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Nel nome del padre

Opinione

per Nel nome del padre
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4 Stelle NUMERO ZERO OPERA MAGNA- Dedicato ad Elena
61 su 61 utenti Ciao hanno valutato come utile la seguente opinione Vedere le valutazioni
Raccomandato: Si

Vantaggi Film-documento dagl'indubbi meriti

Svantaggi Eccessiva, forse, enfasi. Un po' troppo stereotipato a volte.

Dettagli

Genere drammatico
Età minima per tutti
Regia buona
Attori geniali
Sceneggiatura buona
Colonna Sonora perfetta
Qualità Video (DVD): OTTIMA
continua

L'autore

achernarII_la_vendetta Dal 23 ott 2001

Ma dove sono finiti tutti gli squallidi pacifisti del 2003? Dove sono adesso le loro bandiere... continua

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PREMESSA.
Si dà, con questa recensione (possiamo definirla opinione-pilota), il via all’«opera magna» che mi vedrà impegnato nei prossimi mesi, sulla base delle richieste dei coscritti all’oramai famigerata setta. L’opinione in questione (oltre che a Bruno, che pure me ne aveva fatto richiesta) è dedicata ad Elena, che qualche giorno fa ha deciso per un esilio volontario da ciao! E’ a lei che debbo la visione di questa pellicola che in passato mi ero sempre rifiutato di vedere poiché, come noto, odiando io le ingiustizie, ho spento la TV dopo la scena dell’incriminazione e successiva condanna dei protagonisti.

IL FILM.
Il film inizia con una desolante panoramica di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord, negli anni ’70 teatro di una delle più orribili guerriglie del mondo occidentale. La questione irlandese, peraltro originata secoli fa, è tutt’ora irrisolta completamente; ma negli anni ’70 (anni di piombo ovunque, evidentemente) i terroristi dell’IRA (Irish Republic Army) oltre a combattere sul proprio territorio contro l’esercito di Sua Maestà, mietevano terrore e vittime soprattutto a Londra, con bombe ed altri ordigni esplosivi piazzati in ristoranti, pub, luoghi pubblici in genere (con particolare preferenza alle stazioni della metropolitana).
Il protagonista del film è Gerry Conlon (Daniel Day-Lewis), piccolo ladruncolo irlandese cui non importa nulla né dell’IRA, né, apparentemente della propria famiglia (il padre Giuseppe, col quale non va decisamente d’accordo, è impiegato in una società di borsa), né tanto meno della guerriglia con gl’inglesi.
Per una serie di sfortunate coincidenze si vede costretto ad abbandonare Belfast e rifugiarsi a Londra dove vive in maniera piuttosto dissoluta e alla giornata, campando di espedienti tra spinelli e piccoli furti.
Il 5 ottobre del 1974 l’IRA compie un attentato in un pub di Guildford e la polizia trova il proprio capro espiatorio nel giovane Conlon il quale viene prima tenuto in fermo per sette giorni (grazie alle nuove leggi antiterrorismo appena promulgate) e poi, in seguito ad una serie inenarrabile di sevizie e violenze sia fisiche che, soprattutto, psicologiche (gl’inquirenti minacciano di uccidere suo padre) firma una confessione che al processo gli costerà la condanna all’ergastolo.
Processo pilotato. Il capo degl’ispettori di polizia, Robert Dixon (Corin Redgrave) è un campione di doppiezza e viscidume. Proprio una persona di «talento». Convince giudici e giurati della colpevolezza di Gerry e di altri suoi 3 presunti collaboratori (3 ragazzi neanche maggiorenni) e, occultando e manovrando sapientemente le prove, ottiene anche la condanna della zia e del padre di Gerry per favoreggiamento.
Inizia così la terribile prigionia dei due in un carcere di massima sicurezza inglese; della convivenza con gli altri carcerati (anch’essi inglesi, e per questo ostici) e del complicatissimo rapporto padre-figlio, col primo deciso ad ottenere giustizia, e il secondo rassegnato alla condanna e al carcere.
Carcere, peraltro, forse per ragioni cinematografiche, non perfettamente reso. La condizione dei prigionieri irlandesi, ancorché terroristi, è decisamente peggiore di quella che si vede dal film. Le celle sono tutt’altro che immacolate come quelle che si vedono ne Il Nome del Padre. Non esistevano né arredi né letti (semplici panche) né servizi. I prigionieri erano costretti ad usare i buglioli per le loro esigenze fisiologiche e anche il cibo veniva mangiato a terra, tra sudiciume e sporcizia generale; tra larve d’insetti e pidocchi che proliferavano; tra il contenuto degli stessi buglioli (una specie di secchio) che veniva continuamente rovesciato per terra. Infezioni erano all’ordine del giorno e anche il trattamento, con pestaggi e docce ghiacciate nel cuore della notte era decisamente disumano.
Tutto questo nel film viene sapientemente dribblato. Il focus, piuttosto, si sposta sul difficile rapporto padre-figlio (da sempre incrinato) e sui continui contrasti praticamente su tutto.
La situazione tra i due diventa ancor più difficile quando nel carcere arriva un vero terrorista, autore (e reo confesso), tra l’altro, dell’attentato al pub di Guildford. Gerry sembra ammirare di più le idee e lo stile del terrorista piuttosto che quelle di Giuseppe (Pete Postlethwaite) che combatte per la giustizia.
La situazione precipita dopo un grave episodio durante la proiezione del film Il Padrino (!) in cella, durante il quale il capo delle guardie inglesi viene gravemente ferito, letteralmente incendiato dal terrorista, armato di liquido infiammabile e fiammiferi. A questo punto nell’oramai non più giovane Gerry (sono passati quasi 15 anni dalla loro carcerazione) scatta la voglia di riscatto e di giustizia. Il rapporto col padre sembra rinsaldarsi, rinforzarsi. Finalmente i due sono legati da stima e amicizia, prim’ancora che d’affetto. Gerry inizia a collaborare con l’anziano e malato genitore (e con un’avvocatessa desiderosa di giustizia e verità, Gareth Peirce, interpretata da Emma Thompson), per ottenere una rivisitazione del caso che la polizia e gl’inquirenti continuano a rifiutare.
La vita in carcere, le vessazioni e le angherie subite, proprio perché non completamente rispecchianti la verità, appaiono un mero pretesto per raccontare le vicende Gerry – Giuseppe. Alcuni stereotipi, come la conduzione della riapertura stessa del processo, appaiono stucchevoli, ma d’indubbia efficacia cinematografica. Lo spettatore è proiettato nell’aula (trasformata nell’occasione in un’arena gladiatoria) e fa il tifo per l’avvocato… chiedendo il sangue del vecchio e viscido inquirente di talento… Quando si scopre che le prove sono state occultate e che la polizia ha da sempre fatto il doppio gioco, dimostrando di conoscere l’errore giudiziario e, addirittura, appoggiarlo e coprirlo.
Il guaio, ovviamente, è che il povero e malato padre di Gerry muore in seguito all’aggravarsi della polmonite che l’aveva colpito in carcere. Grazie all’avvocato, come accennato, il processo viene riaperto e, per un caso decisamente fortuito, vengono a galla le prove sapientemente occultate durante il primo processo. Prove che scagionano completamente Gerry e i suoi 3 amici dalla condanna all’ergastolo comminata nel primo grado di giudizio.
Purtroppo, anche se la guerra di Gerry continuerà Nel Nome del Padre finché anche il suo nome non verrà riabilitato e giustizia definitiva fatta, il povero vecchio Giuseppe non ha mai potuto tornare a guardare il cielo e le stelle da uomo libero.

CONSIDERAZIONI.
Si tratta di un film basato su una storia vera, l’autobiografico Proved Innocence (Il prezzo dell'innocenza) di Gerry Conlon. Non mancano, come spiegato nella narrazione della trama, momenti «cinematografici» (potrei abusare dell’aggettivo «didascalici»), ma senza dubbio uno dei principali meriti sta nel fatto che non vengono prese mai né le parti dell’IRA, né tanto meno quelle dell’esercito della Regina. Le vicende del terrorismo, della guerra di Belfast, degli attentati londinesi… rimangono marginali e fanno da sfondo (così come la dura vita in carcere) alla reale vicenda raccontata. L’ingiustizia del sistema giudiziario inglese e del sistema d’inquisizione, desideroso di gettare in pasto all’opinione pubblica un colpevole. Un qualsiasi capro espiatorio cui addossare colpe e responsabilità.
Come sostenevo all’inizio la vicenda irlandese è vecchia di secoli. Forse inizialmente qualcuno aveva ragione. Forse c’era davvero un tempo in cui l’Inghilterra aveva ingiustamente invaso l’Irlanda, occupandola senza alcun titolo. Forse… ma nel frattempo i secoli sono trascorsi, barbarie e uccisioni si sono susseguiti senza soluzione di continuità, con piccole tregue (armate) e con attentati terroristici e repressioni militari.
Da una parte gl’irlandesi che compivano nella capitale inglese attentati dinamitardi (anche Conan Doyle nei suoi racconti su Sherlock Holmes ne faceva accenno), dall’altra i tentativi di repressione armata, con tanto di guerriglia urbana, nei territori irlandesi, ridotti, nello scorso ventennio, peggio di come Israele ridusse il Libano nello stesso periodo. Nessuno ha ragione quando alla violenza si risponde con la violenza. Quando ad un attentato segue rappresaglia. E a questo altro attentato. E così via, con un escalation di sangue e morti che ebbe il suo apice nel famoso «Bloody Sunday».
Il film non denuncia tale barbarie. Il film grida a gran voce l’innocenza della famiglia Conlon, facendo luce su una delle più miserabili vicende «occidentali»… la cui appesantita macchina giudiziaria appare peggiore di quella sudamericana, mediorientale e, forse, persino italiana!

REGIA E SCENEGGIATURA.
Jim Sheridan (regista e coautore della sceneggiatura) aveva già diretto nel 1989 Daniel Day-Lewis nel film Il mio Piede Sinistro.
Abbastanza efficace nel raccontare la guerriglia di Belfast e le scene dei combattimenti tra IRA ed Esercito regolare. Abbastanza efficace nel trasmettere il senso di profonda ingiustizia che esplode durante l’inquisizione dei ragazzi (pestaggi e altre vessazioni fisiche e morali) e, soprattutto, durante il primo processo.
Un po’ meno riuscita, rispetto a quanto mi aspettassi, la vicenda carceraria; con momenti eccessivamente stucchevoli e dialoghi troppo enfatizzati. Sicuramente la cruda e disagiata (eufemismi) vita carceraria cui i terroristi irlandesi erano destinati, non viene resa come avrebbe dovuto.
I sentimenti la fanno da padrone. Il contrasto padre-figlio si trasforma presto in un senso di stima e, quasi, di ammirazione del figlio verso l’anziano e malato genitore, mai rassegnato di fronte all’ingiustizia ed assetato di verità.
La scena finale, quella della riapertura del processo, è una vera e propria elegia cinematografica. Lo spettatore è «costretto» a commuoversi nei confronti dell’evolversi della situazione e di fronte alle parole dell’avvocato munito delle «palle» più grosse, per carattere, carisma e decisione che cinematografia ricordi (lo ricordo, sto parlando di una donna, Emma Thompson)!
L’applauso, se si fosse trattato di una scena teatrale (perché tale è questa scena finale) sarebbe stato da spellarsi le mani.

ATTORI.
Bravissimo, non poteva essere diversamente, Daniel Day-Lewis; anche in questa circostanza candidato all’Oscar come per il film Il mio Piede Sinistro (che peraltro lo vide trionfare). Forse per una recitazione un po’ troppo sopra le righe l’Academy Awards gli preferì Tom Hanks in Philadelphia. Eccezionale, invece, Pete Postlethwaite (visto, peraltro, nel film I Soliti Sospetti nella parte dell’avvocato di Kayser Söze) nella parte del padre malato. Raffinato, equilibrato, davvero apprezzabile. Anch’egli candidato all’Oscar nella categoria Miglior Attore non Protagonista, si vide invece surclassare dal pur bravissimo Tommy Lee Jones, in un film di più basso spessore, però, come Il Fuggitivo. Brava, come sempre, anche Emma Thompson nella parte dell’avvocato coi testicoli e il capo degl’ispettori di Londra, Corin Redgrave, il quale, insieme con la moglie riesce a trasmettere un senso di disgusto e di profondo odio come pochi personaggi riescono a fare.

FOTOGRAFIA.
Suggestiva anche la fotografia.
A Belfast il senso di desolazione «desolante» è davvero reso in maniera impeccabile. I colori sono cupi e tristi. Grigiastri, tetri. Come le divise degl’inglesi e i rifugi degl’irlandesi. Molto meglio la parte girata a Londra, tra Hyde Park e le strade notturne della capitale, con le case in stile vittoriano. Si torna al grigiore e al «non colore» anche nell’aula giudiziaria e, ovviamente, nel carcere. Ma sarà una mia impressione, tuttavia tutti i film girati a Londra o in Gran Bretagna in genere, trasmettono quel senso di buio e tristezza tipici di un luogo male illuminato e claustrofobico (senso che cielo, paesaggi e costruzioni inglesi danno da sempre).

CONCLUSIONI.
Il film, nonostante sette candidature non vinse neanche un Oscar; sebbene fu Orso d’Oro a Berlino. In quegli anni (1993-94) Steven Spielberg vinceva il primo Oscar della carriera per il film Schindler’s List. Il film ha il merito, oltre che di documentare la pietosa vicenda della famiglia Conlon, di raccontare al mondo cosa succedeva e cosa succede tutt’ora in uno dei più «progrediti» tra i paesi occidentali. Del suo malato sistema giudiziario (come forse ogni sistema in sé) quando c’è necessità di dare caccia all’untore e dare al popolo la sua libbra di sangue. Un film politico, sociale, ma che, paradossalmente, non annoia nemmeno un po’ durante i suoi 134 minuti. Avvincente, appassionante, un pugno nello stomaco a malapena edulcorato con la caramella della riabilitazione finale… che tuttavia non può non lasciare un profondo senso d’indignazione, rabbia e impotenza nei confronti di una vicenda che potrebbe colpire chiunque!…

Dedicato ad Elena, Blu_Cobalto.


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Commenti

Avete domande riguardo Nel nome del padre? Domanda
Pagina 1 di 16 | 1 - 5 di 76 commenti
  • raflesia 27/09/2004 20:19

    ecco un gran bel film!

  • pg_elisa 05/06/2003 11:54
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    dettagliatissimo

  • Pasquale977-2 04/04/2003 02:56
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile

    perchè poi Elena ha deciso di andarsene da ciao.com?

  • Octinimoes 23/03/2003 09:23
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
  • Jodyblu 19/03/2003 19:59
    Ha valutato l'opinione
    Molto utile
Pagina 1 di 16 | 1 - 5 di 76 commenti

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