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Vantaggi se ne andranno
Svantaggi per i mafiosi
Di acqua sotto i ponti, da quando il ministro delle infrastrutture Lunardi disse che con la Mafia bisognava convivere, ne è passata molta. Nel frattempo l'impegno di Governo e Parlamento nel contrasto del fenomeno mafioso è stato più che altro puro esercizio verbale. La Mafia, intesa in senso più generale come fenomeno di criminalità organizzata, controlla di fatto almeno tre grandi regioni del nostro Paese, Sicilia, Campania e Calabria, ed estende i suoi tentacoli in molte altre. Le forze dell'ordine, vuoi in uomini o in mezzi, appaiono inadeguate ad affrontare l'ordinaria amministrazioni, figuriamoci le emergenze!
Dal punto di vista della legislazione di contrasto al fenomeno mafioso si è fatto ben poco, semmai alcune delle leggi in materia di giustizia sembrano più favorire che colpire la criminalità. Sembra che l'impegno posto negli anni scorsi si sia alquanto affievolito e poco rassicurano le azioni del pur volenteroso ministro Pisanu. Il quale, dopo l'ultimo delitto in Calabria, l'uccisione di Fortugno, ha promesso un maggior impegno e l'invio nella regione di uomini a rinforzo di quelli già presenti. E ha anche detto che questi "rinforzi" sarebbero arrivati da altre regioni, evitando così ogni condizionamento ambientale. Non rendendosi conto, forse, che con una tale affermazione non rendeva certo onore agli agenti e ai carabinieri calabresi che ne risultano indirettamente tacciati di collusione, sia pure involontaria. Dire che forze dell'ordine arriveranno da altrove per evitare possibili condizionamenti vuol dire sospettare che quelle locali quei condizionamenti li subiscono. E credo che se in qualche caso ciò è anche possibile che avvenga, ciò non può essere assunto per una generalizzazione che offende il lavoro degli onesti.
Ho detto di una legislazione di scarso impegno. Ma sarebbe meglio dire una legislazione che rasenta il favoreggiamento. Proporre ed approvare leggi che cancellano fattispecie di reato o ne riducono laperseguibilità non può che favorire ogni forma di criminalità ed aprire la strada ad un uso spregiudicato della legislazione da parte di una criminalità organizzata che oggi non è più soltanto rurale ma abbraccia campi di azione altamente modernizzati. Il riciclaggio del denaro sporco passa attraverso una fitta rete di società, di prestanome, e si avvale di mafiosi dai "colletti bianchi", esperti di finanza, di bilancio societario, di informatica.
A capire per primo che il mezzo primo e più efficace di colpire la mafia era toccarla nel punto più sensibile e cioè il profitto, il denaro, fu il compianto Pio La Torre, segretario del partito comunista in Sicilia, che, assieme all'allora ministro degli Interni (oggi vicepresidente del CSM) Virginio Rognoni propose la legge che porta i loro nomi. La Torre non vide approvata quella legge perchè il 30 aprile 1982 venne assassinato dalla Mafia. E nemmeno questo delitto bastò a farla approvare. Avvenne invece qualche mese dopo, quando la Mafia assassinò il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L'onda di sdegno fu tale che anche i più irriducibili pseudo garantisti dovettero cedere all'indignazione generale. Quella legge, pur applicata tra mille difficoltà e lentezze, consentì di infliggere duri colpi alla Mafia. L'effetto congiunto dei sequestri di beni e dell'azione tenacemente portata avanti da giudici come Falcone e Borsellino, aveva fatto pensare che finalmente lo Stato avesse intrapreso la strada di un efficace opera di contrasto alla criminalità organizzata. Falcone e Borsellino, abbandonati a loro stessi da un potere spesso ignaro e a volte colluso, furono assassinati, l'azione giudiziaria fu oggetto di una vera e propria opera demolitoria che ne ridusse l'efficacia.
Restava ancora la legge Rognoni- La Torre. Che avrebbe oggi ancora più senso anche in relazioni agli allarmi lanciati dalle autorità di polizia locali e relativi alle possibili intrusioni mafiose negli appalti delle grandi opere nel Sud Italia, prima fra tutte quella del Ponte sullo Stretto.
Una legge che, nel corso di questi anni ha consentito di sottrarre alla Mafia una parte consistente dei suoi guadagni illeciti:
in 23 anni sono stati confiscati 1081 beni immobili in Sicilia, 617 in Calabria, 544 in Campania, 172 in puglia che sommati a quelli in altre regioni ove la Mafia e le altre organizzazioni criminali avevano investito i proventi dei crimini portano il totale a 6566. Quasi settecento sono le aziende strappate alla gestione dei vari capi mafiosi.
Esempi clamorosi non mancano: il castello dove abitava Cutolo ad Ottaviano ora non è più suo, vi ha sede il Parco Nazionale del Vesuvio, un'azienda di calcestruzzo a Trapani di proprietà dei Virga è oggi una cooperativa gestita dagli stessi dipendenti. O la villa di Giuseppe Morabito, detto "tiradritto", a Salerno che oggi ospita un commissariato di PS.
Perchè una delle cose migliori di questa legge Rognoni-La Torre è che prevede anche che i beni sequestrati in via definitiva passino allo Stato che li può destinare ad attività istituzionali o assegnare ad organizzazioni cooperative o di volontariato, ad iniziative imprenditoriali giovanili, ad edilizia popolare.
Quantificare quanto abbia "perso" la Mafia e la criminalità in genere, è impossibile. Ma oggi vi sono cooperative di giovani che lavorano e producono sulle terre tolte ai boss (ai Brusca di San Giuseppe Jato, ai Gerace di Partinico, i Capizzi di Monreale, i Cannella di prizzi). Pasta, olio, prodotti agricoli che che hanno oggi il profumo e il valore aggiunti di un impegno serio anticriminalità.
La Mafia, la criminalità orghanizzata, teme più che la galera la perdita della "roba". Un mese di carcere è meno doloroso della perdita di un euro, una loro casa che diventi una scuola è un affronto intollerabile.
E fino a ieri pareva quasi che fossero rassegnati, i vecchi boss, al fatto che lo Stato si sarebbe portata via una fetta consistente dei loro profitti. Dopo le stragi siciliane del 1992 non era che si facessero soverchie illusioni. Fino a ieri.
Perchè adesso, e non da ieri soltanto, il vento sembra aver cambiato direzione.
Il 17 ottobre scorso la Camera dei deputati (e la minuscola è d'obbligo) si apprestava a discutere e votare una nuova legge che di fatto avrebbe reso impraticabile la Rognoni-La Torre e avrebbe aperto le porte alla restituzione ai mafiosi, o a loro prestanome o parenti, dei beni sequestrati. Avrebbe cancellato le cooperative, le Scuole, e quant'altro, ridando alla Mafia quella fetta di profitti che sembrava per lei irrimediabilmente perduta.
L'uccisione di Fortugno in Calabria consigliò prudenza e la discussione fu rinviata. Rinviata, non accantonata. Il pudore di certi "onorevoli" ha evidentemente una scadenza temporale.
Il 15 novembre quella legge sarà di nuovo all'ordine del giorno di Montecitorio. E, in base alla pura forza dei numeri e anche alle non troppo nascoste connivenze di certi, non mancherà del voto favorevole della maggioranza.
La nuova legge prevede che, senza limite alcuno di tempo, chiunque possa dimostrare di avere un qualsiasi titolo giuridico per opporsi al sequestro e all'alienazione di beni sequestrati possa richiederne la restituzione. E' una modifica sostanziale della parte della legge Rognoni-La Torre che prevede il riutilizzo dei beni mafiosi sequestrati.
In nome di un malinteso "garantismo" si azzera non solo un elemento di sviluppo sociale e di occupazione, ma un efficace mezzo di contrasto alla criminalità
Secondo don Viotti, fondatore del Gruppo Abele e di "Libera" un'associazione che raggruppa oltre mille associazioni di volontariato e promozione sociale, "vogliono rendere precaria la confisca, vanificare il lavoro di chi è impegnato nella difficilissima opera di indicviduazione e di riutilizzo sociale dei beni mafiosi".
In Sicilia si diceva un tempo che "con l'antimafia non si mangia". Una concezione che realtà come "Libera Terra" o la cooperativa "Placido Rizzotto" stavano ribaltando. E che si vuole oggi cancellare.
Applicare la legge Rognoni-La Torre non è mai stato semplici, i tempi giudiziari e burocratici sono sempre lunghi. Ma ora a questo si vuole aggiungere l'incondizionata possibilità di rendere vana qualsiasi confisca. Non sarà certo difficile ai boss trovare chi, in un modo o nell'altro, possa far valere diritti (reali o fittizi importa poco, di parenti o prestanome o finti soci) che rendano nulla la confisca.
E noi dovreno registrare un ennesimo arretramento, una nuova sconfitta nella battaglia contro la mafia.
E ora resta da dire il nome di chi ha proposto quest'ennesima vergogna: autore della legge è Niccolò Ghedini, parlamentare di Forza Italia, eletto nella circoscrizione Veneto 1, collegio 16. Nella vita fa di professione l'avvocato. E ha praticamente un solo cliente, che da anni lo impegna in un'attività frenetica che oggi, oltre che nelle aule giudiziarie di mezza Italia, esplica anche sullo scranno di "rappresentante del popolo". Ghedini infatti è elemento di punta del collegio di difesa di Silvio Berlusconi. E fa parte della pattuglia di quel collegio che oggi occupa i posti chiave in materia di giustizia nelle commissioni parlamentari.
Il ministro della Giustizia Castelli, padano doc, non ha nulla da dire in materia, la legge Ghedini gli va bene. Berlusconi non ha detto una parola. Gli strenui difensori della legalità di questa maggioranza non hanno nulla in contrario.
E l'Opposizione ha una voce finora fin troppo flebile. Se almeno mettesse nella protesta la metà o meno dell'energia sprecata in battibecchi da cortile sarebbe già qualcosa, visto che numericamente non può nulla. Ma l'ennesima vergogna pare destinata a passare e quasi sotto silenzio.
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Sombrero 11/01/2006 17:04
Nemo73 19/12/2005 12:12
Oggi mi trovo "quasi" d'accordo con te: la discordia nasce dall'interpretazione circa la frase relativa ai rapporti provenienti dalle altre regioni. In generale, a meno di non essere smentito, cerco sempre di considerare l'alternativa della buona fede. In questo caso mi trovo d'accordo anch'io sul fatto che forze esterne possano ridurre il rischio di coinvolgimenti personali, ma non per la collusione con la mafia, come ipotizzi tu, quanto per il fatto che chi ha una famiglia e degli affetti sul territorio che deve diifendere sia maggiormente esposto a ricatti o ritorsioni. Quella contro la mafia è una guerra e da che mondo è mondo, le strategi di guerra dicono che meno conosci il tuo avversario, più difficile è sconfiggerlo perchè non hai informazioni sui suoi eventuali punti deboli. Ciao, Nemo;) PS: ci sto metendo un po', ma come avevo promesso sto rivisitando un po' di arretrati di quando ero "scomparso" per lavoro!!!
pencid 13/11/2005 01:09
non ho finito di leggere perche mi prendono fuoco gli occhi a quest'ora,cmq ripasso a finire perche era davvero interessante...complimenti...
bastet21 12/11/2005 15:49
senza parole. Non ne sapevo niente.
Tutti i tasselli vengono a combaciare. A distanza di 4 anni, si viene a sapere, dalle rivelazioni di Massimo Ciancimino, che la mafia era contenta che attraverso marcello dell’utri potesse avere dei referenti in parlamento. Quindi era vero tutto, la mafia ha votato per forza italia prima, e per il pdl poi. Siamo in mano (meglio dire in scacco) a questa gente, che ha come obiettivo primario quello di difendere la mafia, andrangheta e camorra ed imbalsamare quel poco di giustizia rimastaci, per dribblare i tanti processi di quel ducetto di arcore, che si è fatto eleggere solo per evitarsi la galera! Da vomito e lo schifo avanza! Adesso manca solo il lodo dell’asino ghedini per completare l’opera di distruzione del nostro Paese! La domanda sarà retorica, ma cosa si aspetta per scendere in piazza e farci sentire?! A casa tutti ‘sti porci !!