizionare, come abbiamo visto, le stesse decisioni del suo autore, che, quindi, in un singolare quanto beffardo ribaltamento dei ruoli, si trovava ad essere in completa balia della sua creatura, divenuta quindi prima una sorta di Frankeinstein dotato di volontà propria e poi un ingombrante alter ego, tanto definita e forte era la sua personalità. Il detective che Conan Doyle aveva concepito quasi a tavolino allo scopo di colpire il pubblico e assicurargli la tanto agognata fama era riuscito nell’impresa, ma le conseguenze erano state di gran lunga superiori alle aspettative del suo creatore che da quel momento in poi avrebbe diviso il resto della sua esistenza con il suo eroe di fantasia, del quale tra l’altro, detestava il modo di ragionare, improntato a un razionalismo estremo, senza alcuna concessione all’ignoto, del quale Conan Doyle aveva un rispetto misto a un superstizioso terrore. I pacati rimproveri che il dottor Watson muove al suo compagno di avventure, nel corso delle storie, riguardo la sua estrema freddezza, non sono altro che l’espressione del punto di vista di un autore che, inutilmente cerca di destrutturare un personaggio dotato di troppo carisma ai suoi occhi, talmente ben caratterizzato in ogni suo tratto fisico e psicologico(quale dei lettori potrà mai dimenticare la famosa iniezione di cocaina, soluzione al sette per cento, con cui il detective teneva allenata la sua mente nei rari momenti di inattività?) da surclassare ben presto, nei gusti dei lettori il suo celebre predecessore Dupin e poi, assieme al fedele Watson, “canonizzare” l’intero filone del romanzo poliziesco che, da allora, non ha potuto prescindere dai parametri imposti da Holmes, a partire dalla coppia “investigatore-spalla un po’ ingenua”, per giungere al metodo scientifico da adottare nel corso delle indagini, i colpi di scena, il commissario di polizia inetto da aiutare per poi, sull’onda delle trasposizioni operate da altri media(ricorderemo qui soltanto i celebri sceneggiati radiofonici in cui venne coniata tra l’altro la frase che più di ogni altra caratterizzerà il personaggio, il famigerato “Elementare, mio caro Watson”, la serie di film degli anni’30 con protagonista l’attore Basil Rathbone e infine il divertissement di Billy Wilder, “La vita privata di Sherlock Holmes” basato sul romanzo apocrifo “Soluzione sette per cento”) colonizzare anche l’immaginario delle nuove generazioni di lettori, assicurandosi così una popolarità che sfida le leggi del tempo. Sherlock Holmes ha dato al suo autore la fama, ma una fama di gran lunga inferiore a quella che il Destino(o il favore del pubblico) ha riservato a lui stesso, situazione al limite del paradosso che Conan Doyle non poté mai né capire né accettare, la sua creazione gli aveva rubato la scena, si era imposto a furor di popolo come primo attore, un ruolo che non avrebbe mai più lasciato.

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htsoft

htsoft

13.08.2003 18:52

Parlo del pubblico televisivo non a caso, in quanto il pubblico letterario ha gia espresso da tempo le sue preferenze per autori ben noti...

htsoft

htsoft

13.08.2003 18:51

Notevole biografia di Doyle, oggi purtroppo del personaggio di Holmes ne rimane solo la leggenda, ed a poco sono valsi i suoi emuli (non ultima la signora in giallo), la ricerca del colpevole per prove indiziare è digerita sempre meno dal pubblico televisivo, che, anzi, preferisce sempre più l'aderenza alla realtà...

snail

snail

12.08.2003 12:45

ma accorciarle un pochino? (sic!)

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