La valutazione di questo autore:
| Vantaggi: |
Senso dell'inquadratura, Lluís Homar . |
| Svantaggi: |
Compiacimento dell'intrigo fine a se stesso, ritmo diseguale . |
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Sì |
Mateo Blanco (Lluís Homar) era un regista cinematografico, ma ora la sua nuova vita da cieco lo limita al mestiere di sceneggiatore, per il quale ha scelto l’identità pseudonima di Harry Caine. Gli dà una mano, a scrivere e nella vita di tutti i giorni, il simpatico Diego (Tamar Novas), ventenne figlio della sua produttrice Judith (Blanca Portillo); quando un giorno bussa alla sua porta il sedicente Ray X (Rubén Ochandiano), figlio dell’appena deceduto magnate Ernesto Martel (José Luis Gómez), Harry/Mateo è costretto al lancinante ricordo di quattordici anni prima, quando i suoi occhi ancora vedenti inquadrarono l’amore a prima vista per la sensuale Lena (Penélope Cruz), protagonista dell’ultimo film da lui diretto prima del buio, ma anche donna di Martel, a sua volta finanziatore della pellicola.
Tra i colori di Madrid e l’oceano lunare di Lanzarote corre il filo teso tra memoria malamente sepolta e vendette lungamente covate, mentre sembra che nulla possa ridare la gioia di vedere a colui che con lo sguardo viveva, lavorava, amava.
Un momento: forse, non proprio nulla.
Sembra superfluo scriverlo ancora, e ancora: tutte le volte che esce un nuovo film di Pedro Almodóvar è OBBLIGATORIO programmare un ingresso al cinema. Non è poi così importante, in fondo, che tutti i suoi film siano veri capolavori: alcuni a mio avviso sono ‘solo’ opere intriganti (“Légami” nel 1990, “Kika - Un corpo in prestito” nel 1993, “Il fiore del mio segreto” nel 1995) e, mentre solitamente le sue saghe femminili portano ben impresse le stimmate dell’arte più pura (“Donne sull’orlo di una crisi di nervi” nel 1988, “Tutto su mia madre” nel 1999, “Parla con lei” nel 2002, “Volver” nel 2006), quando Pedrito ha voluto genuflettersi troppo ossequiosamente alla nostalgica liturgia del
noir (“Tacchi a spillo” nel 1991, “La mala educación” nel 2004) a mio avviso quella debordante genuinità psicologica da sempre alla base della magica vitalità del suo cinema, ha finito col disperdersi in rivoli troppo numerosi e interrotti per dare luogo a film forti e convincenti.
Sfortunatamente, “Gli abbracci spezzati” va ascritto proprio a quest’ultima categoria, per la precisione nel sottogruppo del cosiddetto
meta-cinema , incarnato da quei film che parlano (come già “La mala educación”, per l’appunto) della storia di un film, o di un racconto narrato per immagini, o di persone che operano nell’ambiente del cinema, siano essi inermi attori, tormentati registi o indaffarati produttori.
In verità, l’impostazione di questo diciottesimo lungometraggio dell’ormai sessantenne castigliano è calzante e del tutto efficace: sia per la maestria compositiva con cui PA raduna i frammenti della storia disponendone sin dall’incipit cardini e priorità; sia per l’indovinata adeguatezza di un cast nel quale, anche se i lanci-stampa e le anticipazioni di trailer e inquadrature hanno avuto come fulcro la popolare bellezza di Penélope Cruz, è il da me sconosciuto Lluís Homar a rubare la scena con la doppia interpretazione dello scrittore cieco nel presente narrativo e del regista innamorato nel passato inserito con lunghi fluidi flash-backs. Sorta di Patrick Swayze invecchiato (come il celebre protagonista di “Dirty Dancing” e “Ghost” non potrà più essere, poveretto lui), Homar mantiene i tratti virili di maschio dominante e consapevole, ingentiliti però dalle movenze e dall’espressione triste e sconfitta che sa disegnarsi in volto nella sua bellissima (e, a quanto posso dire io, notevolmente credibile) interpretazione dell’uomo non più vedente, bisognoso di belle ragazze che lo aiutino ad attraversare la strada (cieco o non cieco, Harry resta un bel marpione) e di un programma vocale computerizzato per la navigazione di windows.
L’altra colonna portante della storia è Judith, cui la brava e intensa Blanca Portillo conferisce la giusta ansia materna, equamente distribuita sul figlio dj e sullo scrittore, e l’indispensabile bagaglio di segreti dal cui peso le mamme (poco o tanto) sembrano essere sempre gravate in ogni circostanza della vita: nella loro dialettica fatta di sguardi sottintesi e scomodi silenzi, l’ingresso di Lena/Penélope Cruz, auspice un vecchio ossessionato con cui PA cita direttamente il Claude Rains di “Notorious” o il George Macready di “Gilda” (e a cui il bravo José Luis Gómez riesce a infondere un tormento gelido e vendicativo), porta l’elemento esplosivo della passione e del sesso, purtroppo ‘sporcando’ con questa invasione di campo la tessitura di un rapporto che era stato fotografato con delicata e matura amarezza.
Già: stavolta Almodóvar non riesce a far rifulgere la Cruz come gli era riuscito meravigliosamente in “Tutto su mia madre” e soprattutto in “Volver”, vittimizzandola in un ruolo (l’attrice fallita cui viene regalata un’ultima chance) che forse toglie alla splendida trentacinquenne madrilena l’invincibile candore di una dea del popolo, e la carica invece della cappa soffocante fabbricata coi ricordi mitici di Rita Hayworth, Ingrid Bergman, Jeanne Moreau, appiattendone molto l’innata empatia e le ubertose potenzialità espressive.
Il film ‘nero’, grondante colpa, rimpianti, rabbia e desiderio di vendetta, è mescolato al mestiere del cinema, e quindi ha nell’immagine (nel suo potere di indiscrezione, rivelazione, minaccia) il suo nucleo incandescente: laddove PA è chiamato a ribadire il suo sconfinato talento di ‘arredatore di inquadrature’ “Gli abbracci spezzati” vale ancora il prezzo del biglietto, perché oggi sembra che nessuno come Pedro sappia rendere al tempo stesso
desiderabile e
abitabile il mondo fisico (le strade, i luoghi ma soprattutto le case, le stanze) in cui i suoi personaggi si muovono, come tra le quinte di un quotidiano teatro dei sogni, dove ogni elemento interno alla cornice filmica (sia esso un tendaggio, un quadro, il colore di una parete, il ruolo narrativo e psicologico di una libreria, la visibile importanza di un accessorio, un
affiche , una lampada) contribuisce a contestualizzare ogni personaggio nel proprio ambiente e gli spettatori con il ‘mondo interiore’ di ciascun carattere rappresentato; viceversa, mi è sembrato che l’ossessione per il monologo esteriore della soggettiva continua (il backstage girato da Ray X), combinato con la descrizione di due innamoramenti (quello ossessivo di Martel e quello amoroso di Blanco, entrambi carnalmente passionali) abbia decisamente indebolito l’impatto del racconto così intrecciato, impedendomi di concentrarmi su almeno uno dei filoni narrativi che mi scorrevano davanti, e che mi hanno invece lambito sinuosamente, lasciandosi ignorare dal mio desiderio di capire e immedesimarmi.
Il confezionamento in sé non mi ha creato problemi, e mi rendo conto che un commento musicale esageratamente enfatico come mi è sembrato quello di Alberto Iglesias è però funzionale alla sottolineatura di genere, così come il trucco pesantissimo del cinema muto serviva a sostituire l’espressione della parola e a surrogare l’assenza dei colori; del resto, anche il nostro Tornatore fece fare una cosa simile al suo fedele Ennio Morricone per “La sconosciuta”, e quello era stato un filmone. Piuttosto, per un film che sembra reggersi su complesse e intricate relazioni di causa-effetto, tra l’altro rette sul precario equilibrio dei ricordi e appoggiate sul piano inclinato di livelli temporali differenti, qualche ‘buco’ di troppo la sceneggiatura lo lascia, soprattutto in relazione al drammatico epilogo della love-story canaria e ai suoi presupposti mai del tutto chiariti; ancora, il fenomeno agnitivo della ‘rivelazione’ su una paternità (non troppo) a sorpresa, coglie Diego eccessivamente blasé per uno che ha passato i primi (e unici) vent’anni della propria vita convinto di non poter mai conoscere chi l’ha co-generato.
L’effetto complessivo è dunque di freddo distacco dagli eventi e dai sentimenti di chi ne è coinvolto, che si riverbera sul pubblico (perlomeno, su quell’infinitesima parte di esso che io sono) sotto forma di passiva contemplazione della fondamentale bellezza della ‘materia’ filmica (inquadrature, montaggio, movimenti di macchina, scenografie, interconnessioni fra tutte queste cose) e di refrattarietà all’assorbimento emozionale della ‘materia’ narrativa (fatti, colpi di scena e stati psico-esistenziali che li hanno innescati).
Il film è una piccola delusione, insomma, anche se naturalmente dovuta in buona parte al livello poco meno che stratosferico del suo artefice, autore di diversi capolavori e dunque obbligato a confrontarsi con aspettative sempre acuminate.
Ciò malgrado, “Gli abbracci spezzati” non mi è certo dispiaciuto in assoluto, e anche se trovo distonico il titolo e certamente malato di auto-compiacimento l’intreccio, sarei un pazzo se affermassi che si tratta di un brutto film: ergo, ‘sei’ di stima e tre stellette di ciao-sufficienza, ma una raccomandazione articolata e non entusiasta, rivolta a diverse tipologie di pubblico potenziale: i grandi
aficionados del loggione almodovariano, che sempre e comunque godono dell’inconfondibile personalità della sua eleganza multicolore, della sua cinefilia, della sua modernità; i romantici disincantati; gli adoratori del ‘bello’ in senso visivo (arredatori, scenografi, costumisti, sia per lavoro che per hobby); infine, chi è incuriosito dalle maestranze attoriali lontane dalla consuetudine hollywoodiana o divistica in genere. A tutti quelli che non si riconoscono in alcuna delle categorie qui elencate, consiglio invece o di ridimensionare prudentemente le aspettative, o di conservarle intatte per una più tranquilla e meno dispendiosa visione domestica (tra l’altro molto più accomodante nei confronti dell’andamento a-ritmico del film).
Ipnotizzati da una femmina come perfino Pedro può essere, due uomini situati all’opposto del mondo possibile collidono sul sottile quasi inesistente spessore di una pellicola: di un film, in un senso, perché la celluloide che contiene la materia di cui sono fatti i sogni raggiunge al massimo un quinto di millimetro; della vendetta, in un altro, perché come lo strangolante abbraccio del cellophane avvolge e soffoca lo sviluppo di una storia troppo piena di fascino per essere davvero affascinante, e troppo innamorata di sé per amare qualcun altro, dentro o fuori dallo schermo.
Chissà che pensano, di quei pazzi tutti seduti a fissare immagini di luce, coloro che vivono lì dentro, mossi in quel rettangolo a mimare il dolore per farcelo provare di meno.
SCHEDA
GLI ABBRACCI SPEZZATI (Los abrazos rotos, Spa 2009, 127’). Regia, soggetto e sceneggiatura: Pedro Almodóvar. Fotografia: Rodrigo Prieto. Montaggio: José Salcedo. Scenografia: Antxón Gómez. Costumi: Sonia Grande. Musiche originali: Alberto Iglesias. Con Penélope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo, José Luis Gómez, Rubén Ochandiano, Tamar Novas, Ángela Molina, Chus Lampreave, Kiti Manver, Lola Dueñas, Manola Fuentes, Carmen Machi. (Voto: 6)
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mauiruggi
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molto utile
08.01.2010
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Amore e cinema
Valutazione del Prodotto Gli abbracci spezzati - Los Abrazos Rotos (P. Almodóvar - Spagna 2008) scritta da
stefy1970
Vantaggi: attori, regia
Svantaggi: flash back, finale
Il film ci fa scoprire a poco a poco il passato dello sceneggiatore, in passato regista, Mateo Blanco (Lluís Homar), che ora si fa chiamare Harry Caine, vive nella cecità e cercando di dimenticare il passato. L’uomo continua a fare il suo lavo ...
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Gli utenti Ciao hanno valutato questa opinione mediamente molto utile |
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molto utile
19.11.2009
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cinema, unico amore
Valutazione del Prodotto Gli abbracci spezzati - Los Abrazos Rotos (P. Almodóvar - Spagna 2008) scritta da
iriloves
Vantaggi: bellissimo
Svantaggi: nessuno
Ciao a tutti amici di ciao. Beh questo week end pre-natalizio mi hanno portato un po’ di malinconia così ho deciso di andare al cinema a vedermi un bel film. “Gli abbracci spezzati”, questo il titolo del film che sabato pomeriggio ho visto e che mi ha c ...
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molto utile
13.01.2010
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Gli abbracci spezzati - Un Almodovar, poco Almodovar
Valutazione del Prodotto Gli abbracci spezzati - Los Abrazos Rotos (P. Almodóvar - Spagna 2008) scritta da
selene80
Vantaggi: L'EMOZIONE, L'INTERPRETAZIONE
Svantaggi: CHI AMA ALMODOVAR NON NE RICONOSCE LO STILE
Mateo (Lluis Omar), Lena (Penelope Cruz), Judit (Blanca Portillo) e Ernesto (José Luis Gomez) sono i protagonisti di una storia che ha come tema portante l’amore, quello tra Matteo, regista cinematografico, e Lena, attrice e tra Judit, agente di Matteo e ...
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molto utile
19.11.2009
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