Made in Japan (Live Recording) - Deep Purple

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Made in Japan (Live Recording) - Deep Purple

Hard Rock - Registrazione: Live - 2 CD - Casa Discografica: Warner Archives, EMI - Distributore: Arvato Services, EMI Operations/CEVA Logistics - Data...

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32 opinioni degli utenti

Opinione su "Made in Japan (Live Recording) - Deep Purple"

pubblicata 02/10/2003 | caio_g
Iscritto da : 24/08/2003
Opinioni : 351
Fiducie ricevute : 90
Su di me :
Ottimo
Vantaggi La perfezione hard-rock
Svantaggi Nisba
molto utile
Qualità dei testi
Qualità della musica
Voce artista

"La musica del Sol Levante"

Deep Purple, Led Zeppelin, Formula Tre: quando volevo fare “il grande”, da bimbo, buttavo lì i nomi di qualche gruppo "straniero" che sentivo nominare da mio zio e la Formula Tre, perché piaceva a mia cugina. Per quanto mi riguarda, ricordo che per un certo periodo mi piaceva una canzone di Jimmy Fontana…! Qualche anno e qualche centimetro più tardi, ho scoperto che quei nomi non erano miti che aleggiavano semplicemente nella fantasia di un bimbo, ma qualcosa di tangibile, di vero. In effetti, “Made in Japan” dei Deep Purple, doppio album dal vivo del 1972, più di qualunque altro disco, ha rappresentato per il sottoscritto una linea di demarcazione tra “il prima” e “il dopo”: prima c’erano Sanremo, Canzonissima, Gran Varietà (oltre ai comici, ogni tanto si sentiva qualche cantante), i fratelli Bella (Marcella e Gianni; io impazzivo per “Montagne verdi”) e quando mi sentivo particolarmente coraggioso, Edoardo Bennato (“Burattino senza fili”); dopo, il diluvio.
Parlerò di “Made in Japan” seguendo la scaletta errata della cassetta che ha sconvolto la mia vita di ascoltatore musicale (facciate 1 e 2 invertite), così per ricreare l’atmosfera giusta nella mia mente.

Ian Gillan introduce brevemente “Smoke on the water” e poi Blackmore si produce in uno dei riff più famosi della storia dell’hard rock: chi non lo conosce? La chitarra se ne va solitaria fino all’arrivo della batteria di Ian Paice, che invita il basso e infine la voce. Sembra quasi la presentazione della band, un modo perfetto per iniziare il doppio live, non fosse che l’autore della registrazione della mia cassetta, aveva erroneamente invertito i due lati del primo disco; ancora oggi, per me la scaletta perfetta del disco è questa. Il primo assolo è per la chitarra di Blackmore, il secondo per le tastiere di Jon Lord, impegnati lungo tutto l’album in una battaglia di ego difficilmente definibile. Il finale del brano è già un assaggio: con il semplice sottofondo dei piatti di Ian Paice, chitarra e tastiere si lanciano una sfida sullo stesso motivo, fino al crash finale. È facile capire che il gruppo, oltre ad essere in uno stato di grazia, è anche ad una specie di capolinea egocentrico difficilmente risolvibile.
“The mule” è introdotto da un riff di tastiere, con le classiche svisate di Blackmore a punteggiare e la voce di Gillan che si concede per una brevissima apparizione. Il tutto sembra riassumibile in “Signore e signori, ecco a voi Ian Paice!!!”. L’assolo di batteria era una noiosa consuetudine per l’hard rock di quei tempi, però, forse per la grande passione di Paice per il jazz e i ritmi inconsueti, “The mule” non solo riesce a non annoiare, ma in alcuni momenti è anche intrigante con i suoi stacchi e le sue rullate, i cambi secchi di ritmo e il coinvolgimento del pubblico. Finale affidato a Jon Lord e alle sue tastiere, guardato a vista dalla chitarra di Blackmore.
La cassetta continua il viaggio (mentre sul piatto si gira il disco) sull’autostrada stellare di “Highway star”. Timida introduzione di Jon Lord e poi spazio alla protagonista assoluta del brano, la Stratocaster di Blackmore. “Highway star” è anche la rappresentazione perfetta del gruppo in quel momento: coesione assoluta, intesa perfetta, nulla fuori posto e una prestazione vocale di Gillan da incorniciare. Dopo le prime due strofe, spazio al primo assolo di Lord, essenziale e senza picchi particolari, altra strofa e arriviamo al momento cruciale del brano: l’assolo di Blackmore è quasi indescrivibile, quasi non si riesce a capire quante dita abbia quest’uomo per riuscire a imbastire una meraviglia del genere. L’autostrada galattica sfreccia ormai senza limiti di velocità sotto all’astronave Deep Purple e il finale è una pura formalità svolta con scioltezza da navigati viaggiatori.
È il momento di una breve pausa. La lunga introduzione lento-melodica di “Child in time” è solo il preludio alla canzone di Ian Gillan. La versione di studio, da “In rock”, è splendida e secca, ma questa di “Made in Japan” supera qualsiasi limite. Ho un ricordo preciso di persone assolutamente digiune di hard rock, che rimanevano affascinate dai vocalizzi di Gillan di “Child in time”; in effetti, come si può resistere? Dopo la prima strofa e i primi vocalizzi di Gillan, è Blackmore che s’incarica di guidarci attraverso il tempo con un lungo assolo sostenuto da una sezione ritmica velocissima. Uno stop improvviso ci riporta nel silenzio; i tenui ricami di tastiere di Jon Lord richiamano la voce di Gillan, che si avventura nella seconda strofa: i suoi vocalizzi sembrano ancora più epici del primo giro. Il finale è da cardiopalmo, introdotto dall’andatura tipo “marcia” di Paice e dal mescolamento degli strumenti che sembrano incrociarsi in un nodo irrisolvibile. Ancora una magia dopo trent’anni.
È ora di cambiare disco, mentre la mia cassettina continua imperterrita la sua corsa. È sempre l’ugola di Ian Gillan a monopolizzare l’attenzione in “Strange kind of woman”, anche singolo di successo per il gruppo inglese. Con un ritornello memorabile e memorizzabile in due secondi (il tempo di ascoltarlo), il brano sviluppa un finale da leggenda: un dialogo voce-pubblico, in questo caso con la partecipazione straordinaria di una chitarra che imita la voce, anche se potrebbe essere il contrario, la voce che imita la chitarra. Per gli amanti delle statistiche, il grido finale di Gillan dura dieci secondi.
Un breve scambio vocale di Gillan con il pubblico, tanto per saggiare il coinvolgimento e un mini conflitto Blackmore-Lord, tanto per non dimenticare che la lotta è sempre aperta, introducono i suoni spaziali di “Lazy”, il pezzo più insolito, “fuori”, dell’intero doppio. La primissima parte sembra raccontare una battaglia dell’Enterprise, ma quando il fuoco si placa, Lord si produce in un ritmo bluesato con accenti jazz. È la calma che precede la tempesta del riff in comune di Blackmore e Lord. Solito scambio di assoli chitarra/tastiere e poi la voce di Gillan che placa gli animi, sempre su accenti bluesati e con tanto di armonica. Prima del “solito” finale, un breve stacchetto di chitarra con una sezione ritmica che mi ricorda tanto il liscio nostrano…
Si gira il disco e anche la mia cassetta C90, per il gran finale. “Space truckin’” è l’apoteosi, quasi venti minuti divisi in due parti nettamente distinte: la prima è “classica”, uno splendido riff di tastiere, un grande Gillan e un altro grande esempio di unità perfetta tra le varie entità del gruppo. La prima parte sfuma nelle atmosfere orientali di un lunghissimo viaggio tra ghirigori di tastiere e interventi inquietanti di chitarra, questi ultimi tra il silenzio quasi generale. Il finale da tregenda, che conclude praticamente ogni canzone, potrebbe risultare monotono dopo sei brani, ma in questo caso è talmente lungo e “catastrofico”, da lasciare senza fiato. Quando anche l’ultima flebile nota di tastiera si spegne, il pubblico è ammutolito. Ho sempre cercato di immaginarmi la scena, gli occhi sbarrati della gente, l’incapacità anche solo di applaudire, l’incredulità di fronte a ciò che avevano sentito. Dopo qualche secondo interminabile, un timido applauso si leva dalla platea, raccogliendone a mano a mano degli altri, per concludere il doppio album con un’ovazione ritmata che fa venire la pelle d’oca. Sullo sfondo, una voce che sembra quasi stanca dopo un viaggio così impegnativo.
“Space truckin’” era seguita spesso da “Lucille” di Little Richard, ma nella mia mente immaginavo la folla che distrutta lasciava la sala con un ricordo indelebile nella memoria. Fantasie di ragazzo.
“Made in Japan” trova ancora pochi rivali nel suo ambito musicale; a parte le disquisizioni e le diatribe hard-rock/altre musiche o altri ritmi, un disco fondamentale per il sottoscritto. Ugh, ho detto.


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Commenti su questa Opinione

  • sabbiaevento pubblicata 24/04/2004
    Augh, hai detto bene!
  • pixx pubblicata 10/12/2003
    E'vero anch'io ho sempre considerato Smoke on the water l'inizio del disco!
  • T_REX pubblicata 03/10/2003
    Come al solito delle tue opinioni ci si deve fidare e basta, leggere, meditare ed andare indietro nel tempo: Tokyo-Osaka, agosto 1972...Il live per antonomasia. PS c'è qualcuno che non abbia ascoltato almeno una volta questo disco?
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Informazioni sul prodotto : Made in Japan (Live Recording) - Deep Purple

Descrizione del fabbricante del prodotto

Hard Rock - Registrazione: Live - 2 CD - Casa Discografica: Warner Archives, EMI - Distributore: Arvato Services, EMI Operations/CEVA Logistics - Data di Pubblicazione: 19/01/1998 - EAN: 724385786426

Caratteristiche Tecniche

EAN: 724385786426

Ciao

Su Ciao da: 11/07/2011