Miracolo a Sant'Anna (S. Lee - USA 2008)

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Miracolo a Sant'Anna (S. Lee - USA 2008)

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Salviamo il generale Lee

3  07.10.2008

Vantaggi:
La ricostruzione ambientale, le sequenze di combattimento, le musiche .

Svantaggi:
L'affollato didascalismo, la questione linguistica, la secondarietà del massacro nazista .

Consiglio il prodotto: Sì 

brest

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(Avvertenza: dopo una certa dose di benvenuta sinteticità, stavolta sono tornato a scrivere una recensione lunga, come del resto quasi sempre mi accade quando si parla di Seconda Guerra Mondiale e dintorni: sappiate tenerne conto, e allontanatevi senza biasimo alcuno se spaventati dalle dimensioni o scoraggiati dall'argomento. This is a free country)

New York, vigilia di Natale 1983. Un misterioso omicidio commesso dal mite impiegato postale Hector Negron squarcia ricordi sepolti, porta alla luce una reliquia rinascimentale e induce l'accusato a raccontare la sua storia di eroe, quarant'anni prima, nella guerra in Europa.
Appennino lucchese, autunno 1944. E' lì che la divisione Buffalo dell'esercito americano, formata interamente da soldati e sottufficiali di colore, ha il suo sanguinoso battesimo del fuoco contro i cecchini della Wehrmacht. Dopo un infruttuoso tentativo di guado sulle pietre del Serchio, restano isolati quattro uomini della compagnia George: oltre al caporale marconista Negron ci sono il sergente maggiore lincolniano Aubrey Stamps (Derek Luke, già brother in arms in "Leoni per agnelli"), il disincantato sergente Bishop Cummings (Michael Ealy) e il gigantesco mite soldatone Sam Train (Omar Benson Miller), cui si unisce il ragazzino profugo senza famiglia Angelo (Matteo Sciabordi), che continua a parlare all'amico immaginario Arturo e stringe con Sam un'amicizia bizzarra e incrollabile.
Alla pattuglia viene ordinato di catturare un tedesco e farsi confermare le voci di una controffensiva, ma intanto i quattro sono arroccati in un borgo ai piedi della Montagna dell'Uomo che Dorme, non lontano dal paesino di Sant'Anna di Stazzema, le cui notizie sono a conoscenza solo dei partigiani Peppi (Pierfrancesco Favino) e Rodolfo (Sergio Albelli), oltre che del disertore da loro catturato Hans (Jan Pohl).
Ex-schiavi confusi e guerrieri sono i liberatori riluttanti di un popolo affamato, arreso, fratricida: la crudeltà assassina dei criminali nazisti si somma, ma non si intreccia, a questo paradosso del ventesimo secolo, l'epoca che avrebbe dovuto segnare la fine di tutte le guerre.

Italia, autunno 2008. Un appassionato di cinema, storia e guerra come me si fionda davanti al grande schermo per scoprire come un grande regista americano abbia voluto raccontare un'altra tragica pagina del conflitto mondiale sul fronte italiano, oltre sei decenni fa. Suggestioni e rimandi si accalcano nella mia mente, devo mettere ordine: al primo posto, appaiati, un indizio e un ricordo.
Soldati neri arruolati per il riscatto del loro destino nella nazione democratica più razzista del mondo, uhm: sapete di quale grande film del recente passato questo argomento costituiva la linfa vitale? Era "Glory" (1989), diretto dallo specialista bellico Edward Zwick, in cui un reggimento di afro-americani si fece onore nella Guerra di Secessione (1861-1865) combattendo contro le truppe del generale Lee, comandante in capo delle forze confederate.
Anche l'America di oggi ha il suo generale

Fotografie per Miracolo a Sant'Anna (S. Lee - USA 2008)
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Miracolo a Sant'Anna (S. Lee - USA 2008) Immagine 1
Locandina originale
Lee, che però per un immancabile contrappasso della storia è proprio un intellettuale nero ricchissimo e aggressivo, ribelle per vocazione e cineasta per mestiere: è Spike Lee, graduato sul campo con una filmografia molto black e schiettamente razziale, che con il livello mediamente alto delle sue opere ha trasfuso energia nervosa e credibilità ai muscoli facciali di tante stelle dalla pelle scura (Denzel Washington, Morgan Freeman, Wesley Snipes, Ossie Davis, Samuel L. Jackson) così come ad alcuni dei più sensibili attori bianchi delle ultime due generazioni (da Danny Aiello a Edward Norton, da Adrian Brody a Clive Owen, da Christopher Plummer a John Turturro).
'Questo' generale Lee decide dunque di schierare le sue truppe nel campo aperto della rappresentazione drammatica della Seconda Guerra Mondiale, pur conscio (immagino) dell'importanza di alcuni titoli che si sono succeduti perlomeno negli ultimi dieci anni (mi limito solo alle pellicole dichiaratamente autoriali): nel 1998 "La sottile linea rossa" (di Terrence Malick) e "Salvate il soldato Ryan" (di Steven Spielberg), nel 2006 "Flags of Our Fathers" e "Lettere da Iwo Jima" (entrambi di Clint Eastwood).
Lanci di granate e rimbombo dell'artiglieria; raffiche sull'acqua e spari a bruciapelo; mezzi corazzati e jeep, mappe appese ai muri e rapporti agli alti ufficiali; il furore del fuoco e la solitudine degli uomini al macello.
Al sollevarsi dei fumi e al placarsi del frastuono, capisco che Spike ha perso nettamente il confronto.

"Miracolo a Sant'Anna" sarebbe dotato di tutto ciò che serve per diventare un film memorabile. Grande regista, vigoroso racconto e commovente rievocazione di uno specifico fatto, di una più generale tragedia e dell'epoca in cui si è verificata.
Tradotto in film significa dispiegamento di mezzi, costumi, attrezzature, armi, manifesti propagandistici, accessori di ogni tipo; coinvolgimento di un cast internazionale; impostazione di un 'tono' narrativo epico con ciò che classicamente ne consegue (uso poetico del paesaggio e ponderata intenzionalità dell'accompagnamento musicale); realizzazione di un flusso dinamico che fonda insieme informazioni (racconto dei fatti storici alla base del film) ed emozioni (interpretazioni che l'autore del libro ne dà).
Sfortunatamente, tanta abbondanza è sfruttata solo in parte: l'enorme forza della ricostruzione bellica pura e semplice viene spesa in un grande inizio e nel ruggente finale, ma in tutta la lunghissima parte centrale del film è tenuta in sonno, sommersa da uno stallo logistico e drammatico che vorrebbe dedicarsi alla descrizione del contesto sociale e politico della guerra civile italiana, ma che riesce solo a suscitare in me il primo enorme nodo di perplessità: come cacchio si capiscono americani di città e italiani di montagna?
Voglio dire: se giustamente i non pochi (e certamente non banali) momenti di dialogo tra soldati e ufficiali nazisti sono lasciati in tedesco e sottotitolati, perché quando i nostri eroi arrivano al villaggio si capiscono con gl'indigeni come se tutti parlassero italiano o inglese? La cosa non funziona, visto che sono troppe le circostanze in cui questo dettaglio è cruciale nelle conversazioni e nello scambio verbale che avviene tra loro. In un film di rigorosa ruvidità storica sulla vicenda dei Buffalo Soldiers la cosa salta all'orecchio, e 'falsifica' anche l'effetto complessivo che il racconto vorrebbe esprimere.
Purtroppo non è tutto qui: la questione razziale, sempre centralissima in tutta la filmografia spikiana, si appropria di troppi momenti (in flash-back, o di dialogo serrato) dedicati ai soldati, togliendo ritmo e compattezza alla loro storia di guerra (la cui deriva erotica tra lo sfacciato mulatto Cummings e la procace sfollata di Valentina Cervi è un ulteriore momento di intralciante didascalismo), e SOPRATTUTTO eliminando dalla concatenazione degli eventi la famigerata strage di Sant'Anna, in cui un intero paese (590 persone secondo i resoconti ufficiali) venne sterminato dalla mitraglia uncinata senza un'appurata ragione logica. Il romanzo e il film forniscono una spiegazione, ma la danno 'a latere', come un'appendice per giustificare la quale l'intera architettura del racconto passa da un uomo assassinato a New York sino alla liberazione del suo esecutore ad opera di un filantropo italiano che riconosce a tanti anni di distanza una testa di statua, e ricompone così il più angosciante ricordo della sua vita.
Malgrado molti aspetti favorevoli (le musiche azzeccatissime di Terry Blanchard, il 'solito' eccellente Favino genio degli accenti regionali, il ritratto dei militari tedeschi e delle loro diverse anime, il fulminante cammeo di Turturro), "Miracolo a Sant'Anna" rimane zavorrato dalle sue tare, alcune delle quali evitabili e dolorose.
Più avvicinabile a "Espiazione" (Joe Wright, 2007) che ai grandi del decennio, l'incursione di Lee nella retorica rooseveltiana tra emancipazione (dei neri americani) e liberazione (nostra ma anche loro) s'impantana un po' nello schematismo biblico di Caino e Abele ma anche di Abramo e Isacco, laddove il pugnale del padre (il destino, o forse un dio) invece di risparmiare le carni del figlio vi si immerge con urlante barbarie.
I titoli di coda arrivano benevoli dopo tanta morte (e altrettanto minutaggio: 160 primi di durata complessiva si fanno sentire), trascinati via, non a caso, da un tradizionale 'spiritual', canzone ed epitaffio che più afroamericano non si può.

Salvate il generale Lee, questo il grido di soccorso che ho percepito chiaramente tra il crepitare dei colpi, il tintinnio dei bossoli e le urla di paura e dolore. Ha messo mano a un pezzo di storia nostro (come italiani) e suo (come african-american ), e l'ha piegato alle esigenze della narrazione politica, religiosa, esistenziale che è da sempre nelle sue corde.
Il ponderoso 'disclaimer' che la distribuzione ha inteso apporre prima dei titoli di testa (il cui succo era che qualunque cosa potessimo vedere nel film, la responsabilità dell'eccidio di Sant'Anna è inequivocabilmente e interamente dei nazisti: grazie tante) è la prova ulteriore di quanto il materiale trattato da Spike sia tuttora così difficile da maneggiare, da trasformare in un cinema, letteralmente, accettabile .
Ma lui le mani le ha affondate sino all'avambraccio in questo fango di sangue viscerale e intricato dolore: ci ha mostrato i ragazzi discriminati a casa loro, milizia di serie B secondo i boss dei comandi alleati, lottare e perlopiù morire in posti di cui nemmeno potevano immaginare l'esistenza, tra case di pietra e poveracci sbrindellati dall'occupazione ma anche dalle 'loro' bombe.
Se siete profondamente appassionati agli argomenti di cui il film tratta, ve lo consiglio comunque con forza: le sequenze di battaglia e il realismo da 'combat film' sono al livello eccelso degli antecedenti citati; se invece non siete spike-maniaci e vi appassiona solo la tragedia di Sant'Anna in sé, evitate questo film senza rimpianti perché, al di là di un prevedibile climax emotivo nella scena della strage, non viene fornito alcun elemento saliente sulle ragioni storiche di un atto tanto efferato quanto, purtroppo, assolutamente non inedito in quei tempi nei teatri dell'acerrima ritirata tedesca (a memoria menziono i quasi 600 civili trucidati a Oradour-sur-Glane, gli oltre 700 a Marzabotto, ma l'elenco di eccidi compiuti da SS ed esercito hitleriano perlomeno negli ultimi 18 mesi di guerra è immane), e che ha l'unica particolarità di essere rimasto sepolto negli archivi molto più a lungo di quanto sia accaduto ad altri episodi analoghi.

Voglio salvare Spike Lee, anche se questa sua ultima fatica soffre, soffre e sbuffa come un colosso che voglia portare sulle sue spalle troppo materiale, o troppi superstiti: gli concedo la strettissima sufficienza non solo per le sue onorificenze conquistate in altri campi di battaglia, ma soprattutto perché ci ha ricordato che pro-pro-pro-nipoti di schiavi africani vennero dalle nostre parti armati della bandiera stellata di una nazione che ancora oggi non si fida di loro (almeno non al punto di eleggerne uno alla Casa Bianca, temo), e che morirono cercando di ammazzare quelli che ammazzavano noi.
In tutto questo meritevole sforzo, non ci ha detto invece nulla di nuovo sul massacro di Sant'Anna, riducendolo quasi all'effetto-domino di un'oscura vendetta personale, e dunque nessun miracolo è uscito dal suo cilindro di ammaestratore di sogni.
La Storia è una bestia ben più feroce: addomesticarla in un romanzo circolare come la gabbia di una pista circense, semplicemente, non si può.

SCHEDA
MIRACOLO A SANT'ANNA (Miracle at St. Anna, Usa 2008, 160'). Regia: Spike Lee. Soggetto e sceneggiatura: James McBride (dal suo romanzo omonimo). Fotografia: Matthew Libatique. Montaggio: Barry Alexander Brown. Scenografia: Sarah Frank, Tonino Zera. Costumi: Carlo Poggioli. Musiche originali: Terrence Blanchard. Con Derek Luke, Michael Ealy, Laz Alonso, Omar Benson Miller, Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi, Matteo Sciabordi, Walton Goggins, Christian Berkel, Sergio Albelli, John Turturro, Joseph Gordon Levitt, John Leguizamo, Kerry Washington, Nicola Lo Cascio. (Voto: 6)

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Bugsy

Bugsy

10.06.2010 12:50

Visto che ce lo consigli comunque, lo recupero al più presto. Anche perché sono mesi che l'ho segnato sul mio filmitaccuino... mi mancava solo una voce autorevole per darmi la spinta definitiva. Ma stiamo attenti a non farci i ... a vicenda.

viaschino

viaschino

13.12.2009 20:08

Il problema della lingua l'ho notato subito anche io, infatti, un pezzo del film ( su Sky) ho voluto vederlo in lingua originale. Quando parlava il bambino l'americano di origine portoricana faceva da interprete ( come se spagnolo e italiano fossero la stessa cosa), Valentina Cervi invece parlava in inglese ( dove l'avevo imparato? tenendo conto che nell'Italia fasciasta non si potevano nemmeno usare termini stranieri...). . Bellissima la tua recensione, come sempre

commissarioMerli

commissarioMerli

09.12.2008 20:38

esaustivo e massacrante come nel tuo stile...vado a vederlo giovedì...visto che sono appassionato pure io di storia e guerra

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